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Castel romano: apartheid dal volto "umano" |
Castel romano: apartheid dal volto "umano"
Le automobili sfrecciano lungo la Pontina, nota, non solo nella provincia di Roma, come la “strada della morte” per la quantità di incidenti stradali che vanta.
A 23 chilometri dalla città, il verde dei campi è interrotto da una larga striscia bianca. File perfette di container altrettanto candidi disegnano un paesaggio artificiale. A terra brecciolino e polvere dello stesso colore. La luce è abbagliante e il sole, già dalle 10 del mattino batte implacabile. Ad una distanza di “sicurezza” da ogni insediamento umano sorge il campo attrezzato di Castel Romano: un migliaio di persone, molti i bambini, grandi nuclei familiari rom che un tempo erano concentrati in un'altra area all’interno della città, quella di Vicolo Savini.
All’inizio sembra di entrare in una quiete irreale. Fa già caldo e stare nei container è fonte di sofferenza. Una delegazione delle associazioni che hanno siglato il patto per una Roma democratica e solidale, è entrata, invitata, a vedere con i propri occhi quali esperimenti si vanno realizzando sulle spalle dei rom. «È anche colpa nostra – racconta con rabbia un capofamiglia – ci avevano promesso il paradiso e invece siamo in un campo di concentramento. Abbiamo creduto che la vita dei nostri figli sarebbe migliorata». Parole forti che, girando fra i prefabbricati, acquistano sempre più senso. Non c’è degrado apparente, una cooperativa composta anche da abitanti provvede alle pulizie, c’è l’abbandono delle persone, la scelta di lasciarle scientemente, senza prospettive, e senza futuro, in un ghetto invisibile dal Campidoglio. Uomini e donne, con dignità e fermezza mostrano la nuda realtà dei fatti. L’acqua corrente non è potabile, è poca e non consente neanche di farsi la doccia, il mondo esterno è tenuto lontano, le fermate dell’unico autobus distano quasi un chilometro. «Se andiamo alla fermata, i bus neanche si fermano quando ci vedono». Sono in tanti e tante a voler parlare e a raccontare i piccoli e grandi disagi da affrontare quotidianamente: «Non ci sono negozi e la spesa la può fare solo chi ha la macchina- commenta uno – Prima i bambini andavano a scuola regolarmente, ora il bus che passa a prenderli arriva sempre in ritardo e non riescono ad entrare in classe prima delle 9.30, urla una signora più anziana». Ci accompagnano al confine del campo, dove una scarpata piena di sterpaglie porta ad un rigagnolo nauseabondo. L’acqua che arriva ai rubinetti – a detta di un operatore – ha superato gli standard che ne consente l’uso agli esseri umani, anche per la ASL è pulita ma, caso strano, non è ancora dichiarata potabile. «Sono i bambini che sprecano l’acqua – dichiara senza nascondere un certo disprezzo un altro operatore – Sprecano, non pagano niente e non è vero che le loro malattie sono riconducibili a ciò che bevono». Fatto sta che si preferisce andare a riempire le taniche a Trigoria o in zone vicine utilizzando le automobili:«In molti si sono presi l’epatite – dice un ragazzo del campo – donne e bambini si ammalano continuamente». Intanto folate di vento caldo fanno alzare una polvere bianca che entra negli occhi, nei capelli e nei polmoni. Ci si ferma ad un tavolo per discutere. Le voci si alzano mostrando anche difformità di giudizio: c’è chi vorrebbe tornare a Vicolo Savini dove almeno avevano cominciato un percorso di inserimento sociale e lavorativo, c’è chi dice che non ne può più dei campi, che i campi sono per gli schiavi e che sembra di essere tornati ai tempi di Hitler, c’è chi vorrebbe una casa e un futuro migliore, se non per se stessi per i figli, nati e cresciuti in Italia. C’è chi chiede di fare qualcosa e vuole impegnarsi in una vertenza con il Comune: c’è poca fiducia nelle associazioni che collaborano alla gestione dei servizi, qualcuno usa parole sprezzanti.. Ma il modello di Castel Romano, per ammissione anche di funzionari comunali è quello base per la realizzazione dei “Villaggi della solidarietà”. Il campo verrà meglio recintato, per i trasporti, visto che gli autisti Acotral rifiutano di impegnarsi, verrà definito un sistema di bus navetta gestito da una cooperativa, forse apriranno altri pozzi e verrà installato un gabbiotto per vigilare su chi entra e chi esce. Diventerà insomma un insediamento stabile, anche se rispetto ai confort annunciati, nessuno è in grado di definire i tempi di attuazione. Ma anche se le condizioni migliorassero Castel Romano resterebbe ciò che è, un ghetto per persone non gradite, la definizione di un apartheid dal volto umano su cui si fonda il Patto per Roma sicura firmato dal sindaco Veltroni.
Il resto sono voci su cui sarebbe necessario che i rappresentanti istituzionali tentassero di far chiarezza. È vero che la struttura costa 3 milioni di euro e oltre? È vero che la sua gestione è affatto trasparente? E soprattutto, quei soldi della collettività si sarebbero potuti impiegare meglio, garantendo migliori condizioni di vita per uomini, donne e bambini? Domande a cui la politica dovrà rispondere. Intanto ci si prepara ad iniziative per riportare alla ribalta la vita in questo come in altri campi. Fare in modo che siano i cittadini romani, prima di cadere in balia delle sempre alimentate pulsioni xenofobe, a venire a vedere con i propri occhi, come la parola solidarietà si possa tradurre in reclusione.
Stefano Galieni |
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