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Per la Rai serve un progetto 26 aprile 2009 PDF Stampa

Per la Rai serve un progetto


Ancora una volta i partiti – o, più precisamente, alcuni partiti - hanno messo le mani sulla Rai. Con una prassi ormai considerata più che “normale” da tutti giornali, da tutti gli esponenti dei partiti presenti in Parlamento, qualunque sia lo schieramento di appartenenza, la discussione sul nuovo presidente del servizio pubblico non è avvenuta all’interno della Commissione parlamentare di vigilanza, ma direttamente e apertamente tramite un “dialogo” pubblico tra Franceschini e Berlusconi, con il primo che proponeva nomi e il secondo che glieli bocciava. Finché non si è arrivati – procedendo per esclusione – al nome di Garimberti, “amico di tutti”. Nessuno ha reclamato per il metodo, tutti hanno apprezzato i risultati. Così come nessuno ha messo in dubbio il fatto che il direttore generale di un’azienda sia deciso non dal suo consiglio di amministrazione ma da quelle forze politiche che poi sostengono che quell’azienda, ancorché servizio pubblico, deve “stare sul mercato”.
Ancora una volta la politica, o meglio un determinato ceto politico, non fa quello che dice e spesso non dice quello che fa.
Sono anni che tutti i partiti di tutti gli schieramenti, tutti i giornali del centro destra e del centrosinistra sostengono che la “politica” deve stare fuori dalle nomine del servizio pubblico radiotelevisivo, che i partiti devono uscire dalla Rai, che deve cessare la spartizione delle nomine di direzione.
Sono anni che dietro queste dichiarazioni si sta in realtà lavorando alla totale delegittimazione del servizio pubblico e alla sua privatizzazione “di fatto”. Lo si tentò dall’interno della Rai sotto la direzione generale di Celli con la “divisionalizzazione” dell’azienda, che altro non era se non il suo spacchettamento per poterne vendere più facilmente alcuni pezzi, e fallita quella operazione, ci si sta riuscendo oggi con una campagna e una gestione del servizio pubblico che ne annullano nei fatti proprio il carattere “pubblico”.
E lo si fa, sempre nel silenzio generale di un paese e una parte di mondo della produzione culturale che sembrano narcotizzati e preparati a subire di tutto, proponendo leggi che trasformano la Rai in fondazione, che sopprimono la Commissione parlamentare di vigilanza, o che spostano la definizione di “pubblico” dalla azienda al servizio che si rende, per cui qualunque società, anche Mediaset, può legittimamente aspirare ad ottenere la concessione dello Stato, basta dimostrare che produce attraverso le sue trasmissioni, appunto, un servizio.
Non solo tutto questo. Ma ancora una volta la Rai – ma anche Mediaset - viene considerata solo ed esclusivamente per il suo ruolo nell’informazione. È l’informazione – quella politica ma non solo - che preoccupa i partiti ed è questa preoccupazione che impedisce loro di “mollare la presa”. Sotto gli slogan dell’informazione “corretta” e “imparziale” si pensa in realtà che solo il controllo dei giornali e dei telegiornali consenta ad un partito non solo la sua visibilità ma la formazione delle opinioni. E in nome di questa si mette un giornalista a presidente della Rai e un esperto in editoria a direttore generale. Nessuno dei due naturalmente conosce l’azienda perché questo non è ritenuto necessario.
Non si mette certo in discussione il ruolo dell’informazione, anche se forse bisognerebbe tornare ad aprire un ragionamento sul come si fa informazione e come la si fa in un servizio pubblico, sul rapporto tra chi ha la professionalità per raccontare un evento nel migliore dei modi e chi di quell’evento è soggetto o molto più spesso “oggetto”; sul significato di pluralismo, se cioè basta garantire tanti minuti ad ognuno o se invece vuol dire raccontare la pluralità della realtà e della vita vera.
Ma senza minimamente sottovalutare il ruolo fondamentale dell’informazione per la stessa democrazia, penso che sia un grave errore politico – e “politico” nel senso più alto del termine – continuare a non valutare invece tutta l’importanza dell’intera programmazione radiotelevisiva nella formazione di quel senso comune e di quel sistema di valori oggi largamente egemonizzato dal berlusconismo. Continuare cioè a considerare non grave la scissione tra quello che ci si definisce politicamente e quello che si è, in base ai propri valori, nella vita di tutti i giorni. Per cui sono di sinistra ma anche un po’ razzista, maschilista, violento. Sono di sinistra ma sposo gli stessi significati di termini come “sicurezza” che appartengono alla destra; sono di sinistra ma non voglio troppi bambini stranieri nella scuola dei miei figli.
È per questo che consideriamo la cultura, nel senso più ampio, un diritto e un bene non privatizzabile, perché strumento di formazione – insieme ad altri ovviamente – di coscienza critica.
Questo per dire che a mio parere va ripresa con forza anche la battaglia per un servizio pubblico radiotelevisivo che sia da un lato in tutta la sua programmazione – dall’informazione allo spettacolo – strumento di crescita individuale e collettiva, dall’altro volano dell’industria culturale di tutto il nostro paese. Luogo pubblico di produzione culturale radicata sul territorio, strumento immenso di partecipazione e quindi di democrazia.
E restituendone la gestione a chi in quei settori lavora, non solo in base a criteri di professionalità e di trasparenza, ma in base ad un progetto culturale pubblicamente discusso.
Forse anche con le battaglie per una cultura diversa – come dice don Sardelli – si può  contribuire a restituire eticità alla politica.

Stefania Brai

 
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