1. Nell’introdurre i lavori della nostra assemblea nazionale degli amministratori locali del PRC, desidero, in primo luogo, ringraziare per la loro presenza i nostri ospiti. Ci fa molto piacere che a questa nostra assemblea partecipino autorevoli esponenti delle associazioni degli enti locali e dei partiti democratici. Una partecipazione che ci consente di avviare un confronto sui temi che ci stanno a cuore, in primo luogo la condizione in cui versa il nostro sistema istituzionale, ma anche la prospettiva politica, a partire dal prossimo appuntamento elettorale.
Un ringraziamento particolare vorrei rivolgerlo ai rappresentanti delle forze che insieme a noi stanno dando vita alla Federazione della sinistra. A loro ci lega un rapporto di solidarietà politica particolare, un progetto comune e anche una particolare amicizia.
Vorrei anche ringraziare tutti i compagni del partito che hanno partecipato, dai dirigenti nazionali, ai nostri amministratori, ai responsabili locali degli enti locali e dei problemi istituzionali.
Infine, un ringraziamento particolare vorrei rivolgerlo ai compagni del dipartimento Democrazia e Istituzioni che con il loro lavoro hanno reso possibile l’organizzazione di questa importante iniziativa. In particolare: i compagni Tecce, responsabile Enti locali, Notarfonso, responsabile Regioni, Goretz dell’apparato del dipartimento. Un ringraziamento particolare vorrei rivolgerlo, infine, alla compagna Alba Paolini che ha svolto un lavoro organizzativo davvero encomiabile.
2.E’ frequente in appuntamenti come questo richiamarsi alla singolare particolarità del momento, ma mai ciò è stato così vero come in questa occasione, dato che la situazione presenta davvero caratteri di eccezionalità. Tale eccezionalità sta nell’intrecciarsi, nel caso italiano, di una crisi profonda, i cui effetti sociali sono sotto gli occhi di tutti, con un’azione di governo che non solo non svolge alcun ruolo apprezzabile per contrastare tale crisi (per esempio sostenendo il reddito, intervenendo efficacemente sulle crisi aziendali, garantendo l’occupazione), ma che addirittura ne rafforza gli effetti negativi, tagliando la spesa sociale attraverso la riduzione dei trasferimenti agli enti locali, riducendo gli investimenti per scuola e sanità. L’effetto complessivo di tale situazione è la regressione della condizione materiale del paese, l’accentuarsi dei divari sociali e di quelli territoriali e un più generale processo di atomizzazione e frammentazione. Il centro destra asseconda questi processi ed anzi veicola il crescente disagio verso l’odio razziale e la competizione territoriale. Basti pensare agli odiosi provvedimenti in tema di sicurezza. Nel contempo, il centro destra muove nella direzione dell’attacco al sistema costituzionale perseguendo, in particolare, il rafforzamento del potere esecutivo a danno di quello legislativo e giudiziario, tentando di garantire l’impunità a Berlusconi facendo venir meno il principio dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, cercando di imbavagliare la stampa e riducendo gli spazi dell’azione parlamentare. Non si può non vedere come il complesso di questa azione tenda all’affermazione di un modello politico-istituzionale di ispirazione populista, connotato da una limitazione degli spazi democratici, con un accentramento dei poteri nell’esecutivo, con forti connotati presidenzialisti e sorretto da pulsioni xenofobe e razziste.
3.Di fronte a questo stato di cose in cui regressione della condizione materiale del paese e attacco alla democrazia minano le basi stesse del vivere civile noi sentiamo l’urgenza di costruire un’alternativa al governo Berlusconi. È un sentimento di massa che cresce nel paese come ha ben dimostrato l’esito straordinario della manifestazione del 5 dicembre. E’ evidente che Berlusconi nella sua azione eversiva ha anche alimentato contraddizioni all’interno del suo stesso schieramento. Ne è la prova il conflitto ricorrente con il Presidente della Camera, l’ostilità di una parte dei poteri forti, l’isolamento sul piano internazionale, la disarticolazione su base locale di alcuni settori del centro-destra, ma non ci pare che la sconfitta del centro-destra possa essere demandata esclusivamente a eventuali esiti giudiziari negativi per il Presidente del Consiglio. Evento non escludibile in sé ma sul quale è poco saggio fondare una politica. Occorre quindi, in primo luogo, che si rafforzi nel paese una forte battaglia di opposizione. A tale proposito, tuttavia, occorre riconoscere che tale battaglia è oggi debole e contraddittoria da parte dell’opposizione parlamentare. Vi è stata la bellissima manifestazione del 5 dicembre, ma che ha avuto una presenza limitata di forze politiche. Se pensiamo all’enorme gap che esiste fra il disagio sociale indotto dalla crisi e la risposta che l’opposizione offre ci rendiamo conto di una grande inadeguatezza. Non si tratta solo di una debolezza oggettiva – questa vale in larga misura per la sinistra oggi senza più una rappresentanza- ma anche di limiti soggettivi. Su una parte consistente dell’opposizione parlamentare pesano, infatti, contraddizioni evidenti legate, in primo luogo, agli interlocutori sociali che si privilegiano. E’ così avvenuto che molto spesso è stata la società civile che ha dovuto supplire al deficit di opposizione politica. In primo luogo la CGIL, e al suo interno alcune categorie come la FIOM, insieme ad alcune organizzazioni extra confederali che hanno dovuto reggere l’urto da sole, scontando la rottura sindacale, i contratti separati. E poi migliaia di giovani, il movimento dell’”onda”, oggi i precari della scuola che hanno contrastato i provvedimenti del ministro Gelmini e le decine di miglia di immigrati che hanno riempito le piazze di Roma in un’iniziativa sacrosanta contro quei provvedimenti sulla sicurezza che assegnano a questo governo il primato della regressione civile. Senza contare la battaglia del mondo dell’informazione per la libertà di stampa. Il problema fondamentale sta oggi nell’offrire una sponda politica adeguata a questi movimenti. Vorremmo che tutte le forze della sinistra se ne facessero carico. Noi da parte nostra come PRC e come Federazione della sinistra intendiamo sostenere con tutti i nostri sforzi queste mobilitazioni, nel pieno rispetto dell’autonomia dei soggetti che le promuovono. Al tempo stesso la grande questione che si pone è quella della riconnessione della battaglia sociale con quella democratica.
4.Su quest’ultimo terreno vi è un’oggettiva convergenza con un insieme più ampio di forze politiche, anche se non sempre vi è stata un impegno coerente. Ciò che temiamo, in particolare, è che di fronte ai rischi rappresentati dalle elezioni anticipate o sotto la pressione della controffensiva delle destre contro i presunti mandanti morali dell’attentato a Berlusconi, vi sia un ripiegamento di parte dell’opposizione parlamentare in nuove propensioni consociative o comunque l’indebolimento della loro iniziativa. Per quanto ci riguarda, il punto fondamentale è la difesa dell’assetto costituzionale minacciato dal governo. E quando parlo di assetto intendo l’intera costruzione costituzionale. Nella fattispecie: la difesa del principio della separazione dei poteri, il rifiuto di ogni forma di impunità nei confronti del Presidente del Consiglio, ivi compreso soluzioni chiaramente strumentali come quelle che passano sotto la dizione di “processo breve”. Ma non si tratta solo di questo. La manomissione della carta costituzionale passa anche per l’attacco al sistema della rappresentanza e su questo – ce ne dispiace – non abbiamo avvertito un’eguale sensibilità da parte di alcune forze democratiche. Provvedimenti come quelli contenuti nella finanziaria che, riducendo il numero dei consiglieri comunali, di fatto limitano la rappresentanza o il Dl Calderisi, che eleva sistematicamente le soglie di sbarramento, rientrano tutte nella stessa logica che è quella di rafforzare un bipolarismo o forse ancor di più di imporre un bipartitismo coatto che rappresenta lo strumento essenziale di cui intende giovarsi la destra per perpetuare il suo ruolo di governo. Ma se estendiamo la nostra riflessione al sistema istituzionale nel suo complesso non possiamo non vedere come l’attacco alla democrazia si attui anche attraverso l’indebolimento dell’intero assetto istituzionale, a partire dal mondo delle autonomie locali. La continua limitazione dei trasferimenti, non rimessa in discussione in questa finanziaria, il permanere di norme del patto di stabilità che limitano oltre ogni ragionevolezza le capacità di spesa degli enti locali e delle regioni, la mancata compensazione per i comuni dei mancati introiti ICI o i nuovi tagli di risorse sottraggono autonomia alle istituzioni locali, e nel contempo inducono all’alienazione delle funzioni pubbliche, alla privatizzazione dei servizi. Una linea perseguita peraltro consapevolmente, come dimostra il recente provvedimento che limita, fra l’altro, drasticamente la possibilità di una gestione in house del servizio idrico. Non sempre su questi terreni abbiamo visto da parte dell’opposizione parlamentare atteggiamenti coerenti e, in particolare, ci ha molto allarmato l’atteggiamento benevolo che ha accompagnato il varo di un provvedimento, quello sul federalismo fiscale, che noi continuiamo a considerare un attentato al principio di eguaglianza dei cittadini e, in particolare, a quelli che risiedono nel Mezzogiorno, per effetto di due principi ivi contenuti che riteniamo profondamente sbagliati: il principio dell’utilizzo prevalente in loco del prelievo fiscale e quello del costo standard.
5.E’ possibile su alcuni temi sociali e su principi essenziali di difesa democratica condurre una battaglia contro il governo più efficace e più unitaria? Noi ce lo auguriamo. Siamo consapevoli che non esiste oggi fra le forze dell’opposizione un’omogeneità di vedute e questo certamente rafforza il governo Berlusconi, ma siamo disponibili anche a convergenze parziali perché quello che ci interessa è creare le condizioni per la sconfitta delle destre e il risanamento sociale del paese. In questo ci rivolgiamo, in primo luogo, alle forze della sinistra politica e sociale con le quali abbiamo maggiore affinità, ma non rifiutiamo un rapporto con la sinistra moderata e quelle componenti che condividono, almeno in parte, il pericolo di involuzione sociale ed autoritaria che noi avvertiamo.
In una prospettiva di opposizione al governo Berlusconi non ci sfugge il rilievo che comunque assume la questione dell’alternativa di governo. È un terreno che investe in termini potenziali il governo centrale, oggi governato dal centro-destra con una solida maggioranza, e in termini ben più stringenti i governi locali, chiamati alle urne la prossima primavera. La questione è assai delicata per diverse ragioni. Che l’emergenza democratica e sociale solleciti la costruzione di un’alternativa è evidente e al tempo stesso come non cogliere le differenze significative esistenti fra le forze politiche che si collocano all’opposizione? Non solo. È del tutto evidente che mentre una collocazione di opposizione di per sé facilita le convergenze, la collocazione di governo enfatizza le differenze e per queste ragioni è assai più complessa. Vi è inoltre un problema assai delicato legato ai sistemi elettorali ed istituzionali vigenti di tipo maggioritario, in virtù dei quali oggi un governo delegittimato che non gode di una maggioranza assoluta continua a governare.
6.Ma come affrontare qui ed ora, in presenza di sistemi maggioritari diffusi e in presenza di forze politiche di opposizione disomogenee il problema dell’alternativa al centro destra. Noi crediamo, innanzitutto, che vada riconosciuta la diversità dei livelli e delle funzioni istituzionali. Ciò implica, ad esempio, che la questione del governo nazionale si carichi in questa fase di un rilievo particolare in ragione della rilevanza che assume accanto alla questione sociale quella democratica. Non tornerò sugli argomenti che ho già affrontato, ma che sia aperto nel paese un problema gigantesco di compatibilità dell’azione di questo governo con i limiti dettati dalla carta costituzionale mi pare del tutto evidente. Dobbiamo prendere atto che senza la sconfitta del governo Berlusconi non c'è alcuna seria possibilità di tutelare l’assetto democratico del paese. Per questa ragione abbiamo avanzato nei mesi scorsi la nostra disponibilità a concorrere alla costruzione di un’alleanza democratica in grado di battere il governo. Questa posizione non significa che non siamo consapevoli delle differenze che esistono fra noi ed altre componenti dell’attuale opposizione, né che ci illudiamo che sia possibile una convergenza di governo in presenza di simili differenze. Semplicemente noi riteniamo necessario consentire la formazione di una coalizione elettorale in grado di dare vita ad un governo a breve incentrato sul ripristino di principi democratici, a partire dal varo di un provvedimento sul conflitto di interessi e di una modifica dell’attuale legge elettorale con l’introduzione di un sistema proporzionale. A chi ci chiede se una simile prospettiva non implichi il diretto coinvolgimento nel governo rispondiamo, in coerenza con posizioni che da tempo esprimiamo, che non vi sono ad oggi condizioni per un nostro coinvolgimento diretto in un ruolo di governo, per la semplice ragione che sul piano dei contenuti vi sono differenze non superate.
7.Se la prospettiva di elezioni politiche anticipate, nelle quali potrebbe essere sperimentata tale alleanza, è in larga misura imprevedibile anche se in assoluto non impossibile, la questione governo viene posta immediatamente dal prossimo turno amministrativo in cui, come tutti sappiamo, saranno chiamate al voto anche 13 regioni a statuto ordinario. Appuntamento sul quale, peraltro, si concentra gran parte dell’attenzione del dibattito politico. Preliminarmente, mi pare necessario chiarire che la nostra scelta di dar vita ad una Federazione della sinistra implica la scelta di presentarsi in tutte le regioni con una lista comune avente per simbolo quello già utilizzato per le europee, con all’interno i nomi dei soggetti che vi concorrono e la dizione “per la federazione”. Su questo punto non mi pare sia necessario aggiungere altro. La scelta che abbiamo fatto di dar vita alla Federazione della sinistra rende necessaria una presentazione elettorale riconoscibile. Al tempo stesso, siamo disponibili, laddove se ne rendessero possibili le condizioni, concorrere anche con altre forze, nel rispetto dell’identità di ognuno, a dare vita a liste unitarie, mentre nei comuni al di sotto dei 15000 abitanti riconfermiamo l’esigenza di dar vita a liste civiche democratiche e di sinistra. Ma veniamo alla questione decisiva delle elezioni regionali. Affrontare la questione delle prossime regionali ponendo come centrale la questione democratica e subordinando a questa ogni scelta, come può valere per il governo nazionale, sarebbe riduttivo. Anche se sappiamo bene tutti che nelle regionali si riverserà una domanda di cambiamento fortemente condizionata dall’avversione verso il governo Berlusconi, è del tutto evidente che in quell’appuntamento si misurerà il giudizio degli elettori sulle esperienze di governo precedenti e la credibilità delle nuove proposte, sia in termini di geografia delle alleanze, che di contenuti programmatici, che di personale politico. Peraltro, come è noto, il PRC, ma anche le altre forze della Federazione della sinistra, hanno condiviso nella maggioranza dei casi esperienze di governo comuni con il centrosinistra e quindi la verifica di quelle esperienze è un’esigenza obiettiva. Ovviamente il nostro proposito è quello di concorrere alla costituzione di coalizioni in grado di porsi come alternativa credibile alla destra. Per questo siamo disponibili dovunque a confrontarci con le forze di sinistra e del centro-sinistra sulla base di due principi che per noi costituiscono la stella polare delle nostre scelte politiche: il rispetto di essenziali principi etici e la condivisione di alcuni contenuti programmatici.
8.Prima, tuttavia, di soffermarmi su questi aspetti che attengono ad elementi essenziali per la costruzione delle alleanze, consentitemi di esprimere alcune riflessioni sullo stato di fatto e cioè sull’adeguatezza del sistema delle autonomie locali, e in particolare delle regioni, nella risposta all’emergenza sociale e alle grandi questioni che interessano i territori. Nonostante i tagli ai trasferimenti e i vincoli posti dal patto di stabilità le regioni, insieme al resto del mondo delle autonomie, hanno continuato ad operare spesso in condizioni difficili, dovendo far fronte ad una nuova domanda sociale indotta dagli effetti negativi della crisi e lo hanno dovuto fare supplendo nella maggior parte dei casi all’assenza di un governo centrale che non solo non è intervenuto sul disagio, ma non si è fatto carico della crisi ed anzi ha peggiorato la situazione indebolendo il sistema di welfare. Se richiamo questi dati è perché la protesta che si è levata dal mondo delle autonomie ora in occasione della finanziaria, ma anche in passato, è sacrosanta ed, infatti, ha ricevuto puntualmente il nostro appoggio. Entriamo però nel merito delle politiche ed in particolare delle politiche perseguite da regioni ed enti locali governate dal centro-sinistra, spesso con il nostro concorso. A me pare si possa sostenere con qualche ragionevolezza che se vi è un elemento che distingue positivamente queste esperienze è la risposta data in diverse realtà al tema della crisi. Sia ben chiaro, non è stata una risposta esaustiva, ma vi è stato in alcuni casi un’attenzione al tema degli ammortizzatori sociali, in altri si sono introdotte misure di sostegno al reddito, in altri ancora si è intervenuto sul tema del precariato. Nel capitolo welfare la situazione è più differenziata. In alcune realtà si è difeso il patrimonio pubblico, in altri si sono concentrate risorse in alcuni settori, come la casa, in altre si è cercato di frenare gli effetti dei provvedimenti della Gelmini. A queste luci si affiancano delle ombre, laddove, ad esempio, si è perseguito sulla via delle privatizzazioni dei servizi pubblici o della loro alienazione o dell’indebolimento dell’attività di programmazione. Il vero punto debole, tuttavia, sul piano delle politiche, è stato l’intervento in tema di ambiente e territorio. Una tendenza alla cementificazione del territorio in molti casi non giustificata, interventi infrastrutturali di dubbia necessità, soluzioni al problema dei rifiuti arretrate tecnologicamente e di forte impatto ambientale come gli inceneritori, una pratica nei comuni di urbanistica contrattata che ha spesso determinato favori ai privati in cambio di debolissimi vantaggi per il pubblico.
9.Possiamo in buona fede sostenere che il consolidamento delle destre sui territori non ha niente a che fare con questi errori? Non è forse vero che molto spesso l’affermazione del Pdl è anche il risultato di un processo di omologazione nelle pratiche di governo, di un mancato riconoscimento di pezzi di elettorato della sinistra nei propri rappresentanti? E possiamo dire che in questa omologazione la questione morale ha rappresentato il fattore di maggiore delusione per l’elettorato progressista? Qui il capitolo da aprire sarebbe davvero rilevante, perché investe alcune regioni importanti e anche grandi amministrazioni comunali. Sempre, all’origine di questi fenomeni, vi è stata una prassi nella quale prerogative pubbliche e interessi privati si sono intrecciati con scambi più o meno illeciti. Ecco perché nell’accostarsi al prossimo appuntamento elettorale noi ci rivolgiamo alle forze democratiche e della sinistra con cui spesso abbiamo governato per porre una questione: la necessità di una discontinuità. Se non si guarda all’ obiettivo di offrire alternative di governo credibili, ma ci si appiattisce sulla difesa dello status quo, si offre alle destre un’arma straordinaria. Per questo occorre affrontare il tema delle candidature alle presidenze delle regioni e anche alla guida dei comuni con rigore. Il problema non è solo quello del rispetto della legge ma anche della credibilità del come si governa. Noi crediamo che, in larga misura, a sinistra e nel centro sinistra vi siano amministratori onesti e retti, ma nei casi in cui il profilo dei singoli si appanni gravemente occorre prenderne atto ed avanzare altre candidature. Per questo occorrerebbe un vero codice di comportamento, un impegno per il rispetto rigoroso di principi etici. Così come riteniamo che occorra dare segnali di un risanamento più complessivo della gestione pubblica. Non vorremmo più vedere nomine veicolate da intromissioni politiche arbitrarie. In questo siamo rimasti fedeli all’impostazione che assunse Berlinguer laddove sottolineò la necessaria separazione fra funzioni amministrative e compiti di direzione politica e vorremmo anche che il cittadino avesse la possibilità, in ultima istanza, di dire la sua sul come vengono gestite le risorse e i servizi, che insomma vi fosse un antidoto sociale all’autonomizzazione della politica, che sappiamo essere spesso all’origine del degrado nelle pratiche di governo. Per questo riteniamo occorra fare un passo in avanti sul piano della partecipazione. Noi non pensiamo che porre la questione della moralità sia fare del moralismo ma crediamo invece sia il punto di partenza imprescindibile per superare la crisi della politica, per riconquistare un rapporto di fiducia con i cittadini. Questa scelta va quindi considerata come un prerequisito per dare credibilità ad una coalizione.
10.A questa precondizione mi permetto di aggiungere tre nodi programmatici che ci paiono rispondere ad alcune urgenze a livello sociale e che comunque costituiscono elementi mobilitanti per una sinistra che voglia recuperare credibilità.
- La prima questione ha un’assoluta centralità. Mi riferisco al tema della crisi cui si associa la questione lavoro e reddito. Ho già detto dell’assoluta assenza del governo su questi temi e di una risposta abbastanza interessante da parte di alcune regioni. Il problema che abbiamo di fronte è quello di dare coerenza alle misure anticrisi e farle percepire a livello di massa come un insieme di provvedimenti organici che – a differenza del governo – si propongano di affrontare con determinazione la questione. I temi li conosciamo. Sono quelli di un utilizzo il più esteso possibile degli ammortizzatori sociali, di esperienze di reddito sociale per i disoccupati, di interventi diretti delle regioni nelle imprese in crisi, di politiche industriali che disincentivino le delocalizzazioni, di programmi di sviluppo legati al risanamento ambientale che favoriscano la crescita occupazionale. Ma c’è un punto sul quale vorrei richiamare la vostra attenzione, perché è un problema di impatto generazionale ed è la questione della precarietà. Una generazione è stata massacrata dal lavoro precario ed oggi ne viene addirittura espulsa. Non è tempo che, a partire dalle regioni, magari attraverso il riassorbimento progressivo dei precari delle pubbliche amministrazioni e un’intelligente modulazione degli aiuti alle imprese, si apra una nuova politica nel paese? Sarebbe ben curioso, peraltro, che lasciassimo a Tremonti la denuncia di questa piaga.
- La seconda questione riguarda il welfare. E’ possibile affrontare le destre senza dare il giusto rilievo a questo tema, nel momento in cui si taglieggiano le risorse per la scuola o per la sanità, mentre sul piano dei diritti sociali viene sferrato un attacco senza precedenti agli immigrati e si aizza l’opinione pubblica ad una guerra fra poveri? No, non lo è. Ma anzi dirò di più. E’ su questo terreno che è possibile un’offensiva proprio nel momento in cui il calo del reddito e il venir meno della sicurezza del lavoro esaltano le funzioni di protezione sociale. Abbiamo molti problemi nel paese che vanno risolti e non c’è tempo qui per citare i terreni di intervento possibili. Voglio richiamare la vostra attenzione solo su alcuni aspetti. È possibile che vi sia una parte del paese in cui la sanità pubblica è marginale rispetto a quella privata (che peraltro vive con i sussidi pubblici) e in cui gli standard sono così palesemente diversi dal nord? Non è giunto il momento di operare un progressivo trasferimento di risorse dalle strutture private a quelle pubbliche? E’ possibile, altresì, che in un’Europa in cui, anche per rispondere alla crisi, si investono risorse ingentissime su istruzione e ricerca, qui si taglieggino gli organici, si depotenzi il diritto allo studio e si lasci la ricerca in uno stato del tutto insufficiente? Non è giunto il momento che su questo terreno la sinistra riprenda l’offensiva con programmi di rilancio della scuola pubblica e dell’università? Ed è possibile che sul fronte sociale gli anziani non autosufficienti debbano essere taglieggiati con rette insostenibili e se non loro i loro famigliari e che gli immigrati non godano dei diritti di cittadinanza. Non è possibile. E’ su queste emergenze che si costruisce un programma.
- Il terzo nodo che vorrei richiamare è la questione ambientale, di cui tutti parlano, ma pochi con la sufficiente coerenza. Vi è su questo già ora una lesione non solo all’autonomia delle regioni ma a essenziali principi democratici. Con un referendum popolare venne cancellato il nucleare dal paese. Ora la destra vuole rilanciarlo. Ragioni di convenienza economica e principi di tutela ambientale vorrebbero che non lo si facesse e, anzi, a tale proposito già diverse regioni hanno contestato la potestà del governo di decidere i siti. Perché il rifiuto di questo provvedimento non deve costituire un riferimento programmatico? Io credo che lo si debba fare in ossequio, in primo luogo, al rispetto delle decisioni democraticamente assunte. La questione energetica - lo sappiamo - è molto delicata e vi sono anche a sinistra differenze rilevanti. Un tema molto spinoso è quello degli inceneritori. Non vogliamo su questo aprire una disputa. Ci permettiamo solo di sostenere che esistono attualmente tecnologie in grado di abbattere il volume dei rifiuti, a livelli tali e senza un apprezzabile impatto ambientale, da giustificare una scelta alternativa e pertanto non vi è ragione per cui non ricorrervi. Ed, infine, su un punto vorrei richiamare la vostra attenzione. Il centro-destra ha scelto di imprimere un’ulteriore torsione alle privatizzazioni nel campo dei servizi pubblici locali e lo ha fatto limitando al minimo il ricorso alle gestioni in house, ma anche riducendo al minimo il peso, nelle società miste, del capitale e del controllo pubblico. Si tratta di strutture, che al di là di qualsiasi considerazione, si sono conquistate uno spazio di mercato con una gestione a prevalenza pubblica. E’ evidente in ciò non solo la volontà di favorire il privato, ma anche un’impostazione marcatamente ideologica. E ciò avviene in modo particolare per l’acqua, un bene che nella percezione di massa è vissuto come bene comune per eccellenza. Noi rivendichiamo alla sinistra e alle forze progressiste il compito di salvaguardare la natura pubblica di questo bene, difenderlo dalla mercificazione, ed anzi avviare la sua ripubblicizzazione.
11.Se ho dedicato tanto tempo del mio intervento alla questione dei programmi è perché come partito avvertiamo la necessità che un’alternativa alla destra si fondi su un consenso reale, su una capacità di mobilitazione dell’elettorato, sulla capacità di rendere visibile un profilo qualitativamente diverso dalle destre e al tempo stesso realistico e fondato su bisogni concreti.
Su questa bussola intendiamo relazionarci coi nostri interlocutori, con spirito costruttivo, ma con la consapevolezza che occorre dare risposte. La logica della geometria politica, secondo la quale la vittoria è garantita dalla somma algebrica degli elettorati potenziali, spesso non funziona, a maggior ragione quando ci si gioca la partita sul filo del rasoio e una componente decisiva del tuo successo è dettata dalla capacità di recuperare pezzi di elettorato che si sono allontanati.
È sulla base di questa verifica di merito che puntiamo a costruire alleanze alternative alla destra. Se riscontreremo una piena convergenza daremo vita a coalizioni politiche programmatiche e assumeremo ruoli di governo. Se verranno rispettati i principi etici fondamentali e il quadro programmatico sarà parziale ancorché sufficiente, daremo comunque il nostro appoggio, ma non condivideremo ruoli di governo. In caso contrario, ci presenteremo autonomamente. Come si può constatare vi è da parte nostra la piena consapevolezza della necessità di fronteggiare il rischio delle destre, ma al tempo stesso della necessità che le intese siano trasparenti e che la logica della ricerca delle alleanze non sacrifichi i contenuti al punto di pregiudicare il profilo e la credibilità dell’alleanza stessa. Consentitemi a tale proposito di fare il punto sulla situazione che fino ad ora si è determinata. I confronti sono in corso un po’ dovunque e ci consegnano uno scenario molto differenziato. La situazione non è facile. Vi sono alcune regioni dove gli accordi sono in uno stato avanzato, in altri casi, tuttavia, si sono evidenziate difficoltà che se non rimosse potrebbero rappresentare ostacoli nei rapporti a sinistra. In Lombardia ad oggi è stato impossibile confrontarsi seriamente e ci pare vi siano nei nostri confronti atteggiamenti di preclusione che ci paiono del tutto illogici nel momento in cui sconfiggere Formigoni non è cosa facile e richiederebbe uno sforzo unitario. In altre realtà, ma siamo fiduciosi che alcuni ostacoli verranno superati, si vorrebbe quasi azzerare le esperienze di centro-sinistra in corso, per ripartire da zero, nel contempo pretendendo il sostegno al presidente uscente, con ciò svilendo un lungo lavoro comune. In altri casi non si tiene adeguatamente conto degli alleati mantenendo soglie di sbarramento perfino interne alle coalizioni particolarmente elevate. In altri casi, ancora, i tentativi di allargamento delle coalizioni arrivano al punto di prospettare alleanze con settori fino ad ieri esplicitamente collocati a destra. Noi pensiamo che occorra affrontare queste situazioni con spirito costruttivo, ma pensiamo anche che occorra più senso dell’equilibrio e anche più realismo.
12.Vorrei concludere questa mia relazione con alcuni accenni al nostro impegno come partito nelle istituzioni. Siamo tutti consapevoli delle difficoltà incontrate negli ultimi due anni. La vicenda delle politiche, prima, e quella delle europee, dopo, hanno privato i comunisti e le forze della sinistra di alternativa di una rappresentanza istituzionale importante. In questo ha pesato un’esperienza di governo deludente e certamente non pochi errori, ma anche – nel caso delle europee - una torsione istituzionale, sostenuta dal centro destra con la condivisione anche della sinistra moderata, tesa a ridurre gli spazi democratici. Il prezzo che abbiamo dovuto pagare è stato rilevante, ma a me pare si possa dire che senza la sinistra, e al suo interno il nostro partito che ne resta la componente più rilevante, non c’è possibilità di costruzione di alcuna alternativa alle destre. Non solo, senza questa presenza l’opposizione è monca e Berlusconi è destinato a godere di una possibilità di azione sproporzionata. Non siamo presuntuosi. Imparare dai propri errori è importante e non vogliamo dare lezioni ad alcuno, ma alcune cose vogliamo dirle. In primo luogo, che l’impegno nelle istituzioni resta un terreno fondamentale di iniziativa politica, ma che se a questo non si accoppia un impegno reale nel conflitto e a fianco dei soggetti che costituiscono i nostri referenti, questa stessa presenza può isterilisti e spingere ad un tatticismo di corto respiro. In secondo luogo, che la crisi che investe la politica ha ormai raggiunto un livello tale che occorre una vera e propria rifondazione dei partiti, liberandoli dalle logiche autoreferenziali che spesso ne hanno segnato la fine come luoghi di formazione delle coscienze ed espressione di idealità. Per noi comunisti l’impegno che ci è richiesto è qualcosa di più, perché nella nostra concezione vi è un’idea di trasformazione radicale della società, non un suo semplice adattamento e quindi la nostra stessa visione della democrazia e del ruolo delle istituzioni ci impone un approccio critico che ad altri non è richiesto. In particolare, la grande questione che è squadernata di fronte a noi è la connessione che esiste fra sviluppo della democrazia e progresso sociale. Laddove, se è riconosciuto che senza democrazia non vi è vero progresso sociale, vale anche il contrario. Senza sviluppo sociale la democrazia si riduce a pura forma, esercizio di diritti nominali, espressione di opzioni spesso manipolate. La nostra ambizione è quella di impegnarci per dare nuovo senso alla democrazia, nonostante le nostre forze –ne siamo consapevoli – siano esigue, ma con la convinzione di sempre.