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Non chiamiamole nazionalizzazioni.
lunedì 01 novembre 2010
Il nostro segretario in una recente intervista su Liberazione ha definito quella attuale una  crisi costituente, “un punto di passaggio che modificherà radicalmente il quadro dei rapporti sociali,  delle culture dominanti, delle rappresentanze politiche”.  Questo dimostra la speciale attenzione che il partito vuole riservare alla crisi e alla sua  capacità di stravolgere relazioni sociali, politiche e economiche consolidate e di modificare, sul  piano del comune sentire dell’opinione pubblica, opportunamente orientato dalla gran cassa  mediatica di regime, pensieri e schemi che hanno costituito l’architrave dei valori nell’ultimo  ventennio di pensiero unico neoliberista.  Tra le parole d’ordine sdoganate dalla crisi la principale è senza dubbio nazionalizzazione.
 
Questa parola è risuonata nei palazzi del potere quale possibile soluzione al dissesto in cui  versa il sistema finanziario mondiale: l’abbiamo sentita pronunciare dal segretario di stato  americano Timothy Geithner, dal premier britannico Gordon Brown, dal presidente del consiglio  Berlusconi per citare solo alcuni degli interventi in merito.  Persino la Commissione Europea, da cui eravamo stati abituati a ricevere severi moniti volti  a limitare gli interventi statali in nome della libera concorrenza dei mercati, nell’emanare  recentemente le linee guida per gestire gli asset tossici e deteriorati delle banche ha affermato che  “potrebbe essere considerata l’opzione delle nazionalizzazioni”.  In realtà dietro questa affermazione di principio si nasconde un vuoto di elaborazione  politica, manifesta in soggetti pubblici chiamati a salvare dal disastro un sistema che loro stessi  hanno contribuito ad affossare.  La Commissione si muove sulla scorta di un evidente paradosso di difficile se non  impossibile soluzione (è l’irriformabilità del sistema che noi comunisti abbiamo il dovere di  denunciare): da una parte l’opzione della nazionalizzazione delle banche dovrebbe avere come  prerequisito  "la piena trasparenza ex-ante e la rivelazione degli asset deteriorati delle banche scelte  a godere dell'aiuto, sulla base di un'adeguata valutazione, certificata da esperti indipendenti e  convalidata da un'autorità di supervisione del settore”, al fine di evitare che gli aiuti dello stato  possano servire solo a coprire delle falle nel mare magnum degli attivi bancari illiquidi e a rischio;  dall’altra è la stessa Commissione ad ammettere nel preambolo che il problema degli asset tossici  "sembra che non sia stato ancora risolto in modo soddisfacente e un inatteso approfondimento del  rallentamento economico adesso minaccia un ulteriore e più esteso deterioramento della qualità  del credito degli asset bancari".  Ci chiediamo come sia possibile valutare ex ante il valore delle attività bancarie illiquide (i  c.d. titoli tossici) prima di iniettare denaro pubblico se è atteso dalla stessa Commissione un  ulteriore e più esteso deterioramento degli asset bancari.  E’ in questa indeterminabilità del valore delle attività rischiose che si nasconde tutta la  profondità di una crisi che, come usa dire nel gergo giornalistico economico, si sta avvitando su se  stessa, trasformando attività sane in impieghi pericolanti, man mano che si approfondiscono in  maniera drammatica le negatività della congiuntura.  Altro aspetto da tenere in considerazione è la diversa valenza che gli aiuti pubblici stanno  assumendo nelle diverse realtà regionali del mondo globalizzato.  Negli Stati Uniti d’America, con buona pace di coloro che avevano salutato l’elezione di  Obama quasi fosse l’evento palingenetico che noi comunisti per cultura e tradizione ci aspettiamo  dalla rivoluzione, sembra prevalere l’idea di una partnership pubblico/privato che dovrebbe vedere  il concorso di capitali privati, provenienti dall’oltremondo dei paradisi fiscali, e opportunamente  assistiti da speciali facilitazioni creditizie ( è l’idea del cd. piano TALF – term asset-backed lending  facility presentato dal segretario di stato americano e regista dell’obanomics ;a tal proposito la Fed  ha già annunciato la propria disponibilità a finanziare gli investitori istituzionali, compresi gli hedge funds delle isole Cayman, che intendono investire in titoli emessi a fronte di prestiti per l’acquisto  di auto o concessi agli studenti).  In Europa si procede in ordine sparso.  Per quanto riguarda l’Italia,  l’opposizione parlamentare è assolutamente impreparata a  fornire risposte convincenti in merito e ciò per l’evidente spiazzamento di quanti fra politici e  maitres a penser hanno lavorato indefessamente negli ultimi venti anni per distruggere, nell’ottica  dell’innovazione, ogni forma di controllo pubblico sull’essenziale funzione creditizia (non è stata  forse la Legge Amato nei ruggenti e clintoniani anni ‘90 a permettere alle nostre banche di fare  trading con i soldi dei risparmiatori, in ossequio a precise direttive comunitarie?). Il sintomo di  questa impreparazione ce lo fornisce un articolo di Massimo Giannini sull’inserto Affari e Finanza  di Repubblica di lunedì scorso, che salutava con soddisfazione l’acquisizione da parte di Matteo  Arpe, già a.d. della Capitalia confluita in Unicredit, attraverso il suo fondo di private equity della  Banca Profilo.  La destra, paradossalmente, si permette di maneggiare con maggiore disinvoltura  l’argomento. Questo per l’evidente concezione autoritaria e proprietaria che i nostri governanti  hanno del potere. Berlusconi & C. stanno preparando un assalto all’arma bianca agli attuali assetti  proprietari del capitalismo italiano, nella indistinzione assoluta fra interessi privati e pubblici e  potendo contare su un’ingente dote finanziaria, il risparmio degli italiani, popolo di formichine con  una naturale avversione al rischio.  Quando Tremonti parla della specificità del sistema italiano, un alto debito pubblico che  trova compensazione nell’altissima propensione al risparmio dei privati, sta già pensando come  mettere le mani su quel risparmio per fini non certo di pubblica utilità.  La vergogna della riforma della Cassa Depositi e Prestiti, un ente finanziato con il risparmio  postale, e che sinora ha avuto per statuto l’obbligo di limitare gli impieghi al solo settore degli enti  locali, ma che nella mente del ministro dell’economia dovrebbe finanziarie la politica delle grandi  opere promossa dal governo, è soltanto uno degli aspetti di una più ampia strategia depredatoria.  Lo stesso è a dirsi per le banche: non è difficile individuare la regia occulta di Palazzo  Grazioli nelle vicende tormentate dell’aumento di capitale del nostro principale gruppo bancario  Unicredit.  Sic stantibus rebus, un invito ai dirigenti del partito: non confondiamo, sia pure in buona  fede, la nostra voce con quanti acriticamente si dicono favorevoli a una politica di intervento  pubblico. Se in America qualcuno piuttosto che di nazionalizzazioni parla di pre-privatizzazioni  delle banche in crisi ( ancora di recente il premio nobel Paul Krugman intervenendo in merito al  piano Obama sull’ Herald Tribune), in Italia quando il premier parla di nazionalizzazione, intende  semplicemente l’appropriazione per fini privati di un ingente patrimonio pubblico, il risparmio degli  italiani. La vera nazionalizzazione, come concludeva Tonino Perna su questo giornale, sta in “un  cambiamento nel modo con cui usiamo il denaro,e quindi il credito, nella gestione sociale e politica  di questo strumento che da mezzo, utile all’umanità, è diventato un fine che distrugge la società”.  Troviamo un’altra parola per la strategia criminale di Berlusconi e Tremonti.

Alberto Rotondo
Componente Ufficio Credito e Assicurazioni PRC


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