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di Giorgio Cremaschi
Anche quest’ultima di Marchionne non è certo una idea nuova.
Fu Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat negli anni della persecuzione antisindacale del dopoguerra, a pensare a un contratto dell’auto. A tale scopo organizzò la scissione nella Cisl - oggi non ce ne sarebbe bisogno - e promosse la costituzione del Sida, sindacato dell’auto oggi diventato Fismic. A Valletta questa operazione non riuscì. Nell’Italia arretrata e povera delle grandi contrapposizioni sociali e politiche, tutto il sistema impedì lo sganciamento della Fiat dal contratto nazionale. Oggi, in condizioni peggiori di allora, visto che Valletta pensava di fare un contratto privilegiato per i lavoratori Fiat e non low-cost come Marchionne, pare che l’amministratore delegato della Fiat possa agire incontrastato. Il più grave attacco ai diritti dei lavoratori italiani dal 1945 ad oggi, che mette in discussione in Fiat e in tutta Italia il contratto nazionale e i diritti costituzionali del lavoro, viene presentato come una intelligente manovra di un bravo manager capace di muoversi nella globalizzazione.
Tutti gli umori critici verso la finanziarizzazione dell’economia, verso il liberismo selvaggio, verso l’assenza di regole nel movimento dei capitali, tutto ciò che si diceva quasi unanimemente dopo l’esplodere della grande crisi finanziaria di due anni fa, pare improvvisamente dimenticato. Siamo tornati all’esaltazione acritica dell’impresa multinazionale e dei suoi interessi e per l’Italia l’unico futuro industriale è quello fondato sulla competizione sui bassi salari e sugli orari flessibili. I riferimenti diventano la Serbia e la Polonia e non certo la Germania o la Svezia. E’ una gigantesca regressione del modello economico e sociale che si propone al paese, che necessariamente diventa anche regressione del pensiero.
Non è solo la stampa compiacente ad esprimersi su questa lunghezza d’onda. Il sindaco di Torino, Chiamparino, ha lamentato che il sindacato è ancora indietro di trent’anni. E così non si è accorto di rinverdire una tradizione di primi cittadini totalmente subalterni alla Fiat, che in quella città è molto più antica. Il ministro Sacconi, che sul piano delle relazioni sindacali ha lo stesso equilibrio del ministro Alfano rispetto alla magistratura, convoca un raffazzonato incontro a Torino che denuncia prima di tutto l’incapacità del governo di convocare l’azienda nelle sedi istituzionali ove si dovrebbe discutere di politiche industriali.
Cisl e Uil si dichiarano disposte ad accettare quella nuova società - intanto per Pomigliano e poi si vede - che dovrebbe rendere legalmente vincolante lo strapotere dell’azienda sulle condizioni di lavoro. E con eccezionale sprezzo del ridicolo, affermano che comunque intendono salvaguardare il contratto nazionale. L’opposizione ufficiale, che aveva spiegato al mondo che Pomigliano era un’eccezione, ora balbetta frasi incomprensibili.
Le uniche posizioni chiare sul campo sono quelle di Marchionne da un lato e della Fiom dall’altro. L’amministratore delegato Chrysler-Fiat ha scelto di fare del suo gruppo un’impresa che insegue finanziamenti pubblici, salari bassi e supersfruttamento in giro per il mondo e che riserva all’Italia solo una piccola e arrogante parte dei propri interessi.
La Fiom, accusata di estremismo e massimalismo, assume in realtà posizioni che solo fino a pochi anni fa sarebbero state patrimonio della grande maggioranza delle istituzioni, delle forze politiche, dei poteri democratici. L’incredibile acquiescenza che c’è oggi verso una Fiat che ha semplicemente detto che vuol fare quello che vuole, quando vuole, per far guadagnare di più amministratore delegato e azionisti, alla faccia del lavoro, dei contratti, della Costituzione; questa libidine di servitù verso la Fiat è il segno più evidente della crisi della democrazia italiana.
La sceneggiata che oggi verrà rappresentata a Torino, ove la prepotenza dell’azienda si misurerà con impotenza delle istituzioni, è la rappresentazione della regressione civile e politica e istituzionale del nostro paese.
La repubblica delle banane, che è sempre facile individuare nelle imprese di Berlusconi, ha oggi una sua sede costituente primaria al Lingotto di Torino.
su Liberazione (28/07/2010)
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Commenti
Se non si cerca di realizzare una piattaforma comune a livello mondiale in cui si discute di problemi del lavoro il capitalismo e la finanza faranno sempre quello che vogliono e la popolazione sarà alla loro mercè, dovrà solo subire ed assecondare il capitale che imporrà ritmi e tempi per il suo drenar risorse.
Per unita' degli sfruttati intendi "di tutto il mondo" ?
Perche'cio' e' operativamente impossibile.
E comunque non si tratta di fare commenti benevoli per Marchionne (a Mimmo)in quanto e' molto sciocco e puerile dare addosso alla controparte che fa il suo lavoro.
(ovvero contenere i costi per aumentare il profitto)
Marchionne per fare il suo lavoro e' bravo. Ha risollevato le sorti della Fiat e della Crysler sfruttando sinergie su parti comuni e fabbriche comuni.
Tanto di cappello.
Gli imprenditori sono cosi', non vi dovete meravigliare, il punto e' un altro:
Finche' i lavoratori andranno divisi alle trattative, (con 4 - 5 sindacati) non otterranno mai il massimo.
In pratica la trattativa adesso la stanno portando avanti Cisl-Uil e UGL
Questo Vi fa incazzare? Mi dispiace ma è la verita'.
Allora cerchiamo di unificare le piattaforme ed andare uniti alla trattativa, bisogna saper giocare bene le proprie carte
La crisi è derivata da uno stato che per mantenere il suo alto standard economico-militare per il controllo mondiale ha bisogno di ingenti risorse e queste le poteva reperire solo permettendo la finanza creativa e la conseguente messa in circolazione di tale carta da WC.
Questo ha permesso la spogliazione di stati e l'abbattimento degli standard sociali e delle conquiste sociali.
All'attualità pur non essendo colonialismo di stato c'è quello economico, per cui si ha la spogliazione delle risorse di certi stati e l'offerta di industrializzaz ione a condizioni che non vengano determinati limiti all'inquinamento, alla sicurezza sul lavoro ed alla retribuzione.
Per mantenere alto il benessere di certe classi o frange è evidente che non ci potrà mai essere lavoro per tutti ne sicurezza sociale per tutti in quanto solo l'insicurezza può creare i fattori atto allo sfruttamento degli individui, per cui è essenziale unità degli sfruttati.
Questo meccanismo crea un legame tra proprieta' e A.D. praticamente granitico.
Trattare col primo o col secondo non e' molto differente, la cosa che potrebbe dare maggiori vantaggi ai lavoratori sarebbe quella di trovare prima un'intesa tra sindacati (una sola piattaforma di richieste) e quindi con UN SOLO SINDACATO FORTE affrontare le trattative, ed ogni azienda che ha bisogno di operai, dipendenti, mano d'opera di qualsiasi tipo dovrebbe vedersela con questo sindacato.
Come al solito invece il marciare divisi da' solo vantaggi alla controparte (dividi et impera)
Come per i partiti (un solo partito di sinistra sarebbe molto piu' forte) anche UN SOLO SINDACATO otterrebbe molto di piu'
L'uomo dal maglione è il II° e nel bilancio aziendale i loro emolumenti vanno contabilizzati sotto forma diversa, magari poi il II° è tanto bravo da farti scomparire l'impresa e poi fartela riapparire, cose ke stanno diventando normali.X sapere quant'è bravo bisogna vedere non solo i bilanci ma anke i rapporti con le banke e con quali di queste.Il problema è ke sullo scacchiere mondiale e venuto meno un garante che si chiama URSS e questo stà permettendo al capital-disfattismo, appunto di disfare la società e spostarsi dove la mano d'opera è a minor costo non per umanità, ma x la sua voracità e quindi bisogno di puntare al maggior utile.In questo contesto le imprese si muoveranno come i pozzi di petrolio, esaurita una locazione ne partiranno per un'altra facendo adeguati danni.Alla forza lavoro non resta che coalizzarsi e possibilmente sulla più ampia scala possibile nell'intento di armonizzare ed ottimnizzare le tutele sociali.
A parte le facezie insulse, anziché "buttarla in caciara", prova ad argomentare sul tema.
Si tratta di un punto fondamentale che non si può ignorare.
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