|
di Fabio Amato
Barack Obama, nell’annunciare solennemente alla Nazione la fine della fase di combattimento delle truppe statunitensi in Iraq, quella che i più definiscono in modo inappropriato la “fine della guerra”, ha usato toni dovutamente dimessi, evitando celebrazioni che, come ricorderanno in molti, furono invece in modo trionfale quanto improvvido fatte dal suo predecessore solo due mesi dopo l’inizio dell’invasione del paese del Tigri e dell’Eufrate. G. W. Bush annunciò la fine della guerra il primo maggio 2003. Missione compiuta, disse. Gli alleati più servili, quelli che divisero l’Europa e abbracciarono il delittuoso e disastroso disegno neoconservatore, come il governo Berlusconi, si affrettarono ad inviare contingenti per sostenere l’occupante e prepararsi a raccogliere i frutti dei dividendi del petrolio, unica risorsa di quel paese. Inascoltate le proteste contro la guerra preventiva che percorsero le strade di tutto il mondo, con milioni di donne e uomini che vi presero parte.
La guerra, come sappiamo, non fini allora. Una guerra costruita su menzogne inaudite. E non è finita con il discorso di Obama l’occupazione dell’Iraq. Continuerà con il nome di “Nuova Alba”. Non era quindi nè il luogo nè il momento per celebrare vittorie, poiché di vittoria non si tratta. Si tratta di un cambiamento radicale di strategia, di un tentativo di riduzione del danno rispetto ad errori strategici e politici immani che hanno creato una situazione di instabilità permanente in tutta l’area. In Iraq, oltre ad innumerevoli basi statunitensi, rimarranno cinquantamila soldati. Con compiti di addestramento viene detto, ma soprattutto di controllo. Come quello dello spazio aereo, che rimarrà saldamente in mano Usa. Sarà lasciato all’esercito irakeno il compito di sedare quel che rimane della resistenza e di controllare quel conflitto interreligioso e settario che è stato il regalo di questa sciagurata invasione e guerra, lo strumento con cui si è divisa la ribellione all’invasione. Lo scontro tra sciiti e sunniti, in primis, ma non solo. L’Iraq che l’impero americano ha lasciato è un Iraq diviso al punto che da mesi, esattamente da sei, non riesce a dar vita ad un nuovo governo. E’ un Iraq dove rimarranno per sempre le immagini e i ricordi delle stragi e dei crimini di guerra, come quello perpetrato con il fosforo bianco a Falluja. E’ un Iraq povero e con un’economia distrutta, a rischio costante di precipitare in una guerra civile, dove le bombe continuano ad esplodere e i civili a morire. Sono centinaia di migliaia le vittime di questa guerra che non avevano divise.
Obama, con questo annuncio, cerca di liberarsi dall’eredità di Bush. Cerca di allontanarla dalla sua immagine, di dare il senso di quel cambiamento che tutti aspettavano e che non riesce a farsi vedere. Cerca di recuperare disperatamente terreno in vista delle elezioni di Novembre, soprattutto fra i suoi elettori delusi, fra quella parte di pacifisti che lo aveva sostenuto. Ma nella politica estera e di difesa la continuità con il suo predecessore è ben rappresentata dal repubblicano Ministro della difesa dei due Presidenti, Robert Gates, oltre che nella guerra che continua in Afghanistan. La fine della fase di combattimento delle truppe in Iraq si muove infatti nel solco della strategia dell’ultimo tempo della precedente amministrazione. Costruire nell’area mediorientale un fronte arabo moderato, in gran parte sunnita, che contenga le aspirazioni del paese che dalla guerra ha ricevuto un ruolo di potenza regionale, ovvero l’Iran. Per questo ripete anche le orme del suo predecessore nel tentare di organizzare l’ennesimo vertice israelo palestinese, che si svolgerà proprio oggi nella capitale Usa. Temiamo che come ad Annapolis, si tratterà di un fiasco annunciato.
Detto ciò, sicuramente l’annuncio della fine delle operazioni belliche è di gran lunga preferibile a quelli di guerra che appassionavano il predecessore di Obama. Questo è anche il frutto della contrarietà di gran parte dell’opinione pubblica americana e mondiale alla guerra all’Iraq. Ma un annuncio non significa la chiusura della stagione della guerra permanente e preventiva, cosi come non sgombra il campo dal rischio di nuovi possibili attacchi e conflitti, come di quello all’Iran. Speriamo che l’Iraq e la sua tragedia servano da monito.
su Liberazione del 2 settembre 2010
|
Commenti
Comunque non "conosco" gente di ogni dove, viaggio e quindi vedo.
Tranne in venezuela, che, come saprai c'è una grande comunità di italiani, tra cui alcuni miei parenti, per il resto viaggiando si incontrano, (negli alberghi, nei ristoranti, nei musei, sulle spiaggie) tante tante persone con cui parlare ed ascoltare.
I russi stanno dappertutto, perchè sono tanti ovvio. Ma a loro dire il benessere è finalmente giunto nelle loro case. Come tutte le società competitive il divario tra i più ricchi ed i più poveri adesso si nota molto (ma solo perchè prima erano tutti poveri) comunquela gente lavora e produce di più stimolata dal sistema capitalista.Resta il fatto che dove c'è gente ricca si crea un indotto, commerciale, artigianale, professionale che lentamente penetra in tutte le case e migliora la qualità "media" della vita di tutti.
CMq CHavez sta attuando anche una massiccia politica di statalizzazioni (Banche, Miniere addirittura l'Hotel Hilton).
Poi scusa ma sai cos'è il nazismo? Bene ti accorgerai che le differenze con i nazionalisti austro-ungheresi o con i nostrani leghisti sono ben poche (mi riferisco soprattutto all'ala Gentilini-Salvini-Borghezio).
Cmq credo che le differenze siano veramente minime tra noi dato che è comune l'obbiettivo (che non può certo essere solo battere Berlusconi, che essendo un uomo non è eterno).
Piu' volte ho chiesto degli esempi pratici, di questi modelli positivi di "socialismo" che oggi esistono. Ma avete sempre svicolato.
Io per esempio penso che democrazie come la svezia e la danimarca (ma anche canada o australia) sono modelli ottimi.
Ancora, ma che c'entrano i partiti nazisti ungheresi? IO sono "antifascista convinto" non parliamo poi dei nazisti, mi viene da vomitare solo al pensiero di quello che hanno fatto. Ma non si possono contestare dei sistemi schifosi proponendone altri che comunque non sono tanto migliori. Viriamo verso vere democrazie ad alto contenuto sociale e solidale, con possibilta' di impresa regolamentata severamente.(e non dite che è sempre capitalismo altrimenti è solo pregiudizio
RSS feed dei commenti di questo post.