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Mentre la vicenda degli scioperi cosiddetti "anti-italiani" alla raffineria di Lindsey è scomparsa rapidamente dalle cronache, l'ACAS (l'ente pubblico britannico incaricato di esperire tentativi di conciliazione nelle controversie di lavoro) ha pubblicato il rapporto dell'inchiesta che ha svolto sul caso che ha riempito le pagine dei giornali di tutta Europa per una settimana.
Il documento prodotto, oltre a ricostruire i fatti ed il contesto legale, fornisce una serie di elementi utili ad approfondire cause e possibili conseguenze della disputa. Il rapporto (reperibile sul sito www.acas.org.uk) afferma che la trasposizione della direttiva europea sul distacco temporaneo dei lavoratori nel Regno Unito, non può imporre, vista l'inesistenza di accordi o contratti collettivi universalmente applicabili, il rispetto di questi ultimi alle imprese che decidono di distaccare i propri lavoratori sul territorio britannico.
Citando anche le sentenze recenti Viking, Laval, Ruffert e Luxembourg della Corte di Giustizia Europea, che danno una interpretazione "minima" della direttiva distacco, il rapporto ACAS conclude che nel comportamento della impresa italiana IREM e degli appaltanti Total e Jacobs non è riscontrabile alcuna violazione delle norme nazionali e comunitarie.
Nel caso della compagnia italiana IREM, questa si era comunque impegnata a rispettare l'accordo di categoria britannico NAECI, visto che il committente Total aveva concordato col sindacato di realizzare l'ampliamento della raffineria previsto (poi subappaltato fino alla IREM) nell'ambito del NAECI. In ogni caso, in linea di principio, data la configurazione delle relazioni industriali britanniche che non prevedono contratti collettivi applicabili erga omnes, la IREM avrebbe adempiuto ai suoi obblighi legali semplicemente rispettando le condizioni minime previste dalla legge o da norme amministrative.
Per quanto riguarda le retribuzioni dei lavoratori italiani, il rapporto stesso non è in grado di confermare, allo stato attuale, che esse siano in linea con gli standard stabiliti nell'accordo, ma c'è da star sicuri che tutte le imprese coinvolte, visto il polverone alzatosi, non vorranno commettere alcun passo falso.
Ma si può quindi sostenere che "va tutto bene"? Certamente no. Una analisi attenta della vicenda mostra quel è lo stato del mercato interno dell'Unione Europea e quali sono, soprattutto, le conseguenze che il suo funzionamento ha nei confronti del lavoro: tutti temi di straordinaria importanza in vista delle elezioni europee.
La crisi economica e finanziaria si sta abbattendo ferocemente sull'economia reale e le manifestazioni dei lavoratori britannici vanno inquadrate in questo contesto, che il mercato interno, così come concepito e realizzato, ha contribuito indubbiamente a determinare.
La direttiva "distacco dei lavoratori" (CE 96/71), nelle ingenue intenzioni del legislatore, doveva essere uno strumento per difendere i diritti dei lavoratori dei vari Stati Membri di fronte alle libertà di circolazione dei servizi e dei lavoratori stessi nel mercato interno. Di fatto, specialmente dopo le sentenze della Corte già citate, che interpretano in maniera molto restrittiva le disposizioni della stessa direttiva, il cosiddetto dumping sociale è legittimato, senza dimenticare che l'allargamento dell'UE ai paesi dell'est nel 2004 è stato realizzato con un elevato grado di sconsideratezza, per farne trarre beneficio ad attori sociali ben determinati.
La disputa di Lindsey ha raggiunto gli onori delle cronache solamente per la strumentalizzazione di alcuni slogan e per polemiche politiche, ma innumerevoli casi come questo si svolgono quotidianamente e semplicemente non se ne ha notizia.
Sono migliaia i lavoratori che varcano una frontiera e vanno a lavorare in un altro paese, ricevando però dal loro datore di lavoro un trattamento che è identico a quello che riceverebbero nella loro patria. Il bisogno di lavorare e di portare a casa uno stipendio li costringe ad accettare queste condizioni, ma questo fenomeno (del quale detti lavoratori non hanno alcuna responsabilità) ha il risultato di minare gli standard sociali dei paesi ospitanti contribuendo così ad un abbassamento generalizzato dei diritti dei lavoratori in tutti gli Stati Membri. Un abbassamento degli standard di protezione sociale nei paesi dell'Europa occidentale, infatti, comporta un pressoché inevitabile non-innalzamento degli standard nell'Europa centro-orientale. E così il progetto di smantellare i sistemi di protezione sociale guadagnati con anni di lotte ha successo attraverso il cosiddetto fenomeno della "corsa al ribasso".
È urgente e indispensabile quindi un intervento legislativo a livello europeo per evitare questa spirale e tentare di lanciare una solida legislazione sociale e a favore di una occupazione di qualità. Va anzitutto rivista la direttiva "distacchi", come perfino il Parlamento Europeo ha timidamente richiesto con una risoluzione dell'ottobre scorso. Anche se la Commissione da questo orecchio sembra non sentirci, deve essere richiesta con forza l'introduzione nella direttiva di elementi che tutelino il contratto collettivo che si applica in un determinato territorio, al di là dell'erga omnes, al fine di contrastare gli effetti perversi delle sentenze Laval e Ruffert. Ma non ci si può limitare a ciò: oltre ai salari, devono essere presi in considerazione gli altri cosi "sociali" dervianti da condizioni di lavoro, contributi sociali e oneri fiscali, in modo da rendere effettivamente comparabili i mercati del lavoro così come sono configurati nei diversi territori.
Va anche sostenuta la proposta della Confederazione Europea dei Sindacati di inserire nei trattai una "clausola sociale", per stabilire la supremazia del diritto sociale su quello economico e della concorrenza. Gli Stati Membri dovrebbero altresì esigere che la Commissione Europea negozi pe rconto dell'UE una "clausola sociale" nei trattati dell'OMC/WTO, che condizioni il libero scambio al rispetto da parte dei paesi d'origine dei diritti fondamentali del lavoro, come riconosciuti dalle Convenzioi OIL.
Senza queste riforme, saremo condannati ad aessere i testimoni impotenti di nuovi casi Viking, Laval e IREM e a subire la beffa di sentirci dire che tutto va bene.
Sarebbe bene che questi temi fossero al centro del dibattito nella campagna elettorale delle europee, e i comunisti dovrebbero essere capaci di impadronirsi di queste istanze con pertinenza e consapevolezza.
I Circoli PRC/SE di Bruxelles-Belgio (Enrico Berlinguer) e Londra-Regno Unito (Karl Marx)
Pubblicato in versione ridotta su "Liberazione" del 5 marzo 2009, pag. 18 |