Home
Influenza Suina: ancora conseguenze della cattiva globalizzazione PDF Stampa
lunedì 11 maggio 2009

di Ivan Nardone, responsabile Dipartimento Agricoltura, pesca e sovranità alimentare

Nonostante le continue rassicurazioni, ci risiamo. Prima la Bse, un morbo figlio della follia di voler risparmiare e alimentare, a base di farine, animali ruminanti come le mucche; poi la Sars, poi l’influenza aviaria, a dicembre i maiali irlandesi alimentati con oli industriali, oggi di nuovo emergenza con i maiali, ma dal Messico. Va da se che, nonostante le continue e giustificate rassicurazioni da parte del mondo agricolo ai consumatori, le continue “emergenze” pongono un problema serio sugli allevamenti iperintensivi, che, su scala planetaria, stanno diventando vere e proprie bombe ad orologeria con costi pesanti in termini di vite umane, nonché in termini economici ed ambientali. Nonostante il minimalismo, sono purtroppo già arrivati in Messico e Stati Uniti i primi morti, soprattutto tra la popolazione più povera, sia perché le stalle intensive sono collocate presso le comunità più modeste, sia per le condizioni sanitarie di base - non certo eccellenti- come quelle appunto statunitensi e americane. Secondo Enrico Morioni, Presidente dell’Asvep, (l’associazione culturale veterinaria di salute pubblica) “ i suini sono sensibili sia ai virus influenzali umani sia a quelli aviari: mettiamoli in allevamenti intensivi e otteniamo le condizioni ideali per permettere ai virus di allenarsi, evolvendosi fino a arrivare, mutazione dopo mutazione, al salto di specie tra animale e uomo”; quindi, le modalità di contagio non sono remote, ma sono assai insidiose poiché il virus si trasmette da uomo a uomo e con rapidità allarmante soprattutto nelle aree rurali e povere. In termini economici, le continue emergenze derivate da modelli di agricoltura iperindustrializzata sono costate tre miliardi di euro all’agricoltura e all’intera filiera agroindustriale. In Italia ed in genere nell’Ue sia per i buoni sistemi sanitari, sia per le direttive che regolamentano gli allevamenti, i rischi di contrarre l’influenza suina sono minimi cosi come sono nulli i rischi di prendere forme influenzali come HCN1 mangiando carne di maiale cotta o insaccata ovunque prodotta. Pur consapevoli però che una nuova psicosi alimentata dai mezzi di comunicazione di massa possa ingiustificatamente piegare un settore gia in difficoltà, come quello dei suini, sarebbe da stolti far finta di nulla e non affrontare il tema della produzione e del consumo di cibo. Più volte il movimento antiglobalizzazione ha denunciato i rischi ambientali, sociali e culturali del cibo come merce qualsiasi da regolamentare all’interno dell’organizzazione mondiale del commercio. In ogni zona del mondo il movimento ha rivendicato che il cibo non è una merce e che l’agricoltura non può essere regolamentata dal Wto, eppure, nel super mercato globale si continua a produrre senza regole, delocalizzando produzioni in paesi poveri senza nessun controllo dal punto di vista ambientale, sanitario e senza diritti per lavoratori. L’allevamento da cui sembra essere partita l’attuale influenza pare sia quello di “La Gloria”, vicino Vera Cruz, un allevamento chiamato dalla popolazione locale “ la grande fabbrica dei maiali” una “fabbrica” delocalizzata della Statunitense USA Smithfield food definita “ la regina mondiale del porco”. Quindi la prassi è sempre la stessa continuare a produrre dove costa meno per far consumare dove si può spendere di più, con il risultato che nell’Ue e negli stessi USA chiudono aziende di qualità e nei paesi poveri proliferano per l’esportazione allevamenti devastanti dal punto di vista ambientale, senza garanzie per i lavoratori e senza il minimo rispetto delle direttive per il benessere animale presenti ad esempio nell’Ue. Le conseguenze dell’influenza Suina dopo la Bse, l’aviaria etc., sia da monito a tutti coloro i quali sostengono troppo restrittive e costose le norme di sicurezza sugli allevamenti europei o anche le direttive europee, come quella sui nitrati, completamente ignorata nel nostro Paese. Il crollo del consumo di carne suina sia da monito anche per le imprese dell’agroindustria (non ultima quella italiana) che continuano ad opporsi all’etichettatura obbligatoria dell’origine degli alimenti continuando a rincorrere materie prime a basso costo in giro per il mondo per trasformarle poi in Italia e farle diventare prodotto Italiano, magari di nicchia!! In Italia solo dopo la BSE e l’influenza aviaria pur prendendoci le procedure di infrazione dall’UE è stato possibile l’obbligo dell’etichettatura per le carni bovine ed avicole mentre restano senza difesa gli allevatori di maiali, conigli, agnelli, che subiscono una concorrenza sleale su scala planetaria senza strumenti di difesa. In Italia due prosciutti su tre sono venduti come italiani, ma provengono da maiali allevati all’estero; molti allevamenti non rispettano le direttive europee sui nitrati, nonché le direttive sul benessere animale. II Governo Italiano si impegni subito a costringere le nostre regioni al rispetto pieno della direttiva nitrati nonchè delle direttive sul benessere animale. Si imponga inoltre, anche per le carni suine, pur con una forzatura sull’UE, l’etichettatura obbligatoria, uno strumento minimo per garantire i consumatori ed un settore produttivo che conta 160.000 addetti, 5 mila allevamenti e 15 miliardi di fatturato.

 
 

Voucher alle casalinghe: “diritti negati a 200 mila lavoratrici agricole” PDF Stampa
martedì 14 aprile 2009

Dichiarazione del segretario generale della Uila-Uil Stefano Mantegazza

“La definizione di ‘casalinga’ non esiste giuridicamente, è un modo per indicare una donna senza lavoro, come sono le oltre duecentomila braccianti che lavorano stagionalmente in agricoltura e che attraverso questo lavoro portano a casa salario, pensione e tutele assistenziali. I voucher le priverebbero di tutti questi diritti. Non crediamo che questa sia la volontà del ministro”. È quanto ha dichiarato il segretario generale della Uila-Uil Stefano Mantegazza commentando la decisione del ministro del Welfare Maurizio Sacconi di estendere i voucher agricoli anche alle casalinghe. “Siamo molto perplessi anche perché questa decisione manda in frantumi l’accordo raggiunto, sia pure con difficoltà tra le parti sociali del settore, sul perimetro di utilizzo dei voucher in agricoltura” ha aggiunto Mantegazza “inoltre il ministro e i suoi collaboratori non hanno mai accettato un confronto con il sindacato sui risultati prodotti dall’introduzione dei voucher e sulle modifiche necessarie, a nostro avviso, per evitare che questo strumento divenga un nuovo sistema di sfruttamento delle persone più deboli”.

 
 

DL-INCENTIVI, UN ATTACCO CONTRO IL MONDO DEL LAVORO AGRICOLO PDF Stampa
martedì 14 aprile 2009

SCIOPERO GENERALE IL 17 APRILE

Dichiarazioni del Segretario generale della Flai-Cgil Stefania Crogi

“Il governo sta provando per l’ennesima volta a destrutturare da cima a fondo il mercato del lavoro in agricoltura e punta a togliere diritti e tutele a centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori. Solo in questa chiave, infatti, possono essere letti gli emendamenti al dl-incentivi che estendono il sistema dei voucher alle donne casalinghe e ai parenti fino al quarto grado di parentela.L’estate scorsa eravamo riusciti a porre un freno all’azione governativa, facendo limitare l’utilizzo dei voucher ai pensionati e ai giovani sotto i 25 anni ma oggi siamo di fronte ad un attacco rivolto a tutto il mondo del lavoro agricolo. E’ per questo che l’unica risposta possibile, dopo mesi nei quali abbiamo atteso invano di essere convocati dal Ministro Sacconi, è lo sciopero generale della categoria per il prossimo 17 aprile così come abbiamo deciso con Fai e Uila. Se qualcuno pensa che si possano attaccare alle basi i diritti dei lavoratori agricoli sperando di passarla liscia e senza conseguenze si è sbagliato di grosso e dovrà fare i conti con una categoria che non ne vuole sapere di perdere diritti conquistati in anni e anni di lotte”.

 
 

Ridateci l’aranciata: un problema serio per la salute dei bambini e per i produttori di arance PDF Stampa
martedì 31 marzo 2009

di Ivan Nardone

Durante la seconda guerra mondiale, per via dell’embargo in Germania, non si poteva produrre più la Coca Cola che, nonostante la difficile concorrenza con la birra, aveva comunque raggiunto un ottimo livello di consumo tra i tedeschi. Così, un Manager della Coca-Cola, Max Keith, convertì negli stessi stabilimenti la produzione di Coca Cola in una bevanda “frizzante”, o “fantastique”, cui prese il nome la nota aranciata “Fanta”. Una bibita che aveva tra gli ingredienti fibra di mele e saccarina come dolcificante. Di arance, nonostante il nome, neanche l’ombra. Successivamente, almeno in Italia, la legge 286 del 1961 regolamentava che “ le bevande analcoliche vendute con denominazione di fantasia….non possono essere colorate se non contengono anche succo di agrumi in misura non inferiore al 12%”. Ebbene, alcuni giorni fa, il Senato della Repubblica, nel recepire la legge comunitaria, ha approvato un articolo che, di fatto, taglia l’obbligo del contenuto minimo del 12% di agrumi! Ovvero, potrebbe chiamarsi aranciata qualsiasi bibita zuccherata di color arancio! Notevole ordinare uno Screw Driver ( per i non frequentatori di pub, un long - drink con vodka e succo d’arancia), sapendo che tra gli ingredienti scompaiono le arance e compaiono invece fibra di mele, aromi vari e zucchero in abbondanza. Stesso ragionamento vale ovviamente per il limone, poiché qualsiasi bibita zuccherata color limone potrebbe chiamarsi liberamente limonata! Poveri consumatori di Gin(non)Lemon. Comportamento schizofrenico della Commissione Europea che ha appena finanziato importanti progetti per aumentare il consumo di frutta per i propri cittadini, visto che la cattiva alimentazione sta diventando un vero e proprio problema sociale. Comportamento schizofrenico, inoltre, per il Ministro Zaia, paladino delle produzioni locali, ma evidentemente per lui c’è la giustificazione che le arance non si producono dalle parti di Treviso, una spremutina di radicchio l’avrebbe difesa con i denti. Ora la Camera può ancora respingere questo attacco per evitare che aranciata e limonata seguano le tante porcherie che il commercio internazionale ci sta rifilando, dal vino senza uva realizzato dalla fermentazione di lamponi e ribes, al cioccolato con oli vegetali spesso geneticamente modificati, fino ad arrivare al vino d’annata invecchiato con trucioli presi dagli scarti delle falegnamerie. Secondo i calcoli della Cia, con questo provvedimento sarebbero inoltre 120 milioni i chili di arance che i produttori non venderebbero alle industrie delle bibite, con un crollo economico che penalizzerebbe soprattutto il sud. L’agroalimentare è il secondo settore produttivo per PLV nel nostro Paese, le nostre produzioni alimentari sono le più invidiate e contraffatte nel mondo; possibile che un Governo conservatore, nazionalista, che somma con boria “Alleanza Nazionale con Forza Italia “ non provi a difendere neanche arance e limoni?

 
 

FERRERO, PRC: QUOTE LATTE, GOVERNO EVITI VOTO DI FIDUCIA PDF Stampa
martedì 31 marzo 2009

Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc. 

FERRERO, PRC: QUOTE LATTE, GOVERNO EVITI VOTO DI FIDUCIA. IMPROPONIBILI LE MODALITA' DI RIASSEGNAZIONE CONTENUTE.

Il Governo eviti il voto di fiducia sul decreto sulle quote latte. La regolarizzazione del settore dopo tanti anni di incertezze, necessita di partecipazione e condivisione. Abbiamo valutato positivamente l’operato del Ministro Zaia in sede comunitaria nell’assegnazione di nuove quote per il nostro paese ma restano improponibili le modalità di riassegnazione avanzate per Decreto, modalità che non trovano condivisione neanche tra le forze politiche della maggioranza. Il Governo eviti inutili prove di forza, ascolti le mobilitazioni che stanno attraversando il Paese e avvii un grande processo di partecipazione per il riordino di un settore vitale per il nostro Paese.

 
 

Agricoltura tra cambiamenti climatici, energia, rifiuti PDF Stampa
mercoledì 25 marzo 2009

Contributo scritto per il Seminario Nazionale Clima, Energia, Rifiuti

(14-15 marzo 2009)

di Ivan Nardone


Il suolo come serbatoio di Co2

In Italia negli ultimi 40 anni 7 milioni di ettari sono stati sottratti all’attività agricola a vantaggio di altri settori economici in primis il cemento. La conferenza di Dakar sulla desertificazione ha mostrato inoltre come l'Italia sia minacciata da una crescente desertificazione con il 50 per cento dei terreni oramai classificati come poveri di sostanza organica. Prima dell’avvento dell’agricoltura iper intensiva e della meccanizzazione spinta il suolo italiano conteneva in media 130 tonnellate per ettaro di carbonio fissato nella sostanza organica del terreno, oggi i suoli italiani contengono in media 70 tonnellate di carbonio per ettaro. In un secolo l’aggressività di particolari tecniche agricole ha portato che dai suoli italiani si siano “liberate” ( fonte legambiente LAIQ) 200 tonnellate per ettaro di CO2, che, moltiplicata per quasi 8 milioni di ettari di superficie agricola utilizzata (SAU) porta ad un totale di 4GT di CO2 di emissioni (1GT= 1 giga tonnellate= un miliardo di tonnellate) . Il suolo ha perso quindi circa il 50% del carbonio organico che conteneva. Questo vuoto ovviamente si potrebbe riempire nuovamente facendo accumulare nel tempo nuova sostanza organica. Se si riuscisse con appropriati sistemi di gestione agricola a ricostruire solo la metà dello stock di carbonio che era presente all’inizio del secolo scorso si sequestrerebbero nei suoli italiani GT di Co2. Il contributo di una corretta gestione del suolo come bene comune può favorire quindi una notevole riduzione di emissione di Co2 ed è auspicabile quindi che a tutti i livelli si avanzino proposte affinché particolari filiere produttive come ad esempio il biologico dimostrando l’effettivo sequestro di Co2 (carbon sink) possano chiedere una contribuzione pubblica per il riconoscimento dei certificati verdi, uno strumento ulteriore per altro per valorizzare i terreni agricoli preservandoli anche dalla speculazione edilizia.

I contributo dei boschi come serbatoio di Co2

Secondo gli ultimi dati contenuti nell’inventario nazionale delle foreste e dei serbatoi forestali di carbonio sono circa 12 miliardi gli alberi che costituiscono il polmone verde dell’Italia. La superficie forestale nazionale è pari a 10,5 milioni ettari. Il 40% delle imprese agricole italiane possiede un bosco ed i boschi rientrano ufficialmente nel piano di lotta nazionale conto il riscaldamento climatico ed in particolare il protocollo di Kyoto, occorre quindi assegnare appositi certificati verdi per riconoscere e incentivare l’impegno degli imprenditori agricoli nella gestione dei boschi.

Ciclo corto e riduzione emissione di co2

Secondo il libro verde del 2000 della Commissione Europea i trasporti pur rappresentando solo il 28% delle emissioni totali di anidride carbonica saranno la principale causa dell’inosservanza da parte dell’UE degli impegni assunti a Kyoto . Si prevede inoltre che i previsti aumenti di anidride carbonica saranno attribuibili per il 90% al settore dei trasporti. Consumando prodotti locali e di stagione facendo attenzione agli imballaggi è possibile ridurre di molto le emissioni di C02 e contemporaneamente favorire produzioni locali garanti della stagionalità, della sicurezza alimentare e spesso a prezzo contenuto con vantaggi per produttori e consumatori. Con la finanziaria del 2008 ( Governo Prodi) le amministrazioni locali possono favorire ovunque mercati di vendita diretta di produzioni agricole.

Centrali a biomasse

Il libro bianco della Commissione Europea sull’energia prevede che il contributo delle biomasse di produzione agricola al fabbisogno energetico dovrà passare nell’ UE dagli 88 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio del 2000 a 188 milioni di tonnellate equivalenti nel 2010 (fonte Enea). Pur avendo chiaro che l’energia da biomasse non potrà mai rappresentare il futuro dell’agricoltura (che invece deve rafforzare il suo legame prioritario con l’alimentazione), crediamo però lo sviluppo di una filiera energetica alternativa ai fossili possa portare un contributo importante sia in termini ambientali che occupazionali. Ad oggi però purtroppo è possibile bruciare nelle centrali a biomasse di tutto, dai rifiuti animali ai rifiuti industriali, dagli scarti di agricoltura ai residui industriali fino alla parte biodegradabile dei rifiuti urbani ovvero è molto facile che gli impianti a biomasse diventino di fatto pericolosi inceneritori. In ogni regione vengono avanzate decine e decine di richieste di apertura di centrali a biomasse e spesso con legittime preoccupazioni da parte dei cittadini. Le autorizzazioni all’apertura di centrali a biomasse sono fasi complesse e non richiedono scorciatoie, per poter esprimere un giudizio di fattibilità occorre avere prima una valutazione di impatto ambientale, conoscere cosa la centrale si propone di bruciare e poi un giudizio tecnico-economico che presuppone la decisione di quale ciclo utilizzare per la raccolta ed essiccazione nonché la conoscenza dei caratteri merceologici del materiale da bruciare da cui dipende la progettazione del bruciatore, della caldaia e della centrale. Nella legge finanziaria del 2008 ovvero del precedente Governo Prodi si prevedeva che le centrali a biomasse dovevano alimentarsi da produzioni locali ovvero prelevate nel massimo di 70km dalla centrale con un’effettiva riduzione di C02 e uno sbocco di mercato formidabile per gli scarti di agricoltura o per produzioni no food coltivate in zone particolarmente compromesse per le produzioni alimentari. Nel nuovo disegno di legge sull’energia elettrica da biomasse presentato dal Ministro Zaia invece scompare il concetto di filiera corta e quindi nelle migliore delle ipotesi le centrali si alimenteranno di biomasse che arriveranno dal Borneo, dal Brasile etc con gravi conseguenze ambientali e sociali in quei paesi, senza, nessuna ricaduta occupazionale sui nostri territori, senza effettiva riduzione di Co2 ( con i lunghi trasporti aumenterebbero le emissioni) e con aumento di traffico locale spaventoso. Per noi nessun pregiudizio quindi, anzi, pensiamo che le centrali a biomasse possano essere una prospettiva importante sia dal punto di vista ambientale che occupazionale ma le decisioni necessitano di percorsi partecipati e del consenso delle popolazioni locali, cui vanno date tutte le garanzie. Provvedimenti del genere non possono essere lasciati insomma all’autoreferenzialità delle imprese attratte da significativi incentivi ed a improvvisati amministratori locali pronti a recuperare fondi dopo i tagli del Governo nazionale. Le eventuali centrali a biomasse devono avvenire all’interno di un processo partecipativo vero, all’interno di piani energetici regionali che favoriscano lo sviluppo di energie rinnovabili in un rigoroso quadro di sostenibilità ambientale e sociale, la messa a punto di un sistema di certificazioni che assicuri che le biomasse portino reali benefici climatici ovvero effettiva riduzione di CO2; che le biomasse non arrechino danni a specie ed habitat nella fase di coltivazione, che le produzioni siano prodotte nel massimo rispetto degli equilibri ambientali, in un’ottica di agricoltura multifunzionale e che la materia prima sia prelevata in loco a beneficio dei produttori locali.

Agroenergie

Biodiesels, Bioetanolo,

Nella società in cui 800 milioni di persone muoiono di fame riconvertire milioni di ettari di produzioni agricole per uso non alimentare resta una follia. Di conseguenza come PRC aderiamo alle proposte delle organizzazioni contadine come Via Campesina che su scala mondiale propongono una moratoria per la destinazione di terreni agricoli per le produzioni di agroenergie. Ciò nonostante sarebbe importante sperimentare in Italia anche per far fronte agli obblighi della commissione europea produzioni di biodisel e bioetanolo di nuova generazione a partire dal recupero di scarti di agricoltura o dal valorizzare le produzioni non più sostenute dall’accoppiamento comunitario come ad esempio la barbabietola da zucchero.

Biogas

Dalle discariche di rifiuti, cosi come dai depositi di liquami zootecnici si possono estrarre ingenti quantità di biogas, un combustibile ad alto potere calorico per metà costituito da metano che se rilasciato in atmosfera produce un effetto serra pari a 21 volte quello della Co2. per produzioni annue superiori a 100.000 KWH è possibile emettere certificati verdi come riconoscimento economico per gli impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.

Rifiuti: l’ agricoltura ne ha bisogno

Una corretta raccolta differenziata “porta a porta “ porterebbe nel nostro paese a ridurre in maniera impressionante la volumetria di rifiuti secchi in larga parte riutilizzabili e attraverso politiche di compostaggio si potrebbe restituire attraverso il compost organico fertilità ai suoli sempre più devastati da pratiche agricole insostenibili. Sempre più imprenditori agricoli stanno considerando il compost come lo strumento più adatto per ripristinare la fertilità e permettere la crescita di coltivazioni che meglio si adattino al clima mediterraneo soprattutto orticoltura e frutticoltura. Eppure nonostante questo “bisogno” di organico le sostanze biodegradabili trattate negli impianti di compostaggio sono appena 2,67 milioni di tonnellate ovvero solo l’8% dei 31 milioni di rifiuti urbani prodotti nel nostro paese.

 
 

QUOTE LATTE PDF Stampa
mercoledì 25 marzo 2009

Nardone: "Il Governo tenga conto delle mobilitazioni e della discussione parlamentare"

(4 marzo 2009)

Migliaia di produttori aderenti a Cia e Confagricoltura hanno manifestato in maniera ordinata ad Arcore ed a Gemonio, rispettivamente davanti le case del Premier Berlusconi e del Ministro Bossi. Per Ivan Nardone, Responsabile Agricoltura PRC “dopo le mobilitazioni dell’ Autunno di Confagricoltura e Cia, nonché dopo lo sciopero unitario dei braccianti dello scorso 18 dicembre ancora forti contestazioni all’operato del Governo arrivano dal mondo dell’agricoltura. Il Governo ascolti e rispetti la voce di chi da anni vive nell’incertezza, vede calare i prezzi alla produzione mentre aumentano indiscriminatamente i prezzi al consumo. Anche sul latte il prezzo alla stalla resta di 35 centesimi mentre al consumo si spendono mediamente 1,4 al litro con un ricarico del 300%. Sul decreto sulle quote latte come PRC abbiamo sempre ritenuto fallimentare il regime delle quote che dal 1984 hanno portato il nostro paese ha produrre solo il 55% del fabbisogno. Abbiamo sempre difeso gli allevatori onesti ma non abbiamo mai considerato come brutti, sporchi e cattivi coloro che nel corso degli anni pur fatturando hanno sforato con la produzione pur di non chiudere le aziende. Il Decreto del Ministro Zaia lo abbiamo definito pasticciato ma utile come base di partenza per l’iter parlamentare nell’aumentare significativamente le quote di assegnazione nel nostro paese e riteniamo altresì utili alcuni provvedimenti già presi dal Parlamento come l’obbligo di etichettatura. Riteniamo però sbagliato non tener conto di altre posizioni espresse in Parlamento e richieste dai Manifestanti in queste ore come “la rinuncia al contenzioso da parte degli allevatori beneficiati dal decreto, la distribuzione delle nuovequote non solo ai grandi splafonatori e la creazione di un fondo di solidarietà cospicuo per gli allevatori che in questi anni si sono indebitati per l’acquisto di nuove quote, nonché il rispetto severo nelle rassegnazione delle quote della direttiva europea sui nitrati”.

 
 

REGIONE LAZIO- APPROVATA PROPOSTA DEL PRC: ‘PIU’ BIO NELLE MENSE SCOLASTICHE’ PDF Stampa
mercoledì 25 marzo 2009

REGIONE LAZIO-APPROVATA LEGGE PROPOSTA DAL PRC:‘PIU’ BIO NELLE MENSE SCOLASTICHE’

“L’approvazione di questa legge è un risultato importante. Più ‘bio’ nelle mense per minori significa più salute per i nostri ragazzi ed educarli a una equilibrata pratica alimentare”. Ivano Peduzzi, capogruppo del Prc alla Regione Lazio, commenta così l’approvazione della proposta di legge che ha presentato in Consiglio regionale dal titolo ‘disposizioni in materia di alimentazione consapevole e di qualità nei servizi di ristorazione collettiva per minori’. “L’obiettivo principale di questa legge - prosegue - è garantire una percentuale tra il 50 e il 100 per cento di prodotti biologici nelle mense per minori gestite da comuni, Asl e istituti di pena. Si tratta, in sostanza, di migliorare la qualità dei pasti. Con i prodotti ‘bio’ si elimina il rischio che residui chimici rimangano nell’organismo e si prevengono patologie legate al rapporto tra adolescenti e cibo, come l’obesità, l’anoressia e la bulimia. Da un’inchiesta condotta dal gruppo del Prc qualche tempo fa è emerso che, purtroppo, il consumo di prodotti biologici nelle mense scolastiche del Lazio non supera mai il 20/25 per cento, con l’unica eccezione del comune di Roma, il cui servizio di ristorazione per minori garantisce già più del 90 per cento di biologico. Con questa legge vogliamo riportare anche una situazione di equilibrio tra la capitale e il resto del Lazio sostenendo i comuni, specie i più piccoli, che hanno scarse risorse da investire nella ristorazione per minori.Voglio sottolineare – continua - che la legge punta anche su percorsi formativi per gli operatori del settore con interventi significativi in materia di educazione alimentare. Più ‘bio’ significa, inoltre, dare un contributo sostanziale alla salvaguardia ambientale, perché parliamo di tecniche di produzione agroalimentare che escludono l’uso di sostanze cosiddette di sintesi. In più, questa legge mette al centro anche il tema della filiera corta dando precedenza ai prodotti tipici della nostra regione. Un grazie - conclude Peduzzi - va a tutti i consiglieri che l’hanno sottoscritta e a tutte le associazioni che hanno contribuito a costruirla e che l’hanno sostenuta fin dall’inizio”. (18 marzo 2009)

 
 

<< Inizio < Prec. 1 2 Pross. > Fine >>