L’Università rappresenta il livello superiore del sistema formativo, con le caratteristiche di unire
l’alta formazione con la ricerca scientifica in tutto l’arco delle discipline. Essa deve garantire
l’espansione qualitativa e quantitativa della domanda sociale di sapere e di formazione e
raccogliere la sfida dell’educazione permanente lungo tutto il corso della vita. Deve contribuire
allo sviluppo culturale, economico e sociale del paese. Deve inoltre svolgere un grande ruolo in
sede internazionale, valorizzando pienamente il nostro patrimonio scientifico e culturale,
integrandosi in Europa, nella regione euromediterranea, e nel mondo intero e stabilendo rapporti
di integrazione, cooperazione, scambio e circolazione a tutti i livelli e in tutte le sue componenti, a
partire della mobilità internazionale degli studenti, dei ricercatori e dei docenti e dall’ospitalità nei
confronti di studiosi e studenti di altri paesi. Va promossa la conoscenza delle lingue, la
traduzione, il dialogo interculturale e la diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo.
L’Università deve essere capace di autogoverno democratico e consentire la partecipazione di tutte
le sue componenti – docenti, studenti, operatori culturali e amministrativi, integrandosi col
territorio come motore di sviluppo socioculturale ed economico. Va respinta perciò una concezione
puramente economicistica e competitiva dell’autonomia. Occorre garantire un’offerta e una
capacità di ricerca tendenzialmente di alto livello in tutte le sue sedi. La necessità di individuare
obiettivi di sistema, relativamente alla qualità dell’offerta, alla necessaria internazionalizzazione e
all’integrazione dello spazio europeo della formazione e della ricerca non deve tradursi in nuove
forme di centralismo o di subordinazione al potere esecutivo, ma in una nuova fase della
autonomia, nella quale si moltiplichino i momenti di cooperazione e di concertazione ai vari livelli,
insieme a processi di autoriforma organizzativa e a momenti significativi e vincolanti di valutazione
dei risultati e di decisione.
Ridiventa prioritaria la lotta contro la parcellizzazione dei saperi, la frammentazione degli
specialismi, la professionalizzazione precoce. Queste esigenze vanno poste alla base dei processi
di revisione dei percorsi didattici. L’esigenza di procedere per gradi nell’acquisizione del sapere
deve favorire e non negare il diritto di studiare, e va evitata ogni gerarchizzazione impropria fra
sedi universitarie, scuole, corsi, studenti e docenti. L’eccellenza si conquista sul campo del lavoro
scientifico e dell’attività di formazione. Il sistema delle lauree su due livelli va rivisto, cambiando
radicalmente rotta rispetto alla proliferazione incontrollata dei corsi di laurea, garantendo al
primo ciclo l’acquisizione dei fondamenti istituzionali e dei linguaggi di base delle grandi aree, e
lasciando libero l’accesso al secondo.
Servono forme adeguate di sostegno – in termini di risorse e strumenti – contro l’abbandono
precoce degli studi (anche attraverso la sperimentazione del salario sociale), assicurando sulla
base del merito la possibilità di misurarsi con l’accesso e il conseguimento del dottorato come
coronamento della formazione universitaria. Occorre rilanciare la centralità dei giovani e dei loro
diritti. In questo senso è necessario rendere effettivo il dettato costituzionale. Oggi solo il 57%
degli studenti capaci e meritevoli idonei (media nazionale) riceve il sostegno adeguato mediante
borsa di studio. Occorre rivedere il tetto minimo per l’assegnazione delle provvidenze pubbliche,
elevandolo verso una soglia di almeno 20.000 Euro, per garantire la copertura a centinaia di
migliaia di famiglie che sono ancora costrette a non sostenere i figli nel percorso di formazione
universitaria. di. Si possono altresì introdurre un meccanismo di progressività della borsa in
relazione al reddito e alla composizione del nucleo familiare.
I dottorandi rappresentano il futuro dell'università e la più alta qualificazione degli studi e delle
professionalità di ricerca. Sono la base per una università rinnovata e liberata da familismi e
clientele e restituita al suo ruolo di alta formazione inseparabile dalla ricerca. Occorre quindi
investire risorse per aumentare le borse, per assicurarle a tutti i dottorandi, per finanziare le
attività delle scuole dottorali, per prevedere percorsi postdottorali di inserimento, per incrementare
la mobilità e gli scambi internazionali, i servizi per le biblioteche, i computer, i viaggi,
l'apprendimento delle lingue. Occorre assicurare la serietà dei percorsi formativi e dei nessi con
l'attività di ricerca e valorizzare il titolo dottorale anche come momento di accesso alle professioni.
Il diritto di accedere e conseguire il dottorato va proposto per il lavoro dipendente, con adeguate
forme contrattuali.
L’attività di ricerca delle università non può reggersi sulla attuale insostenibile leva del precariato,
e lo stesso vale per le funzioni tecniche e amministrative, sulle quali occorre superare la norme di
blocco delle assunzioni. Occorre incrementare le assunzioni in ruolo e riformare quelle a tempo
determinato. Occorre dare seguito legislativo all’idea di un ruolo unico dei docenti, articolato in
più fasce, con una selezione di tipo nazionale (integrata da elementi di internazionalizzazione), con
la separazione del reclutamento e dell’avanzamento e con la garanzia per tutti di potersi sottoporre
a verifiche periodiche e di poter avanzare sulla base di una verifica pubblica della propria attività
didattica e scientifica, attraverso meccanismi trasparenti e sottratti alla cooptazione.
Il sistema di valutazione delle università deve avere caratteri di terzietà, di efficacia, e deve
prevedere strumenti di garanzia e di correzione degli errori. La valutazione delle strutture deve
essere separata da quella delle persone, quella nazionale da quella d’ateneo. Occorre altresì
recuperare condizioni di funzionamento tali da rendere possibili e coerenti le azioni di
miglioramento dei risultati, anche attraverso l’adeguamento dei finanziamenti ordinari. La
necessità di incrementare l’investimento pubblico è del resto evidente a tutti coloro che ritengono
la ricerca e la formazione superiore leve essenziali e prioritarie per invertire sul piano strategico il
declino del paese. Quanto a trasferimento di risorse pubbliche, a fronte di risultati scientifici di
buon livello nella comparazione internazionale, l’Italia permane agli ultimi posti tra i paesi
dell’OCSE, lontanissima dai livelli medi di investimento stabiliti come traguardo dall’Unione
Europea. Le politiche di definanziamento del settore pubblico e di spostamento delle risorse verso
incentivi alla ricerca delle imprese non hanno prodotto miglioramenti di qualità. Il mancato
rilancio del sistema pubblico deprime lo stesso rilancio della ricerca e dell’innovazione nel settore
privato, e ci emargina dalle reti di ricerca internazionali. Invertire la rotta è la priorità assoluta
della sinistra.