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Geopolitica del Primo maggio
articolo di Maria Grazia Meriggi su Liberazione del 01.05.09
Il 1° maggio è stato il giorno di festa e di lotta più rappresentativo dei movimenti dei lavoratori, socialisti, comunisti, laburisti e anche cattolico-sociali. Nei paesi del cosiddetto "socialismo reale" era occasione per l'esibizione della forza che si credeva raggiunta. Negli anni Sessanta e Settanta in cui i movimenti sindacali europei e soprattutto italiani sembravano aver squilibrato a loro favore i rapporti di forza sociali è stato la grande festa in cui gruppi politici e partiti dei lavoratori portavano ognuno la sua voce, il suo specifico linguaggio. Oggi un impressionante mutamento culturale prima ancora che politico sembra voler negare un secolo di conquiste e di riforme nelle quali si è affermata l'idea secondo la quale la pura appropriazione privata della ricchezza prodotta dalla cooperazione sociale deve essere limitata e corretta da una redistribuzione che si giustifica non sulla base della semplice carità pubblica ma dei diritti del lavoro. L'impresa si vanta della sua potenza prometeica, anche quando distrugge i legami sociali. Il 1° maggio dunque riacquista tutto il suo significato, fondativo di una nuova e piena cittadinanza.
Francesco Renda ha appena pubblicato per le edizioni Ediesse una Storia del 1° maggio colta e militante insieme che davvero raccomando alla lettura. Renda appartiene a una generazione di militanti che hanno dedicato alla politica e ai compiti organizzativi anche quotidiani le loro energie intellettuali con grande generosità, per poi riportare nella ricerca universitaria le domande e i problemi sperimentati nella politica ed ha soprattutto studiato i problemi della società meridionale, dai Fasci siciliani a Portella della ginestra. Adesso si misura con un'impresa davvero ardua, cogliere allo specchio di un giorno eccezionale i caratteri e la direzione di fondo delle lotte dei lavoratori attraverso più di un secolo.
Il libro rievoca fatti e circostanze che al lettore non specialista possono suggerire riflessioni e sorprese. Innanzitutto la battaglia per le 8 ore nasce negli Stati Uniti e si sviluppa a lungo fra Usa e Australia. Negli Usa degli anni Ottanta del XIX secolo e dell'inizio del XX non mancavano le piccole e medie imprese basate sullo sfruttamento della fatica di giovani e donne e con scarsi investimenti iniziali - le cosiddette "fabbriche del sudore" ma quel sistema economico entrava nella sua seconda rivoluzione industriale in cui i massicci investimenti e la complessità tecnica e scientifica dei processi produttivi avrebbero potuto permettere la riduzione della giornata lavorativa. Il 1° maggio dunque nasce in un territorio agitato da massicce migrazioni, dalla formazione di una classe operaia plurinazionale spesso divisa ma anche attraversata dalle spinte autonome e ribelli dei movimenti anarchici. Che qualche volta venivano da nuclei di origine europea che però negli Usa avevano trovato naturalmente il movimento operaio come territorio d'insediamento e di propaganda. I rapporti fra questi movimenti i cui metodi e aspirazioni proseguono negli Industrial Workers of the World, il grande sindacato internazionalista dei non qualificati attivo dagli anni '10 agli anni '20 e i sindacati professionali organizzati da Samuel Gompers - nato in Inghilterra da genitori ebrei olandesi - le relazioni furono più conflittuali di quanto forse non emerga dal testo di Renda . Ma il "gomperism" fu combattuto dagli imprenditori americani negli anni della "caccia ai rossi" dopo la Prima guerra mondiale con feroce e orgoglioso classismo.
In Europa il 1° maggio viene adottato come giornata di lotta internazionale in occasione del congresso di fondazione della cosiddetta II Internazionale a Parigi nel 1889 e a partire dal 1890 studiare il 1° maggio impone di calarsi nelle peculiarità delle storie sociali dei diversi movimenti operai, nelle loro culture politiche, nelle specifiche relazioni con i partiti della sinistra istituzionale e con gli Stati.
Questo campo di studi era stato percorso con grande intelligenza anticipatrice dal lavoro di Andrea Panaccione, che dal 1985 al 1990 ha coordinato il progetto internazionale di ricerca sul 1° maggio per la fondazione Brodolini. I risultati di quel progetto sono stati in parte raccolti in vari volumi, fra cui ricordo La memoria del 1° maggio (Marsilio, 1988) e Un giorno perché. Cent'anni di storia internazionale del 1° maggio , (Ediesse, 1990) ma soprattutto quel gruppo di lavoro aveva cominciato a studiare in modo innovativo la nascita di un circuito, di una cultura internazionale condivisa definita dalla circolazione di immagini, di parole d'ordine, di comportamenti, di stili di lavoro collettivo. Aveva partecipato alla elaborazione di una storia sociale dei movimenti operai, un cantiere troppo in fretta disertato da molti dei suoi artefici nella crisi politica degli anni Novanta.
Dalle pagine di Renda emerge il brulichio ricco e contradittorio delle pratiche dei movimenti. In Europa rivendicare le 8 ore era davvero una scelta politica forte: le condizioni pratiche e contrattuali erano molteplici, gli orari ancora molto lunghi, la precarietà del lavoro diffusa e contrastata solo dal possesso del mestiere e non da garanzie contrattuali universalistiche. La riduzione dell'orario alludeva quindi insieme a una "politica economica dal basso" che permettesse di aumentare l'occupazione dividendola e a una richiesta di tempo per se stessi - per la vita personale, la cultura, il rapporto con la natura, e l'organizzazione. Se prima della grande guerra riduzioni di orario si conquistano contrattualmente in singole situazioni, una richiesta generalizzata di riduzione d'orario assumeva necessariamente il peso di una rivendicazione politica carica di immagini dell'avvenire in cui convergevano anche le tradizioni presenti nella lunga durata delle mentalità popolari riassumibili nella "Pasqua dei lavoratori", riscatto collettivo e festa di primavera. Queste pagine ci accompagnano fino al presente in cui, in Italia, alla crisi e all'autodistruzione di tanta parte della sinistra corrisponde una vitalità del movimento sindacale, e in particolare della Cgil, che ci ripropone il carattere irriducibile del conflitto economico nella società contemporanea. Dunque il 1° maggio continua a poter essere la festa dei lavoratori che vogliono civilizzare il mondo per sé e di conseguenza per tutti quelli che vogliono dare un senso al proprio percorso nella storia.
01/05/2009
Buon 1° Maggio a tutti e tutte Una giornata di festa e di lotta, di dignità e di memoria storica Fonte: Cgil di Roma e del Lazio su Liberazione del 01.05.09
Il 1° maggio nasce il 20 luglio 1889, a Parigi. A lanciare l'idea è il congresso della Seconda Internazionale: "Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita, in modo che in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi". La scelta cade sul 1 maggio, una data simbolica (il 1 maggio 1886, infatti, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago, fu repressa nel sangue). La manifestazione riuscì alla grande. Un salto di qualità del movimento dei lavoratori. Tanto che viene deciso di replicarla per l'anno successivo. Il 1 maggio 1891 induce la Seconda Internazionale a rendere permanente quella che, da lì in avanti, dovrà essere la "festa dei lavoratori di tutti i paesi". Inizia così la tradizione del 1 maggio, l'obiettivo originario delle otto ore lascia il posto ad altre rivendicazioni politiche e sociali, più impellenti. Il 1 maggio 1898 coincide con la fase più acuta dei "moti per il pane", che investono tutta Italia e hanno il loro tragico epilogo a Milano. Il 1 maggio 1919 i metallurgici e altre categorie di lavoratori possono festeggiare il conseguimento dell'obiettivo originario della ricorrenza: le otto ore. Nel volgere di due anni però Mussolini arriva al potere e proibisce la celebrazione del 1 maggio. Durante il fascismo la festa del lavoro viene spostata al 21 aprile, giorno del cosiddetto Natale di Roma. All'indomani della Liberazione, il 1 maggio 1945, partigiani e lavoratori, anziani militanti e giovani si ritrovano insieme nelle piazze d'Italia in un clima di entusiasmo. Appena due anni dopo il 1 maggio è segnato dalla strage di Portella della Ginestra. Nel 1948 le piazze diventano lo scenario della profonda spaccatura che, di lì a poco, porterà alla scissione sindacale. Bisogna attendere il 1970 per vedere di nuovo i lavoratori celebrare uniti la loro festa. Oggi un'unica grande manifestazione unitaria esaurisce il momento politico, mentre il concerto rock che da qualche anno Cgil, Cisl e Uil organizzano per i giovani sembra aderire perfettamente allo spirito del 1 maggio, come lo aveva colto nel lontano 1903 Ettore Ciccotti: «Un giorno di riposo diventa naturalmente un giorno di festa; e un'accolta di gente, chiamata ad acquistare la coscienza delle proprie forze, a gioire delle prospettive dell'avvenire, naturalmente è portata a quell'esuberanza di sentimento e a quel bisogno di gioire, che è causa ed effetto al tempo stesso di una festa». Fonte: Cgil di Roma e del Lazio
01/05/2009
Ecco il Primo maggio dai «possibilisti» al sindacato americano
di Loris Campetti su il Manifesto del 01.05.09
«Vieni o Maggio t'aspettan le genti/ ti salutano i liberi cuori/ dolce Pasqua dei lavoratori/ vieni e splendi alla gloria del sol». Sull'aria del Nabucco di Giuseppe Verdi, i versi scritti dall'anarchico Pietro Gori rimandano alle origini della festa del 1° Maggio, a 123 anni fa e ai «martiri di Chicago» che si battevano per le otto ore di lavoro. Come Albert R. Parson, leader del sindacalismo americano, impiccato un anno e mezzo più tardi, che secono Luciano Lama, ripreso oggi da Guglielmo Epifani nella prefazione alla «Storia del Primo Maggio» di Francesco Renda (Ediesse edizioni, 284 pagine, 15 euro), aveva dato «la definizione più pura e più universale del 1° Maggio»: «Spezza il tuo bisogno e la tua paura di essere schiavo, il pane è libertà, la libertà è il pane». Per un'epigrafe scritta per ricordare i martiri di Chicago, lo stesso Pietro Gori fu arrestato nel 1887 con l'accusa di istigazione alla protesta contro le navi statunitensi alla fonda nel porto di Livorno.
Una festa laica, la festa del lavoro, che ha retto tutti questi anni nei cinque continenti rinnovandosi. Talora costretta alla clandestinità o sostituita, come in Italia, dal Natale di Roma (il 21 aprile) di mussoliniana memoria. Le dittature fasciste hanno cancellato finché sono durate il 1° maggio, il socialismo reale l'ha trasformato in una ritualità di regime cancellandone il senso originario. Quest'anno, per la prima volta da decenni, i lavoratori di Istanbul potranno tornare in piazza, sia pure non nella piazza Taksim teatro del massacro di 34 persone il 1° maggio del 1977.
Ce ne sarebbero di storie da raccontare, saltando da un angolo all'altro del mondo. Il punto di partenza, per chi avesse scoperto o riscoperto la centralità del lavoro che ben due passaggi di secolo hanno rivoluzionato ma non cancellato, è la lettura della «Storia del Primo Maggio dalle origini ai giorni nostri», l'ultimo nato dello storico del movimento operaio Francesco Renda, autore di molti libri tra cui «Portella della Ginestra e la guerra fredda» o «Il Primo maggio 1890». Proprio nel 1890 questa data viene assunta universalmente come giornata di festa e di lotta dei lavoratori. Non molti ne conoscono le origini, per esempio sono pochi a sapere che la decisione venne presa un anno prima dal Congresso socialista internazionale che si tenne a Parigi. In realtà, ci ricorda Renda, i congressi furono due e si svolsero contemporaneamente nella città che festeggiava il centenario della Rivoluzione francese, con cui la borghesia si era liberata dal giogo della nobiltà. Era arrivata l'ora in cui il proletariato si liberasse del giogo del capitale, pensava «il vero congresso internazionale», quello degli «impossibilisti». Costoro - a differenza dei «possibilisti» che ritenevano possibile «una conciliazione degli interessi e dei diritti operai con gli interessi e con il potere della borghesia dominante» - erano marxisti e portarono al Congresso 391 delegati di 23 paesi, dai due generi di Karl Marx all'italiano Andrea Costa, da Clara Zetkin a quel Karl Liebknecht che insieme a Rosa Luxemburg avrebbe dato vita alla Lega degli spartachisti, repressa nel sangue a Berlino dai socialdemocratici nel gennaio del 1919. Fu il sindacalista americano Mac Gregor con il suo appassionato appello a convincere il Congresso ad assumere il 1° maggio come giornata internazionale dei lavoratori.
Lo storico svolge bene il suo lavoro e non offre ricette. Degli stimoli invece sì, delle consederazioni che riguardano il presente e il futuro. Il punto è il rilancio del 1° Maggio, avendo alle spalle il terremoto politico dell'89 ma anche «l'obsolescenza della dottrina sociale cattolica rappresentata dalla Rerum Novarum». Una fase si è chiusa, non lo sfruttamento che ha segnato storicamente i rapporti sociali e di produzione. Oggi in forme nuove che in passato. Oggi, scrive Renda, «in ogni paese industrialmente sviluppato, è nata e cresciuta la nuova classe dell'operaio povero, e non guadagna più abbastanza nemmeno lo stesso operaio specializzato... E' una nuova figura sociale dello sviluppo capitalistico. Naturalmente sono ancora più poveri i lavoratori precari e soprattutto i lavoratori disoccupati». Povero e, aggiungiamo noi, frantumato, isolato, privo di rappresentanza politica e spesso anche sociale. Contrapposto nella crisi per sesso, geografia, età, diritti, ad altri lavoratori. Se tornano di attualità le parole di Parson - «il pane è libertà, la libertà è pane» - ancora lungo è il cammino per tornare al Marx dei «Proletari di tutti i paesi unitevi».
Una proposta, alla fine, esce dal lavoro di Renda: rilanciare il primo maggio come simbolo del valore sociale del lavoro, di quel lavoro che oltre sessant'anni fa i costituenti hanno messo a fondamento della Repubblica democratica. Trasformandolo in un momento di bilancio annuale delle conquiste strappate (mai per sempre, come suggerisce la cronaca italiana di oggi) e della strada ancora da percorrere.
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