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Gentili ma non fessi
sabato 07 agosto 2010
Gentili ma non fessi di Paolo Ferrero Intendo innanzitutto esprimere al direttore, Dino Greco, la solidarietà mia personale e di tutta la segreteria del Prc per l'attacco ingiurioso portatogli da una parte dei giornalisti di Liberazione, quello di avere messo in mora le loro prerogative sindacali. Non riesco a capire dove si possa rintracciare nello scritto del direttore un qualsiasi attacco al diritto di sciopero. Lascia l’amaro in bocca che la battaglia politica debba arrivare ad infamanti accuse di questo tipo, puntando alla distruzione della persona, alla denigrazione, alla riproposizione della logica “amico-nemico” che speravamo non albergasse più nemmeno nei paraggi del nostro partito e del suo giornale. Nel suo editoriale di giovedì, Dino Greco ha invece posto un serio problema, quello della continuità delle pubblicazioni di Liberazione. Come’è noto la direzione di Sansonetti aveva portato il giornale in una situazione insostenibile, con oltre tre (3) milioni di euro di deficit in un anno. Con la direzione di Dino Greco abbiamo avviato una gigantesca opera di risparmio – per altro del tutto parallela a quanto abbiamo fatto come partito - per ridurre le perdite. Attraverso i risparmi siamo arrivati ad un passo dal pareggio di bilancio e abbiamo quindi lanciato una campagna di straordinaria di abbonamenti, diffusione e sottoscrizione per rilanciare il giornale. A tale fine è stata progettata una capillare campagna che vede impegnate come non mai tutte le strutture del partito. In poche settimane i risultati iniziano a venire e abbiamo già realizzato un quinto degli abbonamenti che ci eravamo prefissi di fare. Di fronte ad un partito che in assenza del finanziamento pubblico fa tutto il possibile per salvare e rilanciare il suo giornale sarebbe stato lecito aspettarsi il consenso convinto di tutta la redazione. Di fronte ad un editore che decide di rilanciare il giornale, di trovare tra i suoi iscritti sottoscrittori, diffusori e abbonati, ci si aspetterebbe da parte di chi lavora al giornale un plauso. Così non è. Come mai? Come mai il rilancio del giornale invece di essere apprezzato viene denigrato? Perché Dino Greco che ha accettato la sfida di rimettere in piedi e rilanciare il giornale, invece di collaborazione deve subire attacchi quotidiani e accuse infamanti? Questo è il problema. La vicenda di Liberazione non è spiegabile in termini sindacali, terreno su cui siamo disponibili a discutere e a trattare ogni giorno. Il punto, come si diceva un tempo, è politico e a questo riguardo voglio essere molto chiaro. Per lavorare a Liberazione non è necessario essere iscritti a Rifondazione Comunista. Non è necessario essere comunisti. Anzi, si può essere anticomunisti militanti e pregare ogni giorno per la scomparsa di Rifondazione Comunista. Questo non mi fa piacere, ma i dipendenti di Liberazione non sono tenuti per contratto a compiacere il loro editore. Parallelamente è chiaro che il giornale Liberazione è il giornale di Rifondazione Comunista, che ha accesso al denaro pubblico in quanto giornale di Rifondazione Comunista e che il progetto politico di Liberazione è parte integrante del progetto di Rifondazione Comunista. Noi vogliamo riconoscere, raccontare e capire le soggettività sociali perché riteniamo che li si fondi la possibilità di superare il capitalismo. A partire da questo vogliamo rifondare un pensiero, una pratica, una antropologia comunista, perché pensiamo che il capitalismo sia una vera schifezza. Parimenti vogliamo aggregare una sinistra autonoma dal PD e strategicamente alternativa alla socialdemocrazia, praticando fino in fondo la critica della politica come attività separata. Inoltre, pensiamo che la storia del movimento operaio non sia un mucchio di letame da gettare ma al contrario la parte migliore della storia del nostro paese. Piaccia o non piaccia a una parte dei giornalisti di Liberazione, questo è il nostro progetto politico, la ragione per cui il giornale viene rilanciato e per cui Dino Greco ha fatto, fa e continuerà a fare il direttore di Liberazione. Poveri, ma orgogliosamente comunisti. O come recita lo slogan delle magliette stampate dai compagni del partito sociale, “gentili ma non fessi”.


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