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Assemblea nazionale sul Partito - Relazione di Claudio Grassi
mercoledì 11 novembre 2009

Su la testa, si riparte!

Svolgiamo questa assemblea a conclusione di 20 assemblee regionali, organizzate tra settembre e ottobre per fare il punto sul tesseramento e lo stato del partito.

Il senso di questa iniziativa è duplice: oggi proveremo a parlare di noi, del nostro partito, delle sue difficoltà e delle sue potenzialità; in questa prima giornata ci scambieremo informazioni e rifletteremo sul nostro stato. L'obiettivo, sulla base anche dell'esperienza concreta, è quella di avanzare qualche proposta di lavoro per fare passi in avanti. Anche per questo abbiamo scelto un approccio plurale anziché una relazione onnicomprensiva, facendo svolgere ai responsabili di dipartimento o di settore gli interventi sulle cose di cui si occupano, affinché emergano le difficoltà, ma anche le potenzialità della nostra organizzazione.

 


Ci premeva anche darvi informazioni precise su alcune situazioni molto delicate – penso a Liberazione o alla nostra condizione economica – poiché, girando per il partito, a volte si sentono cose anche molto lontane dalla realtà.

La seconda giornata di questa assemblea si pone invece un altro obiettivo: quello di indagare la crisi della forma partito in senso più generale, una riflessione quindi più di fondo - direi quasi teorica - poiché i cambiamenti intervenuti nella società, nel modo di fare e di intendere la politica sono rilevanti. Tocca a noi tentare di capire quali cambiamenti dobbiamo attuare per uscire in positivo da questa crisi che – come accade per quasi tutti i partiti – ci coinvolge pesantemente.

Vorrei precisare – in premessa – che questa non è una Conferenza di Organizzazione del partito simile a quella di Chianciano del giugno 1997, oppure a quella - sempre di Chianciano - nel febbraio 2000 o a quella più recente di Carrara del marzo 2007. Questo è un momento di discussione. Penso che sia quanto mai opportuna una conferenza d’organizzazione, visto tutto quello che è successo in questi ultimi due anni, ma penso che essa vada collocata - avanzo qui formalmente questa proposta – dopo le elezioni regionali, vale a dire nell’aprile-maggio 2010. Le differenze tra una conferenza e un’assemblea sono sostanziali: una conferenza si costruisce a partire da documenti discussi nei circoli e nelle federazioni, mentre un’assemblea come questa è un momento di discussione che serve per fare il punto della situazione e avanzare proposte di lavoro.

La nuova “area organizzazione” si è insediata dopo il congresso di Chianciano e, di conseguenza, ha iniziato a lavorare dopo l’estate 2008, svolgendo l’assemblea di avvio del tesseramento il 5 dicembre 2008 a Roma, in un periodo nel quale la scissione non si era ancora consumata definitivamente. Abbiamo poi tenuto un’assemblea dei responsabili organizzazione, conclusa da Paolo Ferrero il 4 aprile sempre a Roma, a scissione più o meno conclusa, per fare il punto della situazione.

Non ho bisogno di ricordare qui che nei mesi di aprile e maggio tutto il partito si è concentrato nella campagna elettorale per le elezioni europee e per le amministrative.

Così ci siamo ritrovati a settembre con la necessità di recuperare terreno sul versante del tesseramento del partito.

 

 

La necessità di ridurre i costi e il rilancio di Liberazione

 

Vorrei anche ricordare che sempre in quei mesi il gruppo dirigente del partito si è dovuto impegnare a fondo per affrontare due questioni rilevantissime, la cui soluzione costituiva una precondizione per poter discutere di tutto il resto: parlo di Liberazione e della consistenza dell’apparato centrale del partito. Su questo interverranno più diffusamente i compagni Belisario, Greco e Boccadutri nelle loro relazioni. Mi limito a dire che Liberazione aveva accumulato un debito di 3,5 milioni di euro nel 2008 (10 milioni di euro negli ultimi tre anni di gestione Sansonetti) e che senza un intervento drastico si sarebbe arrivati inevitabilmente o alla chiusura del giornale o al fallimento del partito. L’accordo raggiunto ci consente di ipotizzare un netto calo del debito per il 2009 e una condizione di pareggio per il 2010, a condizione però, compagni e compagne, che Liberazione sia acquistata. Oggi non si può certo dire che il giornale non sia in sintonia con il partito, con le sue iniziative, le sue battaglie e le sue politiche. Anzi, colgo l’occasione per ringraziare il direttore Dino Greco, che in una condizione difficilissima si è assunto questa responsabilità e che con grande impegno ha lavorato affinché il nostro giornale riuscisse a cambiare l’impostazione e fosse in edicola tutti i giorni, cosa assolutamente non scontata vista la situazione.

Noi dobbiamo ricostruire un rapporto tra partito e giornale: il partito deve avere più cura, più sensibilità e dedicare maggiore impegno per questo suo strumento fondamentale. In un contesto dove siamo spesso cancellati dai media, credo sarebbe una sciagura se ci venisse a mancare anche il nostro quotidiano. Per questo dobbiamo incaricare in ogni federazione un compagno o una compagna che si occupi nello specifico del lavoro che riguarda la diffusione, il controllo della distribuzione e la ricerca di abbonamenti.

Nell’ambito della riduzione dei costi abbiamo dovuto assumere misure dolorose, a partire dalla drastica riduzione del numero delle pagine e dalla rinuncia alla distribuzione del giornale in Calabria, Sicilia e Sardegna, dove il rapporto venduto-costo di distribuzione non era sostenibile. Queste misure possono essere temporanee, come mi auguro, solo se riusciamo ad aumentare il numero delle copie vendute. Parliamo di alcune migliaia di copie, una ventina di copie a federazione: un obiettivo quindi assolutamente alla nostra portata. Vorrei informarvi che su questa questione è stato costituito un gruppo di lavoro da parte del Dipartimento Comunicazione diretto da Rosa Rinaldi al quale potete rivolgervi.

Così come siamo dovuti intervenire per ridurre drasticamente l’apparato centrale del partito, poiché anche quella spesa non era più sostenibile a fronte di una drastica riduzione delle entrate del partito provenienti dal finanziamento pubblico e dai versamenti degli eletti. Queste entrate, infatti, già quest'anno si sono ridotte drasticamente e, dal prossimo anno, si avvicineranno a zero. L’accordo siglato a Liberazione e l’intesa raggiunta per il personale dell’apparato centrale ci consente oggi un contenimento delle uscite quasi compatibile con le entrate. Abbiamo, quindi, messo il partito in sicurezza sul piano dell’esposizione economico-finanziaria.

Tutte queste difficoltà ci hanno provocato ritardi su altri versanti, a partire soprattutto dal tesseramento, rispetto al quale dobbiamo cercare di recuperare il terreno perduto. Per questo abbiamo deciso di tenere aperto il tesseramento 2009 fino al 31 dicembre, sulla base di altre iniziative che più avanti illustrerò.

 

 

L’anno 2009, il più difficile per il PRC

 

Care compagne e cari compagni, penso di non esagerare nel dire che il 2009 è l’anno più difficile da quando esiste Rifondazione Comunista, cioè da 18 anni. Abbiamo subìto una scissione pesante, grave come quella del 1998, ma ad essa  si è associata a una sconfitta politica senza precedenti che ha minato la nostra credibilità. Mi riferisco prima alla fallimentare esperienza di sostegno al governo Prodi e poi all’altrettanto fallimentare esperienza della Sinistra Arcobaleno, che ci ha collocati – per la prima volta dal dopoguerra - fuori dal Parlamento.

Tutto questo avviene tra l’altro in un contesto di crisi economica, dove le nostre ragioni – se non vivessimo questa doppia difficoltà dovuta alla scissione e alla caduta di credibilità in conseguenza delle scelte passate – potrebbero trovare uno spazio ed un consenso assai rilevanti. Parlo della crisi che Berlusconi ritiene ormai superata, dopo averla prima negata o minimizzata. Una crisi economica nel corso della quale i liberisti - quelli del laisser-faire e gli apologeti dell’egemonia di mercato senza condizionamenti - sono diventati improvvisamente statalisti per salvare il capitalismo; una crisi nel corso della quale i protagonisti del “niente stato e tutto mercato” si sono affrettati ad utilizzare montagne di soldi pubblici per salvare banche, aziende e borse. In una parola, per salvare l’intero sistema capitalistico che, senza l’intervento pubblico, non avrebbe probabilmente retto. Grazie agli interventi diretti dei diversi governi sono in parte ripartiti i meccanismi del capitalismo, ma non l’economia reale.  Aumenta la disoccupazione e il precariato diviene ogni giorno di più una vera e propria piaga sociale. Contemporaneamente è partito un attacco frontale contro il sistema contrattuale e le relative garanzie salariali, con Confindustria pronta a porre sul tappeto le richieste di aumento della produttività senza mai ragionare delle retribuzioni e della qualità del lavoro. Così come le attuali difficoltà economiche si riflettono direttamente sulla tenuta di uno stato sociale realmente universalistico.

Che crisi è quella che stiamo vivendo? Una crisi di sovrapproduzione che si inserisce in un contesto diverso rispetto alle precedenti fasi di sviluppo del sistema capitalistico: da una parte sempre più merci, un maggiore grado di concentrazione del capitale economico-finanziario ed una concorrenza spietata su scala “globale”, anche grazie all’emergere di nuove potenze su scala mondiale, dall’altra una riduzione dei consumi e dei mercati interni dovuta ai bassi salari, funzionali al capitale per fare profitti. Una contraddizione intrinseca del capitalismo che ne lascia intravedere l’obiettiva necessità di un suo superamento. Abbiamo però imparato dalla storia che la presenza di “condizioni oggettive” per determinare il crollo ed il superamento del sistema capitalistico non sono sufficienti: da qui la necessità di ragionare a fondo anche sulle “condizioni soggettive”, vale a dire sui soggetti della trasformazione sociale.

Nel mondo si evidenzia un indebolimento degli USA, anche se al momento non appare un’alternativa. Positive le esperienze legate al socialismo del XXI secolo in America Latina, positive anche le dinamiche relative al multipolarismo sul piano delle relazioni internazionali, ma tutto questo non è sufficiente e, soprattutto, non allude a un’economia alternativa a quella capitalistica. Le nostre proposte non riescono a essere sufficientemente attrattive in questa crisi, pur essendo quelle che sarebbero in grado di andare alla radice dei problemi che stiamo vivendo, semplicemente perché abbiamo dilapidato in questi anni un patrimonio che tutti ci riconoscevano.

Di Rifondazione Comunista si poteva dire tutto, ma non che non fosse coerente. Coerenza che abbiamo perduto misurandoci con l’esperienza del secondo governo Prodi e che dobbiamo cercare di recuperare. Non si può essere il partito  per la pace “senza se e senza ma” e poi sostenere, dopo averle contrastate negli anni passati, le missioni di guerra come quella in Afghanistan: in questo modo la tua credibilità va a zero. Si crea una frattura tra il partito ed i movimenti, tra il partito e parti consistenti del “popolo della sinistra”: una rappresentazione plastica di questo disastro l'abbiamo toccata con mano con la visita di Bush a Roma con Piazza del Popolo vuota.

Inoltre, se tu sostieni di entrare in un governo per ottenere finalmente il “risarcimento sociale” e poi i soldi vanno solamente alle imprese attraverso una riduzione del cuneo fiscale, la tua  credibilità va a zero. Se poi, oltre a non riconoscere che non ce l'hai fatta, stampi un manifesto che è l'esatto contrario della realtà e cioè “anche i ricchi piangano”, facile capire cosa abbia pensato la nostra gente!

Siamo stati noi, insomma, a pagare il prezzo maggiore delle politiche moderate messe in campo dal governo di centro-sinistra. Per questo siamo crollati e per questo si è interrotta una connessione con il nostro popolo, che in passato ci aveva dato fiducia.

 

Nel 1997 il partito ha tenuto una Conferenza d’Organizzazione con una parola d’ordine emblematica: “Dalla resistenza al progetto: vinta la sfida dell’esistenza, ora si pone il problema della costruzione del partito comunista di massa”. Eravamo al picco della nostra storia: l’anno precedente avevamo ottenuto l’8,6% e 3.200.000 voti, mentre tutti i sondaggi ci davano al 10% e Bertinotti era considerato uno dei leader più apprezzati del panorama politico italiano. Se in questo momento dovessi dare un titolo alla nostra assemblea che sintetizzi quello che dobbiamo fare, direi: “Vinta la battaglia contro lo scioglimento, ora dobbiamo vincere quella dell’esistenza: occorre risalire la china e ricostruire il partito”.

Abbiamo provato sulla nostra pelle quanto si faccia presto a  distruggere un partito e quanto sia faticoso il lavoro della ricostruzione. Ma questo è il lavoro sul quale dobbiamo impegnarci, la sfida sulla quale ci siamo cimentati da Chianciano ad oggi.

La situazione nella quale versa il paese, tra l’altro, è grave. Non mi soffermo sulle vere e proprie nefandezze del governo di Berlusconi e Bossi; mi limito a dire semplicemente che il nostro contributo contro queste destre non deve mai mancare. In questi venti mesi non c’è stata una vera e reale opposizione politica contro questo governo: da una parte l’Italia dei Valori con un’impostazione populista, dall’altra il PD in grave difficoltà e vittima di se stesso, delle proprie divisioni e dei propri pregiudizi. Da questo punto di vista il PD di Bersani è diverso da quello di Veltroni e Franceschini almeno su un punto: è stata sconfitta la linea dell’autosufficienza e, di conseguenza, si può ragionare insieme almeno su un impianto istituzionale e su un sistema elettorale più democratico di quello attuale. Il fatto poi che il PD  di Bersani sia contro la bozza Calderisi (proposta di legge che prevede lo sbarramento del 4% per tutti i partiti a prescindere dalle coalizioni), sia contro gli sbarramenti elettorali su scala regionale e locale è un altro elemento positivo. Tutto da verificare, invece, nonostante Bersani abbia parlato della centralità del lavoro e della lotta al precariato, l'azione concreta del Pd su questi temi che, coerentemente, dovrebbero determinare  un’opposizione reale e da sinistra non solo al governo, ma anche alla Confindustria. In questo contesto, dicevo, Di Pietro è apparso e appare l’unica vera opposizione a Berlusconi. Il fenomeno non va sottovalutato. Noi dobbiamo condividere con Di Pietro le battaglie che riteniamo giuste, dal “lodo Alfano” alla manifestazione del 5 dicembre, evidenziando nel contempo le sue contraddizioni: da una parte sostiene la Fiom, dall’altra si complimenta con i liberali tedeschi, cioè il partito più antioperaio della Germania, dice di voler coprire lo spazio a sinistra del PD ma impedisce la nascita della commissione sul G8 e vota  favore della missione in Afghanistan e del federalismo fiscale.

 

 

Risalire la china è difficile ma non impossibile

 

Compagne e compagni, nonostante le difficoltà che ho tentato di richiamare pur se sommariamente, ritengo ci siano anche degli elementi positivi su cui possiamo innestarci per risalire la china.

 

a) Il nostro paese non è “pacificato” nonostante vent’anni di politiche neoliberiste più o meno temperate che hanno frammentato drammaticamente il mondo del lavoro e l’intera società italiana; al contrario, in Italia resta viva una forte conflittualità e una grande  disponibilità alla lotta e alla mobilitazione: pensiamo alla manifestazione del 4 ottobre sulla libertà di stampa, allo sciopero del 9 ottobre della Fiom, alla manifestazione di Roma contro l’omofobia del 10 ottobre come a quella del 17 contro il razzismo ed il pacchetto sicurezza del governo, fino alla mobilitazione dei sindacati di base del 23. Inoltre abbiamo già alcuni grandi appuntamenti per le prossime settimane come la manifestazione del 14 novembre organizzata dalla CGIL e quella del 5 dicembre contro le politiche del governo Berlusconi. Due manifestazioni alle quali il nostro partito parteciperà massicciamente. In particolare, siccome per  il 5 dicembre qualcuno pensa ad una manifestazione apolitica e apartitica (sic!), non solo dobbiamo partecipare in tanti, ma portare migliaia di bandiere rosse!

Queste mobilitazioni costituiscono un terreno fertile per una forza politica come la nostra, che sta all’interno dei movimenti e ritiene i conflitti essenziali per il proprio progetto di radicale trasformazione della società.

 

b) Il quadro europeo non rappresenta affatto un arretramento generale delle forze comuniste e della sinistra di alternativa, come penso ci racconterà domani Fabio Amato. Al contrario, tanto in Germania quanto in Grecia e Portogallo tali forze hanno ottenuto nelle recenti elezioni politiche risultati importanti, nel contesto peraltro di una evidente difficoltà delle socialdemocrazie, con particolare riferimento alla Germania. Ciò dimostra che in tutta Europa, perciò anche in Italia, vi è uno spazio rilevante a sinistra delle “socialdemocrazie”, quindi la nostra difficoltà - se sappiamo dotarci di una proposta politica e organizzativa credibile – può essere assolutamente superata!

Così come ritengo sia stato molto positivo l’ultimo Comitato Politico Nazionale che abbiamo tenuto in settembre. Le decisioni che abbiamo largamente condiviso possono aiutarci nella sfida della ricostruzione del nostro partito.

Vale la pena richiamare le tre importanti decisioni assunte dal Comitato Nazionale:

 

1) Gestione unitaria: le compagne e i compagni della seconda mozione hanno condiviso il documento politico e hanno deciso di entrare nella Segreteria Nazionale. Questo percorso unitario era già stato proposto al Congresso e, di conseguenza, non si tratta affatto di un abbandono dello “spirito di Chianciano” – come invece qualcuno ha sostenuto -, ma semmai di un suo inveramento. Dopo tanti anni, comunque, un documento politico viene condiviso da una larghissima maggioranza del Cpn (86%), così come dopo tanti anni si è costituita una Segreteria altrettanto rappresentativa. Occorre lavorare con grande lena per consolidare la gestione unitaria al centro ma anche nei territori. Il nostro auspicio è che ovunque – regionali, federazioni, circoli - si possa procedere su questo terreno, utile per la ricostruzione del partito, capovolgendo quella che è stata la “gestione maggioritaria” ereditata dal precedente Congresso di Venezia. In questo modo, praticando il terreno della sintesi e del reciproco rispetto, si possono creare le condizioni per superare il partito organizzato in correnti, dando vita ad una modalità di confronto interno nella quale le diverse opinioni e le diverse aree culturali possano confrontarsi senza rigide sclerotizzazioni interne.

 

2) La scelta della Federazione della sinistra. Una forma organizzativa che coglie due esigenze: da un lato consente a tutti i soggetti di mantenere la propria autonomia e la propria identità – al contrario di quanto ipotizzato con l’esperienza dell’Arcobaleno, Rifondazione non si scioglie –, ma dall’altro coglie un bisogno di unità che è centrale per ridare credibilità alla nostra proposta politica, passaggio fondamentale anche in vista dell’ormai prossima campagna elettorale. Unità nella chiarezza, dunque, poiché nel nostro progetto resta chiaro l'obiettivo del superamento del capitalismo, così come l'autonomia (che non è indisponibilità al confronto e anche alle alleanze anzi, ma ciò  dipende sempre dai contenuti) dal Partito Democratico. Anche in questo caso, il contrario di quanto avvenuto con l’Arcobaleno e con il progetto di Sinistra e Libertà, che non a caso si sta  sfaldando: un cartello elettorale, infatti, può funzionare per le elezioni, ma il giorno dopo c’è la politica e i nodi giungono al pettine: i Verdi se ne vanno, mentre i Socialisti non vogliono fare il partito. E’ il momento di incalzare Sinistra e Libertà, entrare nelle loro contraddizioni, lanciare la sfida unitaria. La ricostruzione di un consenso significativo per il nostro Partito passa anche attraverso il recupero di quel bacino di voti che, non dimentichiamolo, è stato di poco inferiore al nostro! Occorre quindi lavorare senza tentennamenti per costruire la Federazione della Sinistra a livello centrale. Dopo la riuscita assemblea di luglio le cose stanno andando avanti, sono pronti il manifesto politico ed il documento sulle regole. Tra la fine novembre ed i primi di dicembre ci sarà una grande assemblea nazionale che darà l’avvio alla fase costituente della Federazione della Sinistra. Lo stesso dobbiamo fare nei territori, assemblee aperte con il coinvolgimento dei soggetti promotori (PRC, PdCI, Socialismo 2000 e Lavoro & Solidarietà) come di altre soggettività: movimenti, comitati, singole personalità della sinistra.

 

3) Intervento nella società come terreno decisivo per ricostruire una connessione e una credibilità, per il PRC come per la Federazione. In questi mesi sono stati compiuti importanti passi in avanti – dai Gruppi di acquisto popolare alle brigate di solidarietà, alle casse di resistenza -, sui quali ci riferirà il compagno Piobbichi, responsabile del Partito Sociale. Così come il compagno Giardiello proverà a tracciare un quadro sulla presenza del partito nei luoghi di lavoro. Anche su questo terreno stiamo recuperando gradualmente un minimo di consenso, tutto da consolidare attraverso l’impegno e la mobilitazione quotidiani a sostegno delle lavoratrici e dei lavoratori colpiti dalla crisi: sta di fatto che nel 2007 abbiamo subìto pesanti contestazioni davanti ai cancelli della FIAT, mentre in questi mesi la nostra presenza attiva in tutte le lotte e le vertenze operaie per evitare chiusure e delocalizzazioni, è stata molto apprezzata. Occorre continuare su questa strada.

 

 

Dalle difficoltà della scissione alla ripartenza

 

Detto questo, dalle riunioni regionali che abbiamo organizzato emerge un quadro senza dubbio di difficoltà, ma sarebbe sbagliato e miope non registrare anche una reazione, una voglia di ripartire, a cominciare da una generale e inaspettata  buona partecipazione (questa riflessione vale anche per la straordinaria presenza a questo convegno, al di sopra di qualsiasi aspettativa), stimabile in circa un migliaio di persone, con molti giovani e diversi compagni che si sono riavvicinati. La scissione ha colpito pesantemente alcune regioni, in particolare Puglia, Campania, Sardegna e Lazio (Roma). Se dal punto di vista organizzativo il danno è circoscritto, sul piano politico tende invece ad essere generalizzato. E’ interessante notare anche come, a parte la Puglia, non vi sia una corrispondenza tra la consistenza organizzativa della scissione ed il consenso elettorale, che invece si  spalma in modo abbastanza omogeneo su tutto il territorio nazionale. Abbiamo stimato tra gli 8 ed i 10.000 gli iscritti che sono passati dal PRC a Sinistra e Libertà.

Ora vorrei soffermarmi brevemente su quelli che sono i nostri dati relativi al tesseramento, che trovate in cartellina e che pubblicheremo su Liberazione. Partirei dal dato relativo al 2007, essendo certificato poiché è quello su cui si è svolto il congresso: gli iscritti sono 87.826, in linea con un andamento che è stato di fatto quasi costante per circa un decennio, vale a dire dal 1999, dall’anno successivo alla scissione del PdCI, quando siamo passati da 117.000 a 96.000 iscritti. Nel 2000 infatti siamo scesi a 90.000 per risalire un poco solo nel 2004 (con 97.000 iscritti) in occasione del congresso di Venezia.

Per quanto riguarda il 2008, prima quindi della scissione, registriamo invece vari problemi. Intanto, come potete vedere, vi è un calo significativo: passiamo infatti da 87.000 a 71.000 iscritti. Questo dato, inoltre, è in parte ricostruito poiché ci sono ben 19 federazioni che non ci hanno comunicato il numero esatto degli iscritti: in questi casi abbiamo ricavato un dato presunto applicando agli iscritti del 2007 la media del calo generale, vale a dire circa il 20% in meno. In queste settimane cercheremo ovviamente di recuperare altri dati, anche se il numero degli iscritti proposto rimane – almeno questa è la mia opinione – tutto sommato veritiero, potendo subire una oscillazione al massimo di 1.000 iscritti in più o in meno. Nel 2008 abbiamo già dunque un calo non dovuto prevalentemente alla scissione (se ricordate, per votare nei congressi occorreva avere la tessera del 2008, anche se il dato di riferimento per la composizione della platea congressuale era quello del 2007), ma alle difficoltà politiche del partito, alla pesante situazione interna e al fatto che dopo il congresso non si è continuato un lavoro organico sul tesseramento.

Sui dati del 2009 pesa invece inequivocabilmente anche il calo dovuto alla scissione, oltre alle difficoltà generali di tipo politico che viviamo. Il dato che ci è stato comunicato al 31 ottobre – quindi parziale - è di 37.729 iscritti, pari al 53% rispetto al 2008. E’ un dato, questo, che dobbiamo e possiamo assolutamente migliorare. Vedremo i dati disaggregati per federazione, ma sono convinto che si possa ragionevolmente pensare di raccogliere altri 10-12.000 iscritti. Dobbiamo però lavorare con decisione su questo terreno e a questo proposito avanziamo alcune proposte organizzative e politiche:

 

1) una lettera del Segretario da inviare a tutti coloro che sono stati iscritti negli ultimi anni: forniremo poi a ciascuna federazione gli elenchi per contattare rapidamente questi compagni, una volta inviata la lettera.

 

2) Una mobilitazione generale del partito nella settimana che va dal  7 al 13 dicembre, con i circoli aperti, con la presenza il sabato e la domenica nelle piazze e nei mercati, con una campagna nella rete e, soprattutto, con la presenza di tutti i dirigenti nazionali per il 12-13 dicembre nelle grandi città. In queste giornate proponiamo alle federazioni, attraverso i circoli di ricontattare tutti i vecchi iscritti.

 

Trasformare la presenza del partito nelle grandi realtà metropolitane. Il futuro dei circoli

Non è certamente un caso che proprio nelle grandi città viviamo il punto più alto della nostra crisi organizzativa: Torino, Genova, Milano, Bologna, Firenze (qui il dato è drammatico), Roma, Napoli, Bari, Palermo, Cagliari. Dobbiamo, insomma, recuperare forza organizzativa e insediamento del partito. Per farlo, però, credo non sia affatto sufficiente limitarsi ad uno sforzo semplicemente organizzativo, anche se esso deve comunque essere messo in campo.

Sulle città metropolitane propongo una sperimentazione che, se condivisa, sarà seguita direttamente dall’area organizzazione nazionale con una verifica dopo un anno della sua funzionalità o meno. Propongo che il partito – con un progetto elaborato e organizzato su scala nazionale – costituisca assieme alle federazioni di riferimento delle “case dei diritti sociali”, strutture organizzative di informazione, consulenza giuridica, supporto gratuito alle cause di lavoro, alle dichiarazioni dei redditi, alla lotta per la casa, al contrasto degli sfratti, alla lotta contro la precarietà, le discriminazioni razziali e di genere; strutture che siano anche sedi dei gap, dei gas e delle brigate di solidarietà. Si tratta in questo caso di mettere concretamente al lavoro le competenze e le disponibilità – che sono tante – di cui il partito dispone per creare strutture utili ai lavoratori, agli immigrati, ai pensionati, in una parola ai soggetti deboli colpiti dalla crisi e dalle discriminazioni del sistema.

Sperimentazioni e innovazioni da una parte, ma anche cura di quel che c’è. Una cosa che ho sempre fatto fatica ad accettare negli anni passati – fatemela dire così – è stata questa pseudo-cultura diffusa nel partito secondo la quale chi si occupava dell’organizzazione e del tesseramento “era rimasto un po’ indietro”, una figura un po' patetica magari ammalata di torcicollo. I risultati di quelle demenziali teorie sono davanti a noi e tutti ne paghiamo le conseguenze. Occorre – al contrario – ripristinare al più presto la cura nella nostra organizzazione, con un richiamo forte alla serietà e al rigore con cui dobbiamo abituarci a lavorare. 

Oggi i circoli veramente attivi sono solamente una piccola parte. Questo è un dato di fatto, ma sarebbe davvero troppo facile – e profondamente sbagliato - attribuire la responsabilità solamente ai dirigenti locali o ai compagni sul territorio. Tocca a noi riattivare dal punto di vista politico ed organizzativo le nostre strutture di base. Intanto – non vi appaia questa una banalità, perché questa situazione non è acquisita ovunque – ogni regionale ed ogni federazione deve avere un/una responsabile organizzazione e del tesseramento che deve proporre alle federazioni e ai circoli un piano di lavoro che va poi gestito e verificato con cura. Occorre, insomma, programmare un minimo di attività su cui impegnare i circoli, attraverso una modalità di lavoro che preveda sempre verifiche intermedie e finali.

Altro elemento di cui parlerà diffusamente la compagna Barbarossa nel suo intervento riguarda la natura monosessuata del nostro partito, come si vede anche da questa assemblea. La presenza delle compagne è scarsissima, con l’aggravante che più si scende dalla Direzione Nazionale ai circoli, più questa presenza si riduce. Dobbiamo assolutamente modificare questa situazione, riprendendo e mettendo in pratica quanto deciso a Carrara. Dobbiamo inoltre organizzare in modo diverso le nostre riunioni, ad orari più accessibili. Per quanto ci riguarda, vorremmo organizzare attraverso un lavoro comune con il Forum e con le compagne una campagna specifica di adesione al partito per il 2010 rivolta alle donne. Pensiamo anche che sia opportuno organizzare, come ulteriore strumento di coinvolgimento, di elaborazione e di proposta, la Conferenza delle Donne comuniste, prevista dal nostro Statuto ma dal 2000 non più convocata.

Abbiamo iniziato un lavoro per costituire l’Archivio del PRC, curato dalla compagna Linda Santilli. Riteniamo che questa mancanza che abbiamo avuto negli anni passati sia da colmare assolutamente. Il Progetto Archivio, a cui vi chiediamo di collaborare, sarà uno strumento importante di valorizzazione del partito e della sua attività negli anni, un modo non solamente per non disperdere la memoria, ma per approfondire ulteriormente il nostro senso di appartenenza ad una duratura comunità di donne e di uomini.

 

In conclusione, compagne e compagni, vorrei riprendere altre rapide proposte di lavoro: il nostro partito, come ci dirà la compagna Rosa Rinaldi, ha un terribile ritardo, un  vero e proprio gap sull’uso della rete e dei nuovi sistemi di comunicazione. Il nuovo Dipartimento Comunicazione si sta attivando e sabato a Roma ci sarà una prima riunione nazionale di tutti i compagni e le compagne che hanno esperienze e conoscenze in materia.

Questo terreno è per noi strategico: la manifestazione del 5 dicembre - che sarà grande – è stata organizzata dalla rete.  Beppe Grillo e tutta la sua organizzazione si ramifica e si struttura con la rete. Penso non ci sia veramente tempo da perdere e credo che le aree di lavoro dell’organizzazione, della tesoreria e della comunicazione si debbano attivare rapidamente per mettere intorno ad un tavolo un gruppo costituito di compagni e compagne che conoscono queste tematiche, coinvolgendo anche esperti esterni del web 2.0, per produrre un progetto e una pianificazione per l’utilizzo da parte del partito e della Federazione della sinistra di questi nuovi strumenti.

Il dibattito politico si sposterà inevitabilmente e sempre più dal palazzo, dai giornali e dalle televisioni alla rete, verso quella che possiamo considerare a tutti gli effetti una nuova forma di democrazia dal basso che richiede nuove modalità di organizzazione.

Il nostro partito, che per molti motivi è penalizzato e minoritario nella presenza televisiva, potrebbe invece essere valorizzato nel contesto dei media sociali, perché la sua struttura organizzativa, la sua visione del mondo, le diversità che contiene, lo stesso orientamento ideologico appaiono più compatibili con la struttura di questi ultimi.

Gli Stati Uniti sono molto progrediti nell’uso della rete, che si è rivelata decisiva nella vittoria elettorale di Obama, ma che viene anche intensamente usata per costruire movimenti contro i paesi scomodi. E’ di questi giorni la notizia che a Città del Messico si è tenuta una riunione patrocinata dal Dipartimento di Stato Usa per ribaltare il Venezuela di Chavez attraverso un processo definito “rivoluzione twitter”, dal nome, appunto, di un importante Social Network. Se è vero che nel nostro paese le persone anziane fanno ancora un uso ridotto della rete e che la televisione è il mezzo di gran lunga più importante per orientare l’opinione pubblica, è altrettanto vero che recenti dati ci dicono che l’80% dei giovani dai 14 ai 29 anni utilizza internet.

 

Abbiamo, inoltre, la necessità, come ci dirà il compagno Galieni, di diventare effettivamente un “partito meticcio”, perché meticcia è la società, perché meticcio è il mondo del lavoro. Il nostro partito su questo ha fatto e continua a fare tantissimo. Manca però la capacità di aggregazione. Ci sono realtà che hanno avviato un lavoro positivo, penso a Padova o a Bergamo: organizziamo in una di queste federazioni un’assemblea per cercare di estendere queste esperienze in altre federazioni.

 

Le Feste di Liberazione rimangono uno straordinario strumento di mobilitazione per il partito, un vero e proprio “specchio” o “vetrina” verso l’esterno. In questa assemblea sentiremo di alcune esperienze particolarmente positive, anche se per fortuna esistono centinaia di esperienze in tutta Italia. Dobbiamo fare un progetto per il 2010, una campagna di Feste estive con un forte coordinamento e con l’obiettivo prioritario dell’autofinanziamento.

 

Infine un breve ragionamento relativamente alla quota tessera. So bene che ci sono problemi sulla nostra decisione e so che è difficile chiedere soldi in un momento come questo, nel pieno di una doppia crisi, economica e di fiducia nei partiti. Detto questo, però, penso anche che non si possa nemmeno continuare come in questi anni, quando, con l’avvicinarsi dei congressi, si distribuivano centinaia di tessere a 5 euro o anche meno. Così come so che in questi anni è passata una logica secondo cui la tessera non era importante, una cosa da fare certo, ma senza spenderci impegno. Dobbiamo operare per invertire questa tendenza. Va ricostruito un lavoro che ci consenta di ricontattare tutti gli iscritti, senza aspettare che siano questi ultimi a recarsi al circolo. Per la quota tessera – che proponiamo anche per il 2010 di mantenere a 20 e 40 euro – la proposta potrebbe essere quella di prevedere, partendo con il tesseramento a gennaio, il pagamento in due rate. Pensiamo, inoltre, di lanciare l’obiettivo di 1.000 tessere “sostenitore”, con una quota di almeno 500 euro per l’iscrizione al partito e l’abbonamento a Liberazione che sarà sottoscritta obbligatoriamente da tutto il gruppo dirigente. Inoltre, partendo da qualche città pilota, con un responsabile del progetto che inizierà subito questo lavoro, sperimenteremo il tesseramento tramite RID, attraverso cioè un dispositivo automatico tramite banca di versamento al partito. In questo modo con un piccolo versamento mensile, che tutti possono fare, si incrementa alla fine dell’anno la quota tessera (5 euro al mese, tanto per fare un esempio, significano una quota tessera di 60 euro l’anno).

 

Queste sono alcune proposte di lavoro. Ritengo che un partito in generale, e soprattutto un partito comunista come il nostro, se vuole tentare di trasformare in realtà le proprie idee ed i propri progetti debba curare a fondo il lavoro organizzativo,  avendo la capacità di dotarsi di quegli strumenti, che cambiano con il cambiare dei periodi storici, in grado di raggiungere milioni di persone.

 

Possiamo farcela, dobbiamo farcela.

 



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