Se la conoscenza è un bene comune, fattore determinate e indispensabile allo sviluppo umano,
civile, sociale ed economico, precondizione dell’esercizio attivo dei diritti di cittadinanza e della
stessa democrazia, la ricerca, in quanto attività sistematica intrapresa per incrementare
consapevolmente l’insieme delle conoscenze in tutti i campi (comprese la conoscenza dell’uomo, la
cultura, la società) deve essere considerata anch’essa un bene comune, il cui indirizzo richiede una
responsabilità collettiva in grado di garantire che i risultati vadano a beneficio dell’intera società.
La produzione della conoscenza è frutto dell’ingegno e del lavoro sistematico di singoli e gruppi,
seriamente organizzati e confortati da spazi di autonomia ampi ed adeguati. Tanto le modalità di
realizzazione di questa nuova conoscenza, fuori dagli schemi organizzativi della classica azienda,
quanto la natura della conoscenza stessa, spendibile sull’intero spettro di utilità delle società
umane, caratterizzano questo bene come non direttamente indirizzabile ai soli fini economici.
L’Italia è uno dei paesi OCSE con la minore incidenza percentuale della spesa in ricerca rispetto
al PIL: 1,10% nel 2004 rispetto al 1,95% dell’UE, 2,59% negli USA e 3,15% in Giappone. La
situazione è ancora peggiore dal punto di vista del numero dei ricercatori: in Italia su 1.000
lavoratori si hanno 2,8 ricercatori, in Europa in media sono 5,2, negli USA 8,1 e in Giappone 8,9.
L’Italia è caratterizzata anche dal fatto che la maggioranza degli investimenti viene fatta dal
settore pubblico.
Nonostante i fondi e le risorse dedicati alla ricerca nel nostro Paese siano stati decisamente
inferiori al resto dei paesi più sviluppati, il livello e la qualità dei risultati non sono stati inferiori.
Alcuni Enti di ricerca italiani hanno mantenuto una buona tradizione e hanno svolto un ruolo
importante nel processo scientifico e tecnologico del paese. Ma nell’ultimo decennio essi hanno
subito un forte degrado e una violenta limitazione dell’autonomia che, in taluni casi, ha portato a
una vera e propria paralisi. Il caso più eclatante è quello del CNR che ha subito in sequenza due
pesanti processi di ristrutturazione e riorganizzazione e l’imposizione di dirigenti calati dall’alto.
Da citare anche il caso dell’Enea dove negli ultimi 15 anni il Presidente, il CdA sono stati
determinati da una cinica lottizzazione e da un inflessibile spoil system.
Il degrado ha portato a una fuga di cervelli anche dagli EPR e a un impoverimento scientifico del
Paese. Le risorse dedicate alla ricerca pubblica già di per sé poco consistenti rispetto alle
necessità del Paese, sono state ridotte. Blocchi delle assunzioni e scarsi finanziamenti ordinari
hanno condotto gli Enti ad affidarsi ad altre fonti occasionali e incerte con la conseguenza di un
invecchiamento del personale di ruolo e l’utilizzo massiccio di forme di lavoro precario e atipico. A
fronte di soli 19 mila lavoratori di ruolo oggi sono oltre 18 mila i lavoratori precari (5000
ricercatori a contratto, 5000 borsisti e collaboratori, 8000 tecnici ed amministrativi). La massiccia
precarizzazione del personale, che risulta ovviamente più ricattabile, ha avuto anche conseguenze
sui risultati stessi della ricerca che risulta meno autonoma e meno libera.
E’ necessario quindi investire sulla stabilizzazione e il reclutamento di giovani ricercatori e
tecnici, incrementando da subito di almeno 20.000 unità l’attuale dotazione di ruolo, fra le più
basse d’Europa per fronteggiare i pensionamenti attesi e prevedendo a breve una ripresa stabile e
programmata del reclutamento a regime.
E’ necessario anche un consistente rifinanziamento sia dei bilanci ordinari degli Enti, sia di quei
canali che sostengono direttamente la ricerca di base e quella applicata, il cui sviluppo è stato
fortemente compromesso e che va altrettanto fortemente rilanciato. Deve essere garantita la
continuità nel tempo dell’investimento, perché nessun programma o progetto di una qualche
serietà può essere predisposto su base annuale.
Si deve altresì riuscire a sradicare la burocrazia, la gerarchia, le sacche di parassitismo talvolta
ancora presenti in certi enti, fattori che alimentano l’inefficienza. Gli EPR, per i quali è
necessario individuare una chiara missione scientifica, devono essere più responsabili nella
gestione delle risorse loro affidate dalla collettività, operando con maggiore affidabilità e
capacità di programmazione pluriennale, valorizzando il ricco patrimonio di competenze e
dedizione del personale.
La politica deve indirizzare e definire gli obiettivi principali di ricerca a cui la società non può
rinunciare e attivare un sistema di valutazione esterno, tanto alla politica che agli Enti, tale da
individuare eventuali problemi a cui fare fronte con manovre di re-indirizzamento degli Enti
medesimi. Gli Enti devono operare in piena autonomia statutaria, rispondendo agli indirizzi
generali strategici indicati dal Governo, sostanzialmente attraverso il Piano Nazionale della
Ricerca, e soggetti alle valutazioni di esperti terzi. Gli unici requisiti a cui i membri degli organi
dirigenti degli enti devono sottostare sono il massimo e dimostrabile valore scientifico e le
riconosciute capacità manageriali. Gli statuti autonomi devono riconoscere la piena
partecipazione del personale nei vari organismi interni. E’ anche indispensabile l’individuazione
(ex-novo o riformando quelle esistenti) di adeguate istituzioni e procedure, nelle quali sia
coinvolta in modo adeguato la comunità scientifica, per definire in modo chiaro gli obiettivi della
politica per la ricerca, dando così risposta alla domanda sociale di maggior trasparenza e
democrazia nelle scelte strategiche in questo settore; a questo scopo, sembra importante
realizzare un coordinamento più esplicito tra i vari Ministeri che vigilano (con criteri e norme
spesso inspiegabilmente diversi) i vari EPR e tra questi e le numerose politiche (e corrispondenti
istituzioni) che interagiscono con la politica per la ricerca - tra le altre, industriali, della
concorrenza, dello sviluppo delle aree depresse, dell’istruzione, della formazione, di riequilibrio
finanziario, sociali e ambientali.
La partecipazione del personale alle scelte degli enti non è un optional al quale si possa
rinunciare senza danneggiare la qualità stessa della produzione scientifica degli Enti. Bisogna
infatti ribadire che la libertà di ricerca non è una prerogativa dei ricercatori, ma è un diritto dei
cittadini. perché è la società che ha diritto a una ricerca libera.
Alle cosiddette riforme della destra non ci opponiamo quindi in nome di un sistema vecchio -
indifendibile e, comunque, già morto - ma in nome di una nuova ipotesi di rapporto fra scienza e
lavoro, ovvero in nome di un'idea di ricerca che assuma come riferimento il lavoro, non nella sua
versione atrofizzata di fattore della produzione capitalistica, ma nella sua più profonda realtà di
grande forza mediatrice fra uomo e natura. Autonomia e forme di autogoverno delle comunità
scientifiche non devono perciò significare autoreferenzialità dalla quale possono derivare quei
meccanismi inefficaci e parassitari che tipicamente caratterizzano le comunità chiuse non soggette
a verifica e controllo.
L’introduzione della valutazione come metodo di continua verifica e al tempo stesso di “guida”
per chi opera nel mondo della ricerca è un fattore determinante che va rafforzato e adattato di
volta in volta all’evoluzione dell’intero sistema. La valutazione è un metodo che permette di
indagare ad ampio spettro e di adeguare strumenti e politiche alle esigenze più variegate. In
questo senso se è vero che la ricerca dell’eccellenza è uno degli obiettivi prioritari della
valutazione, vanno allo stesso tempo analizzati obiettivi che possono portare ad interessanti e del
tutto innovativi e inattesi avanzamenti in ambiti considerati, a quel dato tempo e con quella data
cultura e contesto, del tutto marginali.
In questo senso il ruolo fondamentale di un “finanziamento ordinario” di livello adeguato sembra
essere una chiave di volta essenziale. Così come la continua spinta ad una reale cooperazione e
collaborazione nazionale ed internazionale rappresenta un fattore di straordinaria valenza per
l’evoluzione del sistema della ricerca.
Ne consegue che, per quanto riguarda la ricerca “di base”, il sistema più efficace di
finanziamento è quello di riportare i fondi di ricerca a un livello che permetta a tutti, da soli o in
gruppi formati liberamente, di poterla svolgere, fissandosi liberamente tempi, organizzazione e
obiettivi, lasciandone poi la valutazione alla “peer review” a posteriori. Per i “grandi progetti di
ricerca” (sia di base che applicata) una volta che siano state fissate (politicamente) le tematiche,
bisogna garantire che i programmi selezionati abbiano risorse adeguate e consentano di
accedervi a tutta la comunità del settore per evitare che il concentrare le risorse in pochi
programmi lasci chi non riesce a entrarvi nell’impossibilità di lavorare e spinga quindi chi li
valuta ad approvare solo progetti di persone e gruppi “amici”. Va anche costruita, per quanto
riguarda i progetti di ricerca applicata, una alleanza tra ricercatori/tecnici e cittadini/lavoratori.
E’ infine necessario definire uno “Statuto della ricerca” ed un adeguato status giuridico per i
ricercatori che ne valorizzi l'effettiva attività scientifica e/o tecnologica e una politica di
assunzioni a tempo indeterminato di giovani ricercatori, invertendo anche in questi Enti la
tendenza alla precarizzazione del lavoro, che garantisca la costituzionale libertà della ricerca ma
anche che indichi e delimiti, anche e soprattutto a livello dell’attività individuale, le condizioni
dell’autonomia di ricerca applicata, dell’attività di programmazione e della partecipazione dei
ricercatori a essa nelle singole realtà.