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Differenze globali in calo per prezzi e stipendi PDF Stampa
dal Il Manifesto di Francesco Piccioni
SALARI NEL MONDO
  • La ricerca annuale Ubs
    Tra le tante nefandezze finanziarie, la banca svizzera Ubs sforna annualmente un prodotto davvero meritorio: il Price and earnings. Uno studio che dà un quadro sinottico sui livelli di salari, prezzi e potere d'acquisto nelle principali 73 metropoli mondiali dove Ubs ha i suoi uffici.
    Per la stampa usa-e-getta questo studio rappresenta un'occasione - ghiotta, specie in agosto - per stilare stucchevoli classifiche delle «città più care del mondo», oppure per misurare la distanza tra il nostro benessere e la povertà altrui. In realtà, questo lavoro ha l'obiettivo di fornire agli investitori una «mappa» affidabile su cui tracciare percorsi economici e produttivi altamente profittevoli. Proprio per questo motivo, costituisce uno strumento di comprensione utile anche a chi - nel sistema capitalistico globale - fa un lavoro diametralmente opposto (il sindacalista, per esempio).
    I dati forniti sono già «tradotti» in un'unica moneta (il dollaro Usa), e il paniere delle merci include 122 prodotti individuati secondo le preferenze del consumatore occidentale. C'è dunque una «distorsione» prospettica che fa apparire i lavoratori dei continenti meno industrializzati ancora più poveri di quanto già non siano. Ma, nonostante questo, alcune cose diventano lampanti non appena si mettono a confronto i dati del 2009 con quelli - per esempio - del 2003.
    Il livello dei prezzi, innanzitutto, tende a diventare globalmente meno disomogeneo. Escludendo gli affitti - che riflettono mercati immobiliari spesso imparagonabili - si vede che la «città più cara» (Oslo) è gratificata di un indice 112,5 quest'anno, mentre stava a 117,8 sei anni fa. All'ultimo posto resta Mumbai, che però nel frattempo è salita da 28,7 a 30,9. Per l'Italia ci sono Roma e Milano, che hanno fatto segnare rispettivamente aumenti di quasi 13 e 4,5 punti (valori che vanno corretti di qualche centesimo, perché nel 2003 «quota 100» era assegnata a Zurigo, quest'anno a New York).
    La tendenza «livellatrice» si rivela ancor più chiaramente prendendo in esame i salari. Il rapporto tra gli stipendi più bassi (Mumbai, in entrambi gli anni) e quelli più alti (Zurigo) è passato da un venticinquesimo a meno di un ventesimo. Più chiara ancora diventa se si prende in esame la paga oraria media: in un paese occidentale (Europa ovest e nordamerica) si situa tra i 20 e i 21 dollari, mentre nell'est continentale o in Asia (Giappone, Corea e Taiwan esclusi) viaggia sui 5,5. In America Latina o in Africa si scende ancora, vicino ai 4 (ma 20 anni fa era 1).
    Per l'Italia il quadro salariale è imbarazzante. Sei anni fa le grandi metropoli nordeuropee ci distanziavano nettamente (tra i 12 e i 20 punti), ma altrettanto potevamo dire rispetto ai salari di altri paesi mediterranei (Lisbona era dietro di 8 punti, Barcellona stava alla pari, così come Atene). Oggi portoghesi e ciprioti hanno una paga oraria media più alta (9,30 e 13,10 dollari netti) di un romano (9), e - almeno quelli di Nicosia - persino di un milanese (11,50 dollari).
    Al contrario, il livello degli affitti (o dei mutui; in fondo stiamo parlando del mercato immobiliare in genere) è in Italia altissimo, anche se messi a confronto con paesi assai più ricchi e «cari» del nostro. Un appartamento di tre stanze del tipo più economico («cheap») costa 1.180 dollari mensili a Roma (più che a Tokyo) e 1.500 a Milano. Appena 950, invece, ad Amsterdam; addirittura 710 a Berlino. Persino la carissima Oslo, in rapporto ai salari medi, presenta un costo degli alloggi «ragionevole»: 1.360 dollari.
    Le differenze da paese a paese sono comunque tali da non permettere facili comparazioni numeriche. Un indicatore più attendibile è perciò quello relativo al «potere d'acquisto» (tenendo presente la «distorsione» illustrata all'inizio), magari addirittura espressa in «tempo di lavoro» occorrente per poter acquistare qualcosa. Qui la tipologia delle merci diventa però un elemento discriminante fondamentale. La merce tecnologica inserita quest'anno nello studio - l'iPod nano della Apple - è un po' il simbolo di quella «distorsione». Se infatti ha un senso mettere a confronto Zurigo e New York con Milano e Roma (9 ore di lavoro per un iPod in Svizzera e Usa, 16 in Lombardia e 23 nel Lazio: qualcosa significa...), non lo ha affatto su altri mercati. Difficile infatti credere che siano molti i padri di famiglia di Mumbai o Nairobi disposti a sgobbare da 20 giorni in su per quell'affarino con le cuffie.
    Mentre ha un significato chiaro il fatto che, per un chilo di riso, si debba lavorare 49 minuti in Kenya e 37 a Mumbai, mentre bastano 8 minuti a un dipendente di Barcellona o New York, 9 a uno di Chicago o Zurigo, 21 a un milanese e 25 a un romano (a leggere queste differenze italiche ci si sente un po' meno «industrializzati», vero?). Idem magari per un chilo di pane: 8 minuti a Francoforte, 10 ad Amsterdam, Londra e Berlino (ma anche a Mosca...). Mentre invece ce ne vogliono 19 a Milano, 26 a Roma e San Paolo del Brasile; ma anche soltanto 20 a Delhi, 17 a Mumbai, 77 a Città del Messico e 80 a Giacarta. Nemmeno il «terzo mondo», come si vede, resta uguale quando si cambia la merce-tipo.
    Interessante, infine, il ruolo del cibo-simbolo degli Stati uniti, il Big Mac della catena McDonald's. Costa quasi niente - in termini di lavoro - negli Usa (14 minuti a New York, 12 a Chicago), un po' di più in Europa (19 a Berlino, 27 a Roma, ecc). Ma conferma di essere una merce-salario eccezionalmente stabile. Nella media globale, dal 2003 a oggi, non è cambiato nulla: ci vogliono sempre 37 minuti di lavoro. A dimostrare che il monte-salari complessivo non è cresciuto. Al massimo si sono ridotte le differenze territoriali. Qualcuno lo spieghi ai leghisti.
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