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INTERVENTO DI GIANLUIGI PEGOLO AL CPN DEL 17-18 LUGLIO
venerdì 23 luglio 2010
Della relazione del segretario ho apprezzato il tentativo di ricollocare la questione della costruzione di una sinistra di alternativa in una dimensione non politicista. Mi convincono anche le analisi sulla crisi e sulla situazione internazionale. Sento tuttavia il bisogno di intervenire su alcuni nodi aperti.

La segreteria ha proposto un documento conclusivo nel quale si tenta una sintesi. Ho alcune riserve su quel testo, in particolare sulla questione del congresso della Federazione, che avevo già espresso nel CPN precedente, e nel modo in cui si imposta il tentativo – che condivido – di superare l’attuale logica correntizia. In ogni caso sono convinto che ora bisogna misurarsi sul merito delle questioni e cercherò di farlo.

 

Il primo problema che abbiamo di fronte a noi è relativo al congresso della Federazione, per quello che sta concretamente emergendo nei lavori delle commissioni che sono state nominate. A me pare che nell’impostazione emergente manchi del tutto un’analisi dei soggetti sociali, che vengono sussunti all’interno della parte programmatica. L’assenza di tale analisi non è priva di significato. Non ci consente di capire a quali soggetti prioritariamente intendiamo rivolgerci, non ci permette di ragionare su quale blocco sociale intendiamo costruire per reggere un’efficace battaglia di opposizione e non ci consente di scegliere con chiarezza il soggetto che poniamo al centro di tale schieramento. E qui veniamo ad uno dei nodi irrisolti della Federazione. A me pare che le ultime vicende, da Pomigliano ai tentativi repressivi della Fiat nelle sue fabbriche, alle risposte della Confindustria, alle posizioni emerse a livello politico evidenzino come centrale nella costruzione di questo schieramento sia la presenza di un sindacato di classe in grado di salvaguardare l’autonomia del conflitto contro l’imperante prassi della concertazione e della subordinazione nei confronti delle compatibilità dettate dal governo. Ora il problema politico non eludibile è la questione del ruolo in questo contesto della CGIL, in quanto maggiore sindacato di classe presente nel paese. Non voglio tornare sulle divisioni che si sono prodotte in quel sindacato in occasione del recente congresso. Penso all’oggi e alla soluzione in cui viene a trovarsi la Fiom sottoposta ad un attacco concentrico, senza l’appoggio e talvolta con l’ostilità del gruppo dirigente della CGIL. A me pare che siamo ad un punto di svolta destinato ad influenzare tutto il quadro sociale e quindi anche la partita dell’opposizione al governo. La mia posizione è chiara. Nella CGIL come in altri sindacati occorre l’affermazione di una sinistra sindacale autonoma e non concertativa.

 

La seconda questione che a me pare sia squadernata di fronte a noi e che attraversa il dibattito della costituenda Federazione è quello relativo al rapporto col PD e col centro-sinistra, intendendo con questo termine l’insieme delle forze che hanno un rapporto privilegiato con il Pd e che fanno parte a tutti gli effetti del suo campo. Abbiamo molte volte affrontato nei nostri dibattiti questo tema. Abbiamo parlato di autonomia, di alternatività e via dicendo, ma a me pare che nel partito e ancor di più nella Federazione su questo punto vi siano posizioni diverse che molto spesso, per calcoli puramente tattici, non emergono. Io credo sia opportuno allora che affrontiamo di petto la questione riportandola alla sua essenza che, poi, è il tema dei contenuti. Il fatto che a me pare dirimente è che l’attuale linea del Pd impedisce, di fatto, la saldatura di quello schieramento sociale di opposizione al governo di cui abbiamo bisogno. Questa affermazione ha bisogno di essere sostenuta con argomenti precisi. Pensiamo alla posizione assunta sulle scelte dell’UE in tema di contenimento del debito e alle conseguenti manovre finanziarie imposte ai vari paesi. Si può condurre una lotta efficace quando si cincischia sul giudizio o addirittura quando, rammentando l’esperienza del governo Prodi, si rivendica un’azione di risanamento anticipatrice di quella di Tremonti? Così, si può nel caso di Pomigliano schierarsi a favore del sì nel referendum promosso da Marchionne, senza porsi il problema di cosa significa quella posizione per la futura collocazione del sindacato? O ancora, si può oggi attestarsi sulla proposta di un "governo di transizione" fondato sullo scambio fra federalismo fiscale e una non meglio identificata legge elettorale? Quali possono essere gli effetti a livello sociale, di simili ambiguità?

 

Nasce da questi elementi concretissimi il problema di quali relazioni siano possibili oggi con il PD e con il centro-sinistra. La mia risposta è molto semplice, direi banale: sono possibili le intese basate su contenuti condivisi, che per noi significa su posizioni che non contrastino quello schieramento di opposizione di cui abbiamo bisogno. Io non credo che la pensiamo tutti nello stesso modo, nel partito e nella Federazione. Vedo, infatti, un’inclinazione non tanto nascosta a privilegiare calcoli politicisti che eludono il confronto sui contenuti. Probabilmente si tratta della reazione alle nostre sconfitte e l’effetto del bisogno - avvertito come impellente - di uscire dall’isolamento o anche di una concezione della politica secondo la quale il terreno dominante è quello delle relazioni politiche rispetto a quello dei contenuti sociali. Questa impostazione per me è sbagliata perché è riduttiva. Ci si illude che una volta ripristinato un sistema di alleanze si risolva anche la questione del consenso. E qui casca l’asino perché la diffusione delle pratiche di antipolitica ci dimostra proprio il contrario. Se non c'è qualche cosa di più in termini di azione sociale, limpidezza delle proposte e rigore dei comportamenti, la tattica delle alleanze non risolve il problema della credibilità politica. In ogni caso questo dibattito serpeggiante e spesso poco decifrabile si infrange sul nodo elettorale e non a caso qui riemergono le differenze di fondo che vi sono nella Federazione. Quando alcuni compagni mettono in dubbio che si possa sostenere un’alleanza "solamente" elettorale col PD nelle prossime elezioni politiche, adducendo come motivazione la debolezza della proposta, la necessità di incalzare il centro sinistra sui contenuti e via dicendo, in realtà a me pare che gli stessi, al di là di preoccupazioni legittime, esprimano anche una valutazione politica che è poi quella che se vuoi saldare un sistema stabile di alleanze devi anche entrare nei governi. E qui, almeno per quanto mi riguarda, si aprono differenze non secondarie di impostazione. E ciò vale anche per la futura partita amministrativa. Non ho mai sostenuto la tesi che sempre e comunque nelle elezioni amministrative bisogna presentarsi in alternativa al Pd, ho sempre detto e sostenuto che la questione non è astratta ma concreta: dipende da cosa si intende fare in un ente locale, se vi è o meno una convergenza reale – non fittizia - sui contenuti. Oggi di questo tema non si parla, ma a me pare che il rischio che si sposi una linea di accordi elettorali a prescindere sia molto forte, magari facendo leva sul nostro insuccesso elettorale nelle regionali della Campania. Anche qui non ci siamo. Proprio per la recente manovra finanziaria approvata e la conseguente restrizione delle risorse, ma anche per un orientamento che si è affermato in molti gruppi dirigenti locali del PD, vi è il rischio che nelle prossime amministrative venga rilanciato il tema delle privatizzazioni o, più in generale, dell’indebolimento delle funzioni pubbliche a favore del privato. Se non abbiamo chiaro che su questo bisogna essere intransigenti, non andiamo da nessuna parte. Immaginate cosa succederebbe, dopo aver impegnato i nostri compagni nella raccolta delle firme per il referendum sull’acqua, se una delle prime azioni in un comune fosse quella di accettarne la privatizzazione. E’ un esempio molto concreto che ci dice anche di cosa debba significare per noi la costruzione di quella sinistra di alternativa di cui molto spesso parliamo. Una sinistra di tal genere, nell’attuale situazione, in presenza anche di una nostra crisi di credibilità, significa la costruzione paziente nei territori di schieramenti alternativi in cui la chiarezza delle posizioni sia il punto fermo. Senza questa impostazione difficilmente si può vincere la diffidenza verso i partiti che a sinistra è sempre più forte.

 

Su questa questione della sinistra di alternativa vi sono fra noi differenze non da poco. Non me ne scandalizzo. In una fase di evidenti difficoltà è legittimo che per la soluzione dei problemi si prospettino vie diverse. Il punto è che le differenze non vanno mascherate ma rese evidenti, per poter discutere civilmente ed evitare quel trasformismo avvilente che alla fine uccide la politica. Bene. In questi giorni per iniziativa di alcuni compagni è stato rilanciato l’appello unitario alle forze della sinistra. Ho visto che anche pezzi di altre aree del partito vi si sono associati. L’appello è stato ripreso da Il manifesto e Valentino Parlato ha già aperto la possibilità- a suo dire- della costruzione a sinistra del PD di una forza di ispirazione socialista. E’ chiaro che se questi sono gli sviluppi di quell’appello non si può essere oggi così ingenui da ritenere che si trattasse di un’iniziativa innocente destinata semplicemente ad aprire un dialogo ampio per favorire le intese a sinistra, come alcuni compagni, promotori dell’iniziativa, sostengono. La vicenda ha assunto quindi una sua dinamica propria e, guarda caso, è già annunciata per settembre un’assemblea nazionale. Alcuni compagni, polemizzando con questa iniziativa, hanno lamentato il fatto che una parte del gruppo dirigente non sarebbe stato coinvolto. Si sarebbe trattato insomma di un vizio di forma. La mia opinione è esattamente contraria. Non si tratta di forma ma di sostanza. Io quell’appello, anche se mi fosse stato proposto, non lo avrei sottoscritto e non ci penso minimamente a farlo ora per una ragione politica molto precisa. Perché quando si lancia un appello cosi evanescente sui contenuti e si coinvolgono le forze che sono state coinvolte si sa dove si va. Ci si incammina verso la riedizione di un nuovo Arcobaleno, un aggregato senza contenuti forti e che mantiene una sostanziale ambiguità sul tema del rapporto con il centro sinistra. Se devo dirla tutta penso anche che questa operazione di fatto miri alla costruzione di un nuovo soggetto politico a guida vendoliana e quindi interno alla logica bipolare e alla riedizione del centro sinistra. A tale proposito un appunto vorrei fare al segretario quando egli sostiene che il progetto di Vendola di competizione con il Pd è sbagliato perché non è possibile vincere tale competizione. Il problema non è solo o tanto questo. La questione è che questa competizione avviene nell’ottica della costruzione di un assetto bipolare, assetto che per l’appunto noi contestiamo.

 

Sulla Federazione della sinistra pesa un’incognita molto consistente ed è quella della possibilità non solo della sopravvivenza, ma anche della valorizzazione di un’opzione comunista. Qui si è più volte ribadito che Rifondazione Comunista "è per l’oggi e per il domani", ma personalmente non mi sento rassicurato da queste promesse se non sono sostenute dai fatti. In questo caso i fatti sono: l’impegno reale a sostegno del partito e regole della Federazione che non ne superino, di fatto, l’esistenza. Orbene su entrambi questi aspetti io non sono per nulla tranquillo ed anzi mantengo una perplessità di fondo. Sulla volontà di mantenere in piedi il partito, vorrei chiedere: sappiamo noi a tutt’oggi quanti sono gli iscritti? Ancora, il congresso della Federazione costituirà un freno a tesserarsi al partito? Come mai la tessera di Rifondazione Comunista quest’anno è così anonima che non vi si legge neppure con chiarezza il riferimento al partito e appare come una sorta di doppia tessera federazione-partito? E come mai, nonostante le rassicurazioni che laddove non vi sia un'intesa sulle scelte politiche con la Federazione il partito mantiene la sua autonomia di azione, da molte parti l’uscita di un volantino di Rifondazione Comunista apre interminabili discussioni nel partito e nella Federazione sull’opportunità o meno di tale scelta, da alcuni considerata scandalosa?

Ma il punto che a me pare più decisivo è quello delle regole. E questo è il motivo per il quale ero contrario ad un congresso della Federazione fatto in questo modo. E’ possibile mantenere in piedi un partito quando a partire dai circoli devi avere il direttivo o l’assembla del circolo, la segreteria e il segretario/portavoce, sia per il partito che per la Federazione? Come si farà a decidere ogniqualvolta si dovranno prendere delle decisioni? Potrei continuare, ma mi sembra inutile. La sostanza del mio ragionamento mi pare molto chiara.

 

Un’ultima riflessione la vorrei dedicare alla questione delle aree interne e alla necessità del loro superamento. Non possiamo essere ipocriti. Sensibilità diverse ci sono sempre state in qualsiasi partito. Anche in quelli retti da un rigido sistema di centralismo democratico. Nel PCI esistevano riviste tematiche dietro alle quali si celavano tendenze. Nel PCI nacque una componente organizzata, quella di Cossutta, che operò come tale anche in presenza di regole che vietavano le correnti. Le sensibilità, quindi, non possono essere eliminate, quello che va eliminato è il lobbysmo di aree che si organizzano per pigliare i posti, che magari usano l’arma della pressione politica per ottenere ruoli di direzione, che mettono il proprio interesse prima di quello del partito. che se ne infischiano dello stato del partito e si concentrano sulle loro iniziative. Da questo punto di vista avrei voluto una posizione molto più coraggiosa di quella che è stata qui espressa. Una cosa, tuttavia, non mi convince perché la ritengo una contraddizione in sé. Mi riferisco all’idea che il superamento delle aree possa avvenire con la costruzione di una macroarea. Mi pare molto contraddittorio, ma anche assai pericoloso. Se dopo tutte le esperienze che abbiamo fatto di documenti votati nel CPN e rimessi in discussione il giorno dopo con appelli all’unità della sinistra dovessimo scegliere questa strada, cosa ci evita il rischio concretissimo di sancire definitivamente il trasformismo politico come prassi abituale nel partito? Altra cosa è formare una maggioranza se ve ne sono le condizioni. In questo caso si tratta di realizzare mediazioni. Ma anche in questo caso occorre chiarezza sulle singole posizioni politiche. Ed, infine, a me pare che un organismo dirigente possa auspicare che al prossimo congresso si arrivi ad un documento unico, ma questo non può che essere un processo e in ogni caso non può escludere a priori qualcuno. Un gruppo dirigente ha il dovere di lavorare con tutte le sensibilità e tentare un’operazione unitaria.



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