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I tagli al Fus stanno mettendo in ginocchio la produzione artistica e creativa. Dura la risposta dei lavoratori del settore Cultura e spettacolo senza fondi non raccontano più la storia del paese
Stefania Brai*
"Liberazione" 12/07/2009 pag. 10
Il mondo dello spettacolo e della produzione culturale si sta mobilitando. Sono passati diversi mesi dall'approvazione della finanziaria del governo Berlusconi che tagliava drasticamente il Fondo unico dello spettacolo e le conseguenze cominciano ormai a diventare pesanti. Quei duecento milioni sottratti alla produzione culturale certo non risolvevano e non risolvono la crisi economica del paese, ma sono stati certamente utili a mettere in ginocchio tutti i settori dello spettacolo. Rischiano la chiusura l'ottanta per cento dei teatri italiani; rischia la chiusura la maggior parte delle fondazioni lirico sinfoniche; la produzione cinematografica sarà ridotta a meno della metà; inutile dire cosa sarà della danza, degli artisti di strada, della produzione musicale, dei conservatori, della formazione. Vuole dire cioè che il nostro paese sarà privato della possibilità di produrre tutte le forme ed espressioni artistiche che fanno di un paese civile un paese degno di chiamarsi tale. Sarà cioè un paese desertificato della sua cultura, o meglio, di quella cultura libera, indipendente e plurale che solo l'intervento e l'investimento pubblico possono consentire. Quella cultura e quella conoscenza strumenti di formazione di pensiero critico, di conoscenza della realtà, di consapevolezza di sé e dei propri diritti, per poter scegliere il proprio futuro e il mondo nel quale vivere. Strumenti potenti di lotta, elementi fondamentali di democrazia. Si produrrà cultura, ma quella che i meccanismi e le logiche di mercato consentiranno, e l'offerta di cultura risponderà ad una "domanda" di cultura che si è venuta formando sulle logiche televisive del massimo ascolto per il massimo profitto. Come ha detto Brunetta "il mercato deve essere la medicina amara" che il mondo dello spettacolo deve ingoiare. Allora sì, i tagli saranno stati utili. Utili alle politiche di questo governo di privatizzazione dei saperi e di mercificazione della conoscenza, utili a formare utenti-consumatori, utili alla formazione di un senso comune e di un sistema di valori dove tutto è ridotto a merce, le persone come le idee. E dove è il mercato il grande regolatore, delle persone e delle idee. Adesso tutto questo si può toccare con mano, così come cominciano a toccare la vita stessa di centinaia di migliaia di persone gli effetti disastrosi sull'occupazione che queste politiche stanno determinando. Che riguardano non solo i più di duecentomila lavoratori direttamente coinvolti nella produzione culturale, ma le migliaia di imprese della produzione e della distribuzione audiovisiva, della produzione e distribuzione musicale, i laboratori cinematografici, i laboratori artigiani che lavorano per il teatro e per le produzioni musicali e lirico-sinfoniche oltre a tutto quell'indotto che vive sul territorio e la cui attività è direttamente legata al lavoro culturale. Adesso allora iniziano le mobilitazioni. Ci sono voluti mesi, mesi nei quali questo mondo è stato lasciato completamente solo, dalla politica così come dai sindacati. Ci sono voluti mesi perché da noi il lavoro nella produzione culturale è un lavoro privo di "garanzie": dal sussidio di disoccupazione alle malattie, dalla gravidanza al riconoscimento delle malattie professionali. Spesso senza pensione, spesso, sempre più spesso, in nero. Un lavoro il cui finanziamento dipende sempre più frequentemente da elargizioni di "principi": dagli assessori, ai funzionari degli enti locali, ai dirigenti ministeriali, ai dirigenti di istituzioni pubbliche e private. Senza regole, "a discrezione", quindi sotto ricatto. Allora è difficile lottare, lo è ancora di più quando è il "principe" a chiederti di "lasciarlo lavorare" per poter provvedere a te e quando non hai sponde politiche parlamentari o sindacali. Rifondazione comunista in quelle lotte ovviamente ci sarà, come ci è sempre stata, e come sempre lavorerà per organizzarle. Perché anche su questi temi va costruita l'opposizione sociale e culturale, oltre che politica, a questo governo. Partendo dalla riaffermazione della conoscenza e della cultura come diritto inalienabile e non privatizzabile, dal diritto di tutti di accedere ai saperi e alla conoscenza. Dalla riaffermazione del pluralismo delle espressioni culturali e della formazione come fondamento della democrazia e quindi dalla necessità di politiche pubbliche di investimento nella cultura, nella conoscenza, nella ricerca e nella formazione. Dalla convinzione che l'unico utile che si deve chiedere alla conoscenza e ai saperi è quello culturale e dunque sociale. Ma stiamo facendo anche altro: stiamo lavorando alla costruzione di un progetto cinematografico che, nonostante queste difficilissime condizioni economiche, consenta a registi, sceneggiatori, produttori, tecnici, nella ovvia e più totale autonomia espressiva, artistica, culturale e produttiva di continuare a raccontare ed interpretare la vita vera del nostro paese. Perché un paese che non si conosce, non esiste.
*Responsabile nazionale Dipartimento cultura Prc
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