Il nostro paese è caratterizzato da una specializzazione in settori produttivi tradizionali e arretrati e da
piccola impresa mentre, come è noto, la ricerca si concentra nelle grandi imprese e nei settori innovativi.
Quindi, l’attività di ricerca svolta dal settore privato è piuttosto limitata (intorno al 49% della spesa totale
quando nei paesi OCSE è al 68%) ed è quasi sempre finanziata con denaro pubblico. Nell’ultimo decennio
sono stati abbondanti gli incentivi alle imprese ma non sono serviti a limitare il declino competitivo delle
aziende italiane che continuano a puntare alla riduzione del costo del lavoro invece che a sviluppare nuovi
prodotti e servizi di qualità.
Nel corso degli ultimi anni gli Enti e le Università sono state spinte ad avere come obiettivo principale il
trasferimento tecnologico verso le imprese, tra l’altro con scarso successo visto il totale disinteresse del
sistema delle imprese a innovare prodotti e processi. Al contrario è stata trascurata la ricerca di base che ha
ricadute dirette o indirette non solo sul sistema produttivo ma anche sullo sviluppo umano della società. Ma,
come è noto, senza una buona ricerca di base non vi può essere una vera ricerca applicata e tanto meno
significative ricadute economiche.
A livello politico vanno quindi riviste le priorità strategiche del Paese sulla base di una prospettiva di
lungo periodo in modo che la ricerca venga messa al servizio di un miglior vivere insieme, sostenibile,
solidale, cooperativo, sulla base di principi quali la prevenzione, precauzione, solidarietà, partecipazione e
intervenendo sulle urgenze reali della società: il sistema energetico, la gestione del territorio, il clima, i
trasporti, l’organizzazione della salute, la qualità della vita nei centri urbani, ecc. La ricerca può
rappresentare uno strumento indispensabile per avviare e sostenere una riconversione ecologica
dell’economia e della società, per il miglioramento della qualità della vita e per la stessa sopravvivenza
dell’uomo.
Perché ciò possa accadere però non si può contare nelle capacità di un improbabile “meccanismo di
autoregolamentazione del mercato”, ma deve essere lo Stato ad intervenire con una reale politica
industriale.
In particolare:
- Lo Stato e gli Enti Locali devono generare una reale, costante e quantitativamente rilevante domanda
interna di prodotti e servizi ad alta tecnologia, in primo luogo tramite l’aggiornamento e l’innovazione
tecnologica nei loro settori di intervento (scuola, sanità, tutela del territorio e dell’ambiente, tutela e
valorizzazione dei beni culturali, giustizia, difesa, trasporti, ecc.) e in secondo potenziando il proprio
sistema di R&S pubblico: quest’ultimo strumento è probabilmente il più facile da impiegare in tempi brevi,
anche al fine di garantire da subito uno sbocco alla produzione di alcuni settori ad alta tecnologia già
presenti in Italia (es. industria spaziale).
- Lo Stato e gli Enti Locali devono selezionare un numero ristretto di settori merceologici ad alta
tecnologia che, per il loro ruolo strategico e per la situazione attuale del mercato, meritino e permettano
una politica di espansione per il sistema produttivo nazionale e concentrare su questi tutte le risorse
disponibili, difendendoli anche politicamente dai condizionamenti esterni.
- Lo Stato deve evitare di perdere il controllo (almeno indiretto) della parte, estremamente limitata, di
industria ad elevata tecnologia ancora in suo possesso, e in particolare di consentirvi l’accesso in posizioni
dominanti di imprese straniere operanti nello stesso settore, il cui unico interesse sarebbe quello di ridurne
al minimo (o, possibilmente, di cancellare) l’attività di R&S, al fine di minimizzare il pericolo di
concorrenza.
- Lo Stato e gli Enti Locali devono incentivare lo sviluppo di una nuova imprenditoria, disponibile a
puntare sull’innovazione tecnologica. Ciò si può ottenere garantendo l’apertura di credito e agevolazioni
fiscali a giovani di adeguata preparazione tecnico-scientifica, possibilmente associati in gruppi di
sufficiente consistenza (cooperative), per l’apertura di attività imprenditoriale di produzione di merci,
materiali e immateriali, ad alto contenuto tecnologico e privilegiando poi queste strutture per la fornitura
allo Stato e agli Enti Locali di ciò che si renda necessario.
- Lo Stato e gli Enti Locali devono provvedere a creare e attivare, tenendole almeno inizialmente sotto il
proprio controllo, strutture (distinte come ruolo e come struttura dagli Enti pubblici di ricerca) destinati
allo sviluppo tecnologico in settori pre-competitivi, e quindi non suscettibili di immediate capacità di
mercato, e alla realizzazione di prototipi di dispositivi che, tramite applicazioni di tecnologie avanzate,
possano contribuire alla soluzione di problemi di interesse per il Paese e per gli Enti locali (es.
smaltimento ecologicamente compatibile dei rifiuti, traffico automobilistico, sanità, controllo del territorio,
ecc.). Gli attuali “Poli scientifico-tecnologici” dovrebbero quindi essere ripensati in quest’ottica.
E’ chiaro che progetti di questa portata devono essere finanziati adeguatamente, dato il loro costo e la loro
natura sostanzialmente extramercantile. Tuttavia, a ben guardare, si potrebbe trattare sostanzialmente di
una ri-finalizzazione di risorse già disponibili (sostegno alle imprese, imprenditoria giovanile, contributi
europei, fondo per la ricerca applicata, ecc.), che sono però attualmente impiegate in modo tale da non
assicurare un adeguato ritorno, in termini di occupazione e di benessere generale del Paese.