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Stefania Brai, gli "invisibili" dell'arte e della cultura PDF Stampa
Intervista di Alessandro Cardulli a Stefania Brai

Si parla, e giustamente, di quello che sta avvenendo nella scuola e nell'università a causa delle politiche del governo Berlusconi, si parla molto meno, o non si parla affatto, di quello che sta avvenendo nella produzione culturale. “Non ci scordiamo-dice Stefania Brai, responsabile dipartimento cultura di Rifondazione comunista con la quale continuiamo questo breve viaggio in un mondo di cui anche a sinistra si sottovaluta significato e importanza- che la prova generale della trasformazione delle istituzioni pubbliche in Fondazioni - come adesso si vorrebbe fare con l'università - è stata fatta nel settori della cultura:dalle Fondazioni lirico sinfoniche alla biennale di Venezia, ed è stata fatta da Veltroni ministro e nel silenzio quasi generale.
Ma non se ne parla anche perché a volte,come dici, si sottovaluta - ma purtroppo a volte anche si condivide - il significato della politica  complessiva che sta portando avanti questo governo in tutti i settori che contribuiscono alla formazione: nella scuola, come nell'università come nella produzione culturale ed artistica, nell'informazione, nella televisione.” La interrompiamo per un attimo: “ Stai dicendo, in parole povere, che siamo in presenza di un processo di privatizzazione della conoscenza e della cultura”.  “ Chiarisco ancora meglio-risponde- il concetto è semplice:la conoscenza e della cultura, non vengono intese  più come un diritto fondamentale dei cittadini ma un privilegio, non più un  bene pubblico, ma una merce da sottomettere al mercato e alle sue regole, che in questo caso sono quelle del massimo successo commerciale, o del massimo ascolto, come in televisione. Perché questo governo è assolutamente cosciente dell'importanza della conoscenza e del sapere come strumenti di formazione della coscienza critica. E allora la cultura e la conoscenza vanno messe sotto tutela, controllate - quando è possibile - tramite le logiche di apparato, come nella Rai, o tramite la censura, come sta avvenendo nel cinema. Dopo aver negato la distribuzione dell'Istituto Luce al film di Pannone, sta passando sotto silenzio un terrificante comunicato del ministero dei beni culturali che dice nella sostanza che l'assegnazione di fondi pubblici per il film di Renato De Maria sui terroristi Segio e Ronconi è subordinata alle modifiche che il regista sta apportando alla sceneggiatura in base alle richieste delle associazioni dei parenti delle vittime. Anzi, alcune sono state già apportate, ma le associazioni ne hanno richieste altre. Alla censura preventiva non si era mai arrivati, neanche nei peggiori governi democristiani.
 
Ma la cosa peggiore è che ci si sta abituando a tutto questo, non si ha da un lato la forza di reagire, dall'altro si sa di essere soli nella reazione, e quello che è in gioco è la possibilità futura di lavorare.” Subito dopo l'esponente del Prc traduce anche in cifre l'attacco del governo a tutto ciò che ci muove nel campo  della conoscenza.  “Nel settore della produzione culturale- afferma- così come si tolgono i soldi alla stampa  e all'editoria indipendente, si diminuisce in 3 anni di 800 milioni il fondo unico per lo spettacolo. Il che vuol dire che nel 2009 ci saranno già 200 milioni in meno, che vuol dire chiusura di molti teatri, chiusura delle fondazioni lirico sinfoniche, vuol dire che per il settore cinematografico lo stato investirà solo in opere prime, e tutto il resto sarà lasciato al mercato, cioè ai film di natale, per capirci e per semplificare. Questo porterà di fatto gli artisti e le società di produzione a rivolgersi sempre di più alle Regioni, che vuol dire che quelle più ricche potranno produrre anche di più  ma, in una forma di autocensura automatica, si proporranno sempre un maggior numero di opere e spettacoli di promozione del territorio, cioè spendibili sul piano turistico. D'altro canto il sottosegretario Giro ha già dichiarato che “non è più possibile finanziare qualsiasi cosa in nome della cultura”, ma lo sarà solo il bene “mediatico”. Insomma se i giornali non ne parlano meglio non farne di niente.”  

Quanto sta avvenendo ha effetti devastanti sui lavoratori . Per non dire dei giovani che trovano le porte sbarrate o accettano precariato  e lavoro nero. Ma  perché, chiediamo,  si parla poco di questi lavoratori della produzione artistica e cultura? Eppure si tratta di un “patrimonio”  che dovrebbe essere valorizzato:
 dagli scrittori, ai musicisti, ai tecnici, agli operatori, ai registi, agli artisti, agli interpreti ,alle maestranze. “Se ne parla poco in primo luogo -risponde Stefania Brai- perché quello nei settori culturali non è considerato e non lo si riconosce come “lavoro”. Sono considerate strane figure, quasi fuori dalla realtà, invisibili direi Questi lavoratori non hanno ammortizzatori sociali, riconoscimento delle malattie sul lavoro, spesso non riescono ad arrivare ad ottenere una pensione, eccetera .Non se ne parla  anche perché  è un lavoro per definizione intermittente, precario e ormai molto, come tu hai ricordato, spesso in nero. Quindi molto ricattabile, difficilmente organizzabile e quindi poco visibile”. Una visione marcata da un difficilmente superabile pessimismo?. “ No-conclude la Brai- affrontando la grande questione del lavoro e dei lavoratori,
questi “ invisibili” troveranno spazio e luogo per una grande battaglia di civiltà. Per questo alla manifestazione di sabato prossimo noi ci saremo”.
 
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