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Sventolano i fazzoletti padani in Parlamento: il federalismo fiscale è legge. Una riforma che rivoluziona il fisco italiano viene approvata con solo 6 voti contrari su 247 senatori presenti. Vasco Errani al termine della Conferenza delle regioni si è affrettato a dichiarare che adesso si apre il momento della verità, come se questa non fosse già sufficientemente chiara. Un punto fermo, infatti, è il seguente: il federalismo fiscale non potrà causare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Che Formigoni si dichiari soddisfatto nello stesso istante in cui sventolano i fazzoletti leghisti la dice lunga sulla verità che attende Errani, come del resto lo stesso Partito democratico. E’ del tutto evidente che tenendo invariata la pressione fiscale sussite un'unica ragione per la quale Formigoni acconsente e la Lega gioisce: una buona parte delle risorse sinora destinate al sud verranno indirizzate verso il nord. Viene allora da ipotizzare che il Senato della Repubblica sia composto esclusivamente da parlamentari del nord, incluso il molisano Di Pietro, il quale avrà presto di che rammaricarsi quando i suoi compaesani, come del resto tutti i cittadini meridionali, capiranno che il federalismo fiscale è una vera e propria “fregatura”. Il federalismo fiscale legittima l’appartenenza del gettito dei tributi al territorio in cui in esso viene riscosso. I dati Istat certificano che il rapporto tra il reddito imponibile per abitante nel Mezzogiorno è circa la metà di quello presente nel centro-nord. Non a caso la Costituzione repubblicana, all’art. 53, stabilisce che tutti sono tenuti a concorrere al finanziamento delle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, ed in base all’art. 3 hanno il diritto di attendersene un ritorno in termini di uguale trattamento, quale che sia la loro residenza. E’ vero che la legittima richiesta di maggiore autonomia che proviene dalle Autonomie locali trova un suo fondamento nell’art. 5 della Costituzione, nel quale è previsto di attuare il più ampio decentramento amministrativo e l’adeguamento della legislazione statale alle esigenze dell’autonomia e del decentramento. Ma ciò che non può essere condiviso né accettato è il principio secondo il quale Regioni ed Autonomie locali adempiono alle proprie funzioni in relazione alla ricchezza presente sullo specifico territorio. La Repubblica italiana è una e indivisibile solo se riesce ad assicurare un trattamento paritario ai propri cittadini. All’opposto, il federalismo fiscale nega questo assunto, legittima le disuguaglianze e acuisce la disgregazione sociale attraverso la quale, sino ad oggi, i profitti delle imprese sono cresciuti e i diritti dei lavoratori e dei cittadini in generale si sono assottigliati. Chi obietta che le spese essenziali (sanità, assistenza e istruzione) saranno “perequate” al 100% dimentica che la Costituzione assegna alla Repubblica il compito di rimuovere le differenze di ordine economico e sociale, non di istituzionalizzarle per legge attraverso il federalismo fiscale. Perché mai un cittadino campano dovrebbe accontentarsi di un livello essenziale relativo a un servizio pubblico quando altrove viene erogato in tutt’altro modo? Né può convincere l’argomento secondo il quale il federalismo fiscale responsabilizzerà gli amministratori pubblici del sud e porrà fine agli sprechi ed ai fenomeni di malcostume politico. Se davvero si volesse raggiungere questo obiettivo sarebbe sufficiente combattere seriamente le organizzazioni mafiose e colpire le connivenze politiche. Gli strumenti necessari sono già presenti nel nostro ordinamento giuridico, ciò che manca è una reale volontà politica di perseguire tale risultato. Non a caso sono molti i partiti politici che non rinunciano a candidare anche gli esponenti coinvolti in inchieste attinenti la propria attività politica, basta scorrere le liste elettorali per le europee per accertarlo. Una critica altrettanto severa va estesa a coloro che nel 2001 si assunsero la responsabilità di modificare il Titolo V della Costituzione, cancellando peraltro l’unico riferimento al Mezzogiorno contenuto nella Carta Costituzionale. L’opera iniziata dall’allora Governo di centro sinistra sta per essere ultimata dal Governo Berlusconi con grave danno per almeno 8 regioni su 20, le quali per le condizioni economiche e sociali, con l’aggravarsi della crisi, meriterebbero ben altre risposte. Queste argomentazioni non hanno neppure sfiorato l’attuale Parlamento. Qualcuno che oggi tace, in futuro avrà modo di pentirsene. Marcello Notarfonso Responsabile Dipartimento Politiche regionali Prc-Se |