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Prima che sia troppo tardi - Editoriale della rivista "Su la Testa" di giugno 2010
giovedì 17 giugno 2010



di Roberta Fantozzi (Su la Testa di giugno 2010) 

L’Europa 
“La politica restrittiva aggrava la crisi, alimenta la speculazione e può condurre alla deflagrazione della zona euro. Serve una svolta di politica economica per scongiurare una caduta ulteriore dei redditi e dell’occupazione”. E’ questo il titolo della lettera che cento economisti hanno inviato ai membri del governo, ai parlamentari europei, ai rappresentanti delle forze politiche e sociali, al Presidente della Repubblica. Promossa da Bruno Bosco, Emiliano Brancaccio, Roberto Ciccone, Riccardo Realfonzo e Antonella Stirati, all’iniziativa hanno aderito firme autorevoli: tra gli altri Marcello De Cecco ed Augusto Graziani, Paolo Leon, Giorgio Lunghini, Antonella Picchio, Roberto Pizzuti. 
La lettera prosegue affermando che la politica dei tagli “abbatte la domanda e deprime i redditi”, peggiorando per questa via le condizioni della finanza pubblica e alimentando ulteriormente “la crisi, le insolvenze e quindi la speculazione”. 

L’iniziativa degli economisti è utile per evidenziare una serie di nodi. 

Il primo sta nella sottolineatura del carattere eccezionale – eccezionalmente negativo - di quanto sta accadendo a livello europeo. 

Il secondo sta nella radicale messa in discussione delle argomentazioni avanzate a partire dalla vicenda greca per giustificare le misure che si sono adottate su scala continentale. Difficile immaginare un ribaltamento più netto di quello contenuto nell’affermazione per cui le politiche restrittive alimentano la speculazione piuttosto che contrastarla, perché deteriorano “ la capacità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, pubblici e privati”, aizzando dunque chi scommette sull’insolvenza, per il prolungarsi della crisi e la diminuzione delle entrate degli stati. Il contrasto alla speculazione passa invece sia dall’impegno della BCE ad acquistare i titoli di stato sottoposti ad eventuali attacchi (senza “sterilizzazione” cioè con la rinuncia a mantenere inalterata la massa monetaria), sia attraverso il ripristino di meccanismi di controllo dei movimenti di capitali e di disincentivo delle transazioni a breve termine. 

Il terzo aspetto evidenziato, sta nell’affermazione altrettanto netta contenuta nel documento per cui l’ostinazione con cui si perseguono politiche depressive non è semplicemente il frutto di errori accademici, ma “soprattutto l’espressione di interessi sociali consolidati… di chi vede nell’attuale crisi un’occasione per accelerare i processi di smantellamento dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di ristrutturazione e centralizzazione dei capitali in Europa. L’idea di fondo è che i capitali che usciranno vincenti dalla crisi potranno rilanciare l’accumulazione sfruttando tra l’altro una minore concorrenza sui mercati e un ulteriore indebolimento del lavoro”. 

La lettera degli economisti coincide con l’analisi che abbiamo avanzato di quanto è accaduto nelle ultime settimane. Siamo di fronte ad un salto di qualità in negativo. Una cesura su più livelli: nelle scelte politiche che si compiono e negli esiti che quelle scelte produrranno. Nella costruzione del senso comune e dunque nel tentativo di produrre, anche in questo modo, un impedimento a che si determini una soggettività capace di contrastare i processi in atto. 

La vicenda greca viene usata come un “colpo di spugna” nell’individuazione delle responsabilità della più grave crisi di sistema del secondo dopoguerra. Non conta che la crisi del debito che colpisce l’Europa, il debito pubblico che si è accumulato derivi prevalentemente dai salvataggi del sistema finanziario, sia debito privato scaricato sui bilanci degli stati. Non è più presente nel dibattito pubblico la denuncia della speculazione, la messa quantomeno in dubbio delle virtù delle agenzie di rating, delle loro collusioni con i grandi operatori della speculazione. Scompare dalle pagine della grande stampa il dibattito qua e là affiorato sulle cause di fondo della crisi: l’indebolimento voluto degli strumenti pubblici di governo degli investimenti e dell’economia, i processi di deregolazione e privatizzazione, e il ruolo decisivo che ovunque quei processi hanno esercitato nel comprimere salari e diritti del lavoro. La speculazione viene “naturalizzata” come fosse un dato del destino. In fondo coincide con la frusta che disciplina paesi, come la Grecia e i Pigs incapaci di comportamenti virtuosi, se non sotto la sferza dei mercati. 

La cesura nella costruzione del senso comune serve a legittimare quello che avviene sul terreno delle scelte politiche. L’Europa a lungo inerte nella crisi, ora ha deciso. Con una sorta di micidiale coazione a ripetere, la scelta è quella della radicalizzazione delle politiche che hanno portato alla crisi, dell’assunzione a livello europeo dell’obiettivo costituzionalizzato dalla Germania dello 0,35% del deficit sul Pil. Le manovre messe in campo dai diversi paesi, dalla Francia alla Germania, dalla Spagna al Regno Unito, in alcuni casi prevedono inasprimenti fiscali anche per i ceti abbienti, ma sempre tagliano la spesa: intervengono sul turn-over e sui salari dei dipendenti pubblici, sui sistemi pensionistici o sull’assistenza. I tagli complessivi sono stimati intorno ai 120 miliardi di euro. Né è dato ravvisare differenze di impianto tra governi di diverso colore, tra centro-destra o centro-sinistra. 

Come sottolinea giustamente il documento degli economisti gli esiti di questa impostazione sono prevedibili: l’ulteriore compressione della domanda avviterà l’economia in una spirale recessiva sempre più grave. I tagli non ridurranno l’indebitamento, ma distruggeranno quello che resta del welfare europeo. Da questo punto di vista quello che è sin qui accaduto in Italia, può persino essere assunto come anticipazione delle dinamiche continentali. L’Italia si è contraddistinta per due elementi di fondo che l’hanno caratterizzata, nella crisi, rispetto ad altri paesi. Il primo è stato il fatto di non aver dovuto destinare risorse al salvataggio del sistema bancario, il secondo è di aver portato avanti sin dall’insediamento del governo Berlusconi, pochi mesi prima dell’esplosione della crisi, pesanti politiche di taglio della spesa pubblica. Il risultato è che il deficit è passato dal 2,7% nel 2008 al 5,3% nel 2009 e il debito dal 106,1% nel 2008 al 115,1% nel 2009, anche se è indubbio il peso assai significativo che in questo ha avuto il vero e proprio incoraggiamento dell’evasione fiscale messo in campo dal governo Berlusconi. 

Il contrasto alla speculazione non ha dunque niente a che vedere con le politiche restrittive che si stanno mettendo in campo a livello europeo, che, all’opposto la incoraggiano. Quelle politiche sono determinate piuttosto dagli “interessi consolidati”, da quell’intreccio tanto stretto quanto opaco che è persino incarnato dagli scambi di ruoli che interessano i vertici della politica e del grande capitale: commissari europei che diventano dirigenti di banche e compagnie di assicurazioni e viceversa. Dalla volontà di usare la crisi per liberarsi dai vincoli residui: i diritti del lavoro e i sistemi di protezione sociale. La strada imboccata prefigura una situazione di instabilità altissima, con nuove ondate speculative, con una spirale perversa di politiche restrittive, recessione, indebitamento, nuove manovre. 

Italia 1. La manovra 
La vicenda greca è servita al governo Berlusconi per legittimare la nuova manovra, i cui contenuti erano in realtà anticipati nella Relazione Unificata sull’Economia e la Finanza pubblica, precedente alla crisi greca. 

L’entità dichiarata della manovra aggiuntiva su 2011-2012 – per la cui analisi di dettaglio si rimanda allo Speciale pubblicato da Liberazione il 15 giugno- è di 24 miliardi e 965 milioni di euro. In realtà molto di più se si aggiunge il mancato rinnovo del contratto del pubblico impiego, non contabilizzato, il cui importo è stimato in 6,5 miliardi di euro nel triennio dallo stesso governo. Altre stime del costo del rinnovo del contratto, fatte sempre a partire dall’accordo separato, sono di 8,5 miliardi di euro. La manovra inoltre non contabilizza il “risparmio” dovuto all’innalzamento secco al 2012 dell’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego. 

La manovra interviene in modo pesantissimo su tre grandi ambiti: Regioni ed Enti Locali, pensioni, pubblico impiego. 

Si tagliano 14,8 miliardi a regioni ed enti locali nel prossimo biennio. Una cifra da sommare al taglio già deciso dalla precedente finanziaria triennale. Con questi numeri gli enti locali non sono in grado di chiudere i bilanci. A meno di non tagliare i servizi sociali, dagli asili nido alle mense scolastiche, dall’assistenza agli anziani, agli interventi per persone con disabilità, a quelli sui minori a rischio. In alternativa si possono aumentare seccamente le tariffe dei servizi pubblici o portare a compimento i processi di privatizzazione. Oppure vendere ai privati il patrimonio recentemente attribuito agli enti locali dal cosiddetto federalismo demaniale, in un processo che comporterà un nuovo attacco speculativo al territorio e alla natura. Ovviamente i tagli alle regioni interverranno sull’edilizia residenziale pubblica, mentre esplodono gli sfratti per morosità, sui trasporti, sulle politiche per il lavoro. 

La distruzione del ruolo pubblico passa tanto dai tagli alle autonomie, quanto dalla manovra pesantissima sul pubblico impiego. La reiterazione del blocco del turn-over comporterà circa 90.000 nuove assunzioni in meno l’anno fino al 2014. Il dimezzamento delle risorse per i contratti a tempo determinato, i cococo, i lavoratori interinali, comporterà il licenziamento di più di 100.000 persone. 

Nella scuola, intanto, per i tagli della 133 (8 miliardi nella scuola, 1,5 nell’università) si perderanno complessivamente al 2011, 150.000 posti di lavoro. Nella sanità la riduzione di personale è stimata nel triennio in oltre 150.000 unità, con il taglio del 10% della prestazioni mediche per i cittadini, mentre il budget in due anni si riduce di oltre due miliardi. Con gli altri provvedimenti messi in campo dal governo, sull’intramoenia, la declassificazione di quanto oggi fatto in day hospital e la revisione dei Lea, il taglio sarà molto maggiore e l’attacco al diritto alla salute pesantissimo. 

La manovra interviene anche come è noto bloccando il rinnovo contrattuale per il triennio 2010-2012 per i dipendenti pubblici. Poiché si stabilisce tuttavia che in ogni caso il trattamento economico di ogni singolo dipendente per gli anni 2011-12-13 non può superare quanto percepito nel 2010, il blocco diventa quadriennale. In sintesi si blocca il contratto nazionale, la contrattazione integrativa, si disdetta quanto già pattuito. La perdita cumulata nel triennio si aggira sui 3000 euro. Molti di più nella scuola dove per l’effetto cumulativo del blocco degli scatti di anzianità si avrà una perdita media annua intorno ai 2800 euro. Tutto questo si ripercuote in una conseguente riduzione della pensione. Ricordiamo che si parla di lavoratrici e lavoratori con un retribuzione mensile media di 1200 euro. 

Le pensioni sono l’altro grande capitolo. La manovra prevede un aumento dell’età di pensionamento. Il diritto alla pensione, a partire dal gennaio 2011, scatta sia per le pensioni di vecchiaia che per quelle di anzianità 12 mesi dopo la maturazione dei requisiti se si tratta di lavoratori dipendenti, 18 mesi dopo per gli autonomi e per chi accede alla totalizzazione dei periodi assicurativi. I “risparmi” stimati in 6,5 miliardi al 2013 deriveranno soprattutto dal posticipo delle pensioni di vecchiaia per i lavoratori dipendenti, che colpirà soprattutto le donne, che più accedono al trattamento di vecchiaia, non riuscendo a raggiungere i requisiti contributivi per l’anzianità. Le donne sono anche colpite dall’accelerazione secca dell’età pensionabile nel pubblico impiego a 65 anni, già nel 2012. Un’ingiustizia radicale, a fronte del doppio lavoro produttivo e riproduttivo, che grava sulle donne in ragione tanto del sessismo prevalente quanto della storica inadeguatezza del sistema di welfare in Italia. Il ministro Sacconi ha stimato recentemente il “risparmio” derivante da questa misura in circa 1,4 miliardi in 8 anni, molto meno delle mancate entrate di un anno per l’eliminazione dell’Ici sulle case dei ceti abbienti, disposta dal governo Berlusconi. Tutto questo avviene in una situazione in cui il bilancio dell’Inps è in attivo di quasi 8 miliardi, con i lavoratori dipendenti e parasubordinati che pagano le pensioni dei dirigenti di azienda, dei commercianti e pure del clero. L’ultimo dato Istat indica che il 45,9% delle pensioni non raggiunge i 500 euro e un altro 26% sta tra 500 e 1000 euro. Mentre nessuno si preoccupa delle pensioni da fame per i lavoratori che andranno in pensione con l’andata a regime del sistema contributivo, in particolare le e i precari. 

C’è una norma che dà il senso della ferocia dell’operazione fatta. Secondo le nuove disposizioni che innalzano la soglia minima per l’assegno di invalidità dal 74 all’85%, sono esclusi dall’assegno mensile di 256,67 euro, anche in presenza di un reddito inferiore ai 4.408,95 euro annui e dell’iscrizione alle liste di collocamento, le persone con sindrome di down (75%), sordomute (80%), amputate di arto superiore (75-80%). 

Sul versante delle entrate si prevede sostanzialmente il recupero dell’evasione fiscale e contributiva. Un fatto positivo ma non credibile nelle dimensioni ipotizzate con gli strumenti messi in campo, tanto meno dopo aver alimentato evasione e condoni. Va ricordato che il cosiddetto scudo fiscale che ha premiato non solo i grandi evasori, ma anche riciclaggio e attività criminali, ha visto rientrare 104,5 miliardi di euro, con entrate di 5,6 miliardi per le casse delle stato. Mentre se fossero state applicate le aliquote e le sanzioni previste in altri paesi l’incasso sarebbe stato di oltre 40 miliardi di euro. Molto più dell’attuale manovra. Le regioni meridionali potranno inoltre azzerare o ridurre l’Irap per le nuove imprese. Una norma che avrà poco seguito concreto stante l’impossibilità delle regioni di privarsi di queste entrate, ma che dà l’idea della strada su cui ci si incammina con il federalismo fiscale: la possibile rincorsa al ribasso della tassazione delle imprese per attrarle in un territorio, squilibrando ulteriormente prelievi e poteri a favore dell’impresa. In aggiunta c’è un ulteriore norma che prevede la possibilità per le imprese europee che investiranno in Italia, di scegliere la normativa fiscale di un qualsiasi stato membro a proprio piacimento. Difficilmente utilizzabile e chiaramente incostituzionale è il sogno dell’impresa sovrana assoluta, libera da ogni vincolo, che si fa stato. 

Il segno della manovra è chiarissimo. Il suo carattere recessivo altrettanto. La manovra produrrà nuova disoccupazione in un paese che ha già perso 700.000 posti di lavoro dal 2008 e continua a perderli, con un milione e mezzo di persone interessate dalla cassa integrazione e il tasso di disoccupazione giovanile più alto d’Europa. Aumenterà le disuguaglianze, in un paese dove il 10% più ricco della popolazione detiene il 44,5% delle ricchezze e la metà più povera non ne detiene che il 9,8%, perché colpisce chi già sta peggio e non chiede un euro a chi ha di più. Distruggerà un altro pezzo di stato sociale, in coerenza con gli obiettivi dichiarati dal governo nel Libro Bianco di privatizzare sanità, previdenza, formazione. La manovra attacca il lavoro e la contrattazione nel pubblico impiego, come la possibilità di andare in pensione anticipatamente per le donne, per poi attaccare anche lavoratrici e lavoratori del privato. I precedenti del blocco della contrattazione e delle disdette dei contratti già stipulati, sono con tutta evidenza, pericolosissimi. La manovra imbarbarirà la società negando bisogni e diritti, comprimendo ulteriormente le vite delle persone. Le donne e i giovani in primis. 

Italia 2. Pomigliano 
Non meno grave di quanto accade sul terreno della manovra, è quello che si sta consumando in queste ore a Pomigliano d’Arco. La Fiat mentre ribadisce la volontà di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese, approfittando della fame di lavoro del Sud, punta a ridisegnare sul campo i rapporti di forza tra capitale e lavoro, il modello contrattuale, la legislazione e la Costituzione. Articolazione dell’orario in 18 turni, intensificazione della prestazione attraverso l’ adozione del WCM, lavoro continuativo per 7 ore e mezzo senza recupero, per lo spostamento a fine turno della pausa mensa, taglio ulteriore di un quarto delle pause durante l’orario di lavoro. 120 ore di straordinario non contrattate in luogo delle 40 previste dal contratto nazionale, effettuabili anche durante la pausa mensa. Recupero delle perdite produttive causate da forza maggiore nella mezz’ora di mensa o nei giorni di riposo individuale. Rifiuto della Fiat di pagare la propria quota di indennità di malattia se la percentuale di assenze è superiore alla media. Rifiuto di adempiere agli obblighi retributivi e di riposo per chi fa il rappresentante di lista. Abolizione per i nuovi assunti delle indennità di disagio di linea. E poi le clausole finali: sanzioni a carico delle organizzazioni sindacali, delle Rsu e dei singoli lavoratori per qualsiasi iniziative di protesta o di lotta sui contenuti dell’accordo e la rinuncia allo sciopero, “punibile” fino al licenziamento. La ricetta Fiat spreme le persone fisicamente e psicologicamente all’estremo, deroga a quanto stabilito dal contratto nazionale, da leggi dello stato e da direttive europee, pure pessime. E in straordinaria consonanza con il governo vuole riscrivere la Costituzione, ponendo in mora diritti garantiti indisponibili. Questa volta, diversamente dal solito, vuole anche che i lavoratori votino. Un referendum “sotto minaccia della vita”, per sancire la sottomissione totale al suo comando e al comando dell’impresa in generale. Sono risibili i tentativi di dire che il caso è eccezionale. Se si sancirà che per non delocalizzare, per fare investimenti in Italia, si possono violare contratti e leggi, diritti costituzionali, quella sarà la strada che tutti tenteranno. Al posto del contratto collettivo i contratti “di gruppo” e individuali. Al posto del diritto, i puri rapporti di forza. Ovviamente questa è la strada che tenteranno, perché fin che non è del tutto smantellato, esiste un diritto, dei giudici, la Corte Costituzionale. 

La Fiom ha gestito tutta la partita con grande intelligenza e duttilità. La reiterazione da parte della Fiat della pretesa che sui suoi diktat, i metalmeccanici cedessero, ha rivelato l’intento tutto politico di distruggerne credibilità e ruolo. Comunque finisca la vicenda del voto-truffa quasi certamente con la vittoria dei sì, la Fiom ha rifiutato di diventare una “parte del problema”. Continua ad essere parte decisiva della “soluzione”, di qualsiasi processo di accumulazione di soggettività e possibile mutamento dei rapporti di forza. Grave è stato il lungo silenzio del Pd, le parole imbarazzate di Bersani, le dichiarazioni irricevibili di Letta. Eppure tutta la vicenda dovrebbe essere inquietantissima, e quasi impossibile è non coglierne i nessi con l’attacco complessivo che si sta portando al sistema democratico, al diritto in quanto tale, argine dell’arbitrio e di una società regolata da puri rapporti di forza. 

Le vicende europee, la manovra del governo italiano, la vicenda Fiat, si iscrivono nel medesimo orizzonte. Per citare nuovamente il documento degli economisti, la crisi è vista come “un’occasione per accelerare i processi di smantellamento dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di ristrutturazione e centralizzazione dei capitali in Europa.” Su questa strada c’è la messa in discussione radicale della democrazia per come l’abbiamo conosciuta, incompatibile tanto con il comando preteso dall’impresa e dalle oligarchie europee, quanto con i livelli di disuguaglianza sempre più feroci che si preparano. Serve organizzare il conflitto dove si può, serve comunque dire di No, quando è necessario per mantenere aperta una prospettiva e una speranza. Serve un progetto di alternativa incarnato in conflitti reali su scala continentale. Prima che sia troppo tardi.


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