LA CONSEGNA DEL TESTIMONE
Vincenzo Pillai
www.vincenzopillai.it
Le citazioni sono da:
AA.VV. ”Storia del movimento sindacale nella Sardegna meridionale” ed. AMD/2002 - pgg. 25-38
C.Cugusi “Call center” ed. Fabbri/2005 pgg.75-88
A cosa pensava quel giovane soldato mentre, con la sua compagnia, marciava in assetto di guerra fra le colline del Sulcis?
Era partito prima dell’alba e il sole era rovente quando vide nella valle quel centro minerario.
Nella valle, fra centinaia di suoi compagni, un altro giovane uomo dalla piazza urlava la sua rabbia verso la palazzina dove era asserragliato il direttore della miniera che aveva dimezzato il tempo di pausa per il pranzo innescando, così, lo sciopero spontaneo di tutto il bacino minerario.
I due giovani non arriveranno mai a conoscersi, non parleranno della loro infelice condizione, né dei loro sogni. Il primo eseguirà l’ordine di sparare, l’altro lascerà nella piazza la vita.
Con quello sciopero e quei morti, i minatori del Sulcis entrano nella storia del movimento operaio, e la Camera del Lavoro di Milano proclamerà il primo sciopero generale contro l’uso dell’esercito nelle vertenze operaie e a sostegno di quei ‘sardegnoli’ che erano pagati, per la loro ‘inaffidabilità’, meno dei lavoratori polacchi portati in Sardegna dalla società mineraria.
E’ il 1904; si stanno formando anche in Sardegna quelli che, poi, saranno chiamati sindacati di categoria: sono i battellieri che trasportano il minerale da Buggerru all’isola di San Pietro, per l’imbarco sulle grandi navi, sono i minatori. Prima si formano Società di mutuo soccorso, poi Leghe di resistenza, infine Sindacati di categoria e Camere del Lavoro la cui storia è intrecciata fino alla prima guerra mondiale con lo sviluppo e la storia del partito Socialista e del partito Repubblicano. Siamo nella fase in cui ruoli di dirigenza nei partiti e nei sindacati si confondono e si alimentano reciprocamente costruendo un tessuto di solidarietà fra lavoratori che si estende a intere comunità per cui, spesso, la crescita del movimento operaio alimenta vittorie elettorali di repubblicani e socialisti.
Risale a quegli anni il memoriale degli operai di Montevecchio che costituisce uno dei primi esempi di piattaforma rivendicativa:
1. L’abolizione dei cottimi nei lavori interni, ed esterni; che venga fissata la paga giornaliera dall’amministrazione (poiché chi appalta il lavoro lo fa con ribassi fino al 30% e, poi, non è in grado di pagare la misera mercede ai suoi operai).
2. La giornata nei lavori interni non deve oltrepassare le 8 ore (deve cominciare dal momento in cui si entra in galleria fino al momento in cui si esce, altrimenti le ore diventano di fatto nove).
3. L’abolizione dell’obbligo di scavare per ogni giornata di lavoro una mina di m. 1.20 (dal momento che a volte si trova roccia particolarmente dura).
4. distribuzione gratuita dell’olio da ardere per i lavori delle gallerie e per i lavori notturni dell’esterno.
5. Abolizione dell’obbligo ai manovali di trasportare un dato numero di vagoni carichi di minerali dai posti di lavoro alle ricette (perché non è sempre possibile estrarre la stessa quantità di minerale).
6. Distribuzione gratuita dell’acqua potabile nelle officine, ecc.
7. Diminuzione dell’orario dei lavori esterni.
8. Aumento dei prezzi di trasporto dei materiali ai carrettieri di carri a buoi.
9. Abolizione delle multe; gli operai colpevoli devono essere puniti colla sospensione che non deve oltrepassare una giornata di lavoro.
10. Aumento straordinario del salario giornaliero per i lavori più difficili e pericolosi
11. Aumento del salario giornaliero a tutti gli operai indistintamente; fissare il minimum di salario a tutti gli operai suscettibili ad aumento col rialzo dei prezzi del minerale.
12. Riammissione incondizionata di tutti i lavoratori (per evitare la rivalsa dell’impresa sugli scioperanti)
In questi anni di duro scontro, in cui si gioca la possibilità stessa per quegli uomini di divenire classe operaia in sé e per sé, svolgono un ruolo fondamentale le Cooperative di consumo. Sia quelle con risorse finanziarie messe a disposizione dalle Leghe di resistenza, con lo scopo di fornire a credito i generi di prima necessità durante gli scioperi, sia quelle sottratte dagli operai al controllo dei soli impiegati più sensibili alle esigenze dell’impresa, “…perché le Cooperative non devono essere comuni botteghe, né strumenti di dominio: esse hanno il compito di svolgere azione solidaristica, di favorire l’educazione dei soci…” pgg 77-79
Quasi tutte le miniere metallifere verranno abbandonate definitivamente negli anni ’80; in quelle di carbone la lotta durerà fino ai nostri giorni ( ed è grazie a quella classe operaia se, in presenza della “crisi” petrolifera, sarà possibile utilizzare il carbone attraverso processi avanzati di gassificazione). Analizzando quella lotta lungo tutto il suo sviluppo si potrebbero segnare non solo le tappe della strutturazione del sindacato, del rapporto problematico fra strutture di categoria e strutture confederali, ma anche l’intreccio fra capitale italiano e internazionale e tutti i passaggi di uno sfruttamento coloniale della Sardegna basato su quello che Shamir Amin chiama “scambio diseguale”, per cui anche l’aiuto che lo Stato fornisce alle sue “colonie interne” si trasforma in una distorsione delle loro potenzialità di sviluppo autocentrato, in funzione di interessi altri.
Estate, cento anni dopo. Un palazzo al centro di Cagliari. Non c’è l’esercito e neppure un poliziotto quando l’ufficiale giudiziario suona alla porta per comunicare, inutilmente, lo sfratto, perché quei pochi giovani che occupano gli uffici del call center di una società che da mesi non li paga e il cui titolare, incassato il contributo regionale, è scomparso senza lasciare l’indirizzo, sembrano condannati all’isolamento e alla sconfitta nell’indifferenza generale.
Claudia, 25 anni: “ …ho lavorato sempre in una postazione nell’ultima celletta. Era la più esposta al sole e quella più distante dagli altri. La mia responsabile urlava sempre. Era vietato parlare con gli altri e bere, per non andare troppo in bagno. Ogni giorno veniva appesa, bene in vista, una graduatoria con l’elenco dei colleghi che avevano concluso più contratti. Compito principale della responsabile era commentare, con il dovuto sarcasmo, l’aberrante classifica, umiliando chi non rientrava nella top ten. Era abitudine per tutti noi essere chiamati a udienza, una o due volte la settimana, in una stanza con pareti di vetro, per cui visibile agli altri. Lo chiamavamo ‘l’acquario’ e le domande andavano oltre il lavoro”. Iscriversi alla CGIL? Anche questo è stato un problema: “Per l’azienda siamo diventati i sovversivi…”
Michela, 28 anni: “…dopo 7 mesi, attirata dal miraggio della paga sindacale di sei euro l’ora, mi sono trasferita in un altro call center. La mia mansione era sempre la vendita. Il nuovo posto di lavoro era in uno scantinato dove erano ammassate una trentina di postazioni. Il magnanimo titolare ci aveva dotato di ogni comodità: computer con lo schermo piatto e soprattutto cuffiette personali. Le 4 ore di lavoro giornaliere erano dolcemente accompagnate dalle urla degli assistenti di sala, dalle continue minacce di licenziamento e dai pianti di operatori estenuati. Ho rischiato una brutta depressione. Ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi stavo perdendo me stessa. Stavo abbandonando i miei sogni e il mio futuro in cambio di 500 euro al mese. Ho avuto il coraggio di dire basta e riprendere in mano la mia vita. Raccontare questa esperienza è stato molto faticoso. La voglio dedicare a tutti coloro che, come me, hanno barattato per necessità la loro dignità di uomini e di lavoratori.
Iole, 32 anni: “…ho iniziato a lavorare a dicembre 2004. Periodo natalizio, buonissimo periodo per regalare nuovi telefoni. Ogni giorno per 6 ore dovevo risolvere i problemi delle persone che non riuscivano a mandare mms, sms, che non potevano più usufruire della ‘Summer Card’, della ‘Vodafone infinity’ e di altre cose simili. La definizione di ‘lavoro alienante’ è la più indicata per definire questo mondo di call center, dove la differenza tra una persona e un robot sta solo nella materia che ci compone perché il comportamento è uguale. La società E- care aveva un tipo di contratto con Vodafone per cui il suo compenso dipendeva dal numero di chiamate ricevute da noi operatori. Per questo spesso sentivamo la voce fuori campo del team leader che intimava di chiudere il contratto con il cliente, senza dilungarsi in inutili chiacchiere…’; ‘mettete la miccia più corta così riduciamo i tempi morti’ e alla fine della giornata un carrello in più di minerale lascerà la miniera.
Non restarono isolati i minatori 100 anni fa; non sono rimasti soli i giovani del call center anche se la lotta è iniziata, in entrambi i casi, spontanea, senza il sindacato.
Allora bisognava costruirlo “formalmente” fra i minatori e diventerà la spina dorsale di tutte le lotte operaie in Sardegna; oggi disponiamo della “forma” ma dobbiamo costruirlo sostanzialmente fra le migliaia di precari presenti ormai in tutti i luoghi di lavoro. A prima vista appare certamente improprio stabilire una similitudine fra i dannati delle miniere di cent’anni fa e i giovani che lavorano in un centralino o stando dietro un computer, un banco vendite, una cassa dei grandi magazzini. La silicosi e la tubercolosi che falcidiavano i minatori ci appaiono cosa ben più drammatica e cruenta delle malattie professionali dei “nuovi lavori”. Ma, messe tutte le cose nel giusto contesto, è possibile vedere come quel sistema di cottimi che strozzava i minatori è lo stesso che strozza questi giovani, che i partiti di sinistra e il collettivo di avvocati che li difendono sono figli della stessa cultura di quegli avvocati e medici che all’inizio del secolo si battevano in difesa dei minatori. Cent’anni di lotte e migliaia di morti ci sono voluti per conquistare quello Statuto dei Lavoratori che ora dobbiamo riuscire ad estendere ai giovani precari, agli immigrati o ci troveremo di fronte all’equivalente di quello che Marx chiamava “esercito industriale di riserva”, che i padroni di tutti i tempi hanno cercato di utilizzare in funzione antioperaia. Se vogliamo onorare veramente quei padri fondatori che i giornali padronali dell’epoca definivano “estremisti e sovversivi”, non possiamo restare ad aspettare che la moltitudine di precari e lavoratori in nero venga nei nostri uffici; occorre investire risorse materiali ed umane, inventare modalità nuove di intervento e di organizzazione, per andare da loro ben sapendo che, come cent’anni fa, qualcuno di loro ci dirà: non fatevi vedere se no il padrone mi licenzia.
Appunto, come 100 anni fa.
Cofferati così conclude la sua prefazione alla Storia del movimento sindacale nella Sardegna meridionale “…A noi oggi spetta il compito di difendere e mantenere salda la pianta che è nata. Domani, se sapremo imparare dal passato correggendo i nostri errori e riconoscendo i nostri meriti, i frutti dell’albero verranno da soli” (pag. 14).
Su errori e meriti la discussione è aperta e complessa:
- non aver difeso adeguatamente la scala mobile fu un errore ( tanto che da allora abbiamo avuto una continua perdita del valore di acquisto dei salari) o fu un merito perché si voleva ridurre l’inflazione e dare spazio alla contrattazione?
- non aver contrastato le scelte del governo di centrosinistra quando con il “pacchetto Treu” avviò un processo di precarizzazione, che il governo Berlusconi ha sviluppato a dismisura attraverso la legge 30, fu un errore (tanto che oggi la sindacalizzazione stessa è ostacolata dalla frantumazione del mercato del lavoro) o fu un merito perché si pensava di favorire nuove possibilità di investimenti e di lavoro?
- avere concertato con governo e confindustria una politica dei redditi impostata su moderazione salariale, controllo di prezzi e inflazione, possibilità di investimenti per creare nuova occupazione e ricchezza da ridistribuire, fu un errore (tanto che si attuò solo la moderazione salariale) o fu un merito perché si pensava di favorire lo sviluppo del paese nell’interesse di tutti?
Cara Michela, diversamente da te, ho avuto la fortuna di affacciarmi al lavoro e alla politica sindacale in “anni formidabili”, senza essere mai stato costretto a “barattare per necessità” la mia dignità di uomo e di lavoratore; ora che mi accingo a lasciare il sindacato vorrei aiutare te che sei appena entrata nel movimento operaio a capire che quelle domande hanno attraversato, sotto diversa forma, tutta la storia della CGIL, e te le ritroverai di fronte a ogni passaggio importante della tua vita sociale; molto avrai da studiare e scoprirai nella storia passata della CGIL e in quella che contribuirai a scrivere, intrecciato con la risposta a quelle domande, il conflitto costante fra autoritarismo e democrazia, altruismo e opportunismo, serio impegno di ricerca e superficialità.
Infine mi permetto di metterti in guardia da un possibile errore che mi sembra presente anche nelle parole di Cofferati: pensare che la consapevolezza delle cose realizzate e la volontà di correggere gli errori commessi bastino a raccogliere i frutti che verranno. Tutto ciò è importante ma è il carattere oggettivo dello scontro di classe che non devi mai perdere di vista per poter affrontare le sfide del tuo tempo.
Come la generazione dei miei nonni ha dovuto inventare un modello di organizzazione sindacale, capace di evolversi; come la mia generazione, per unificare il movimento nell’ambito statale, ha dovuto lottare contro “le gabbie salariali” e per lo Statuto dei Lavoratori, così la tua generazione dovrà individuare modi e tempi per costruire l’organizzazione sindacale internazionale adeguata alla sfida della globalizzazione liberista, perché l’attuale organizzazione mondiale dei sindacati, anche quella europea, sono ancora ben poca cosa di fronte ai compiti che le masse di lavoratori e, come cento anni fa, di fanciulli diseredati ci pongono. Buon lavoro.
Vincenzo Pillai
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AA.VV. ”Storia del movimento sindacale nella Sardegna meridionale” ed. AMD/2002 - pgg. 25-38
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