|
Le proteste dei lavoratori britannici contro il contratto d’appalto della Total di East Lindsey alla ditta Jacobs, e del sub-appalto di questa alla ditta italiana IREM, mettono a nudo la falsita’ di fondo di una delle tante promesse della deregolamentazione in Europa: ovvero che il libero mercato, e la libera circolazione dei servizi, creino benessere per tutti. Non si tratta di una critica generica al sistema di produzione capitalista e al neoliberismo. Qui le responsabilita’ sono specifiche e precisamente individuabili.
Tuttavia prima di entrare nello specifico, va subito chiarito un equivoco che la stampa, italiana e inglese, sta contribuendo ad alimentare: qui non si tratta di problemi derivanti dalla libera circolazione dei lavoratori, bensi’ di problemi derivanti da quello che, in diritto comunitario, si definisce libera circolazione dei servizi. E’ importante chiare questo punto, perche’ e’ evidente che su questo tema la destra xenofoba sta gia’ costruendo un caso e una battaglia anti-immigrazione, mentre la forze liberiste tentano di ricattare le coscienze dei lavoratori accusandoli di egoisimo e di mancanza di solidarieta’. La libera circolazione dei lavoratori non causa questo genere di tensioni, giacche’ un lavoratore straniero – italiano, portoghese, o cinese che sia - impiegato nel Regno Unito, va tratttato a tutti gli effetti come un lavoratore inglese (salvo che un datore di lavoro decida di sottopagarlo o assumerlo in nero, cosa peraltro illegale), riducendo praticamente a zero il rischio di una concorrenza sleale all’interno del mercato del lavoro.
Detto cio’ e’ il caso di esaminare piu’ da vicino i problemi legati alla questione IREM. Su questa vicenda il punto di vista del sindacato britannico e’ molto chiaro. Una ditta straniera – la IREM appunto - avrebbe vinto una gara di sub-appalto per la costruzione di impianti petrolchimici nel Regno Unito. Secondo loro, cio’ sarebbe accaduto in quanto la ditta italiana retribuisce i propri lavoratori meno di quanto previsto dai contratti collettivi nazionali di categoria britannici. Al momento non e’ dato sapere quale sia il trattamento economico dei lavoratori italiani e portoghesi impiegati dalla IREM. Sappiamo pero’ tre cose.
In primis, sappiamo per certo che quand’anche i lavoratori IREM fossero pagati meno di quanto previsto dai contratti collettivi inglesi (e addirittura meno di quanto previsto da quelli italiani), l’impresa potrebbe continuare a godere di questo vantaggio competitivo a spese di tutti i lavoratori, inglesi (che perdono di competitivita’ e posti di lavoro) e italiani (che sono competitivi in quanto sottopagati), senza che nessuno possa utilizzare alcuno strumento giuridico esistente per contrastare il suo operato. Infatti la disciplina comunitaria in materia, un misto tra disposizioni del Trattato CE (Articolo 49 e seguenti), direttive (in primis la Direttiva 96/71 sui ‘lavoratori distaccati’), e sentenze della Corte di Giustizia della CE (da ultime le sentenze Laval e Viking del 2007 e le piu’ recenti Rüffert e Commissione v Lussemburgo del 2008), di fatto prevede che le ditte straniere (ad esempio l’IREM) debbano rispetare solo la normativa del paese ospite (ad esempio il Regno Unito) che sia contenuta in disposizioni di legge - applicabili obbligatoriamente a tutti - e non in contratti collettivi, salvo che questi non siano validi erga omnes, ovvero universalmente applicabili a tutte le imprese e i lavoratori del settore al pari di una disposizione di legge.
In secondo luogo sappiamo anche che, purtroppo, contro queste forme di dumping sociale i lavoratori, e i sindacati, possono ben poco. In paesi come il Regno Unito, ma anche in Italia, i contratti collettivi non sono validi erga omnes, ed e’ quindi impossibile pretenderne il rispetto da parte di imprese fornitrici di servizi come l’IREM, alla stregua della norme di legge nazionali. Anzi, dopo anni di martellanti attacchi al sindacato e alla contrattazione collettiva (attacchi tutt’ora in corso sia in Inghilterra che in Italia), la copertura degli accordi sindacali inglesi e’ crollata a meno di un terzo dei lavoratori nazionali, mentre in Italia, pur essendo di gran lunga piu’ alta, non copre comunque la totalita’ della forza lavoro. Paesi come l’Italia sono sprovvisti di una normativa sui minimi salariali previsti per legge, mentra nel Regno Unito il salario minimo legale previsto dal Minimum Wage Act 1998, e’ comunque troppo basso (5.73 GBP/ora) per avere qualche utilita’ in questo contesto. Ne’ appare possibile che il sindacato possa contrastare qesta degenrazione della libera circolazione mediante il ricorso allo sciopero. Infatti, le sentenze Viking e Laval hanno anche il demerito di ricordare che gli scioperi, nazionali o internazionali, contro queste forme di delocalizzazione temporanea rischiano di essere ritenuti contrari al diritto comunitario, e di esporre quindi i sindacati e i lavoratori a salatissime multe e sanzioni.
In terzo luogo sappiamo che in assenza di una presa di coscienza del mondo politico (a livello nazionale e sovranazionale) contro questo genere di dinamiche mercantili, episodi come quelli dell’IREM rischiano di essere solo un piccolo anticipo di distorsioni economiche e sociali che ben presto si svilupperanno su scala mondiale, e non solo europea. Infatti, mentre i governi neoliberali non riescono a fornire risposte a questi problemi che maturano all’interno dei 27 stati membri dell’UE, in seno al WTO si sono gia’ avviate trattative e accordi (il cosi’ detto GATS - General Agreement on Trade in Services, in cui specie i “Mode 3” e “Mode 4” sembrano replicare, in grande, la libera circolazione dei servizi CE), per consentire una libera circolazione dei servizi su scala globale.
In questa concorrenza sleale, chi ci guadagna sono solo le imprese committenti e quelle intermediarie. Chi ci perde sono i lavoratori, sempre meno protetti e sempre peggio retribuiti in questa corsa al ribasso, e quelle imprese che rispettano i diritti dei lavoratori. Ma ci perdono anche i consumatori e i cittadini, che alla fine pagano il costo di tutte queste intermediazioni dal dubbio significato economico, e gli stati nazionali, che quando non sono impotenti sono complici di fronte a questa erosione sociale ed economica.
Le soluzioni per uscire da questo apparente vicolo cieco ci sono, e sono state da sempre sostenute dal mondo sindacale (almeno da quello non subalterno all’ideologia neoliberista) e dai partiti comunisti e della sinistra radicale, primi fra tutti Rifondazione Comunista. Va subito richiesto, e a gran voce,
• l’introduzione di una normativa anti-dumping a livello nazionale, comunitario, e internazionale
• il rispetto dei contratti collettivi nazionali, e una riprese vera della contrattazione collettiva europea, anche sui temi del salario,
• il rispetto del diritto di sciopero e dello sciopero di solidarieta’, a livello nazionale e trasnazionale
• la sospensione del GATS, e l’introduzione di una ‘clausola sociale’ negli accordi del WTO.
Il circolo PRC/SE “Karl Marx” di Londra, esprime la sua solidarieta’ a tutti i lavoratori coinvolti in questa vicenda. A prescindere dalla nazionalita’ sono loro le vittime principali delle politiche neoliberiste nazionali e internazionali.
Firmato: Il Circolo PRC/SE “Karl Marx” di Londra
Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
1 Febbraio 2008 |