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LAVORARE IL DENARO OGGI
martedì 02 novembre 2010
BANCHE, ASSICURAZIONI E FINANZA NELL’ESPERIENZA DEI LAVORATORI DEL SETTORE

Problemi, riflessioni, proposte per una piattaforma politica.

Veniamo da due anni di crisi verticale della finanza. Quanto è accaduto a partire dall’esplosione della crisi dei mutui sub-prime ha ridisegnato la mappa della finanza mondiale. I due paesi che sono stati investiti in modo frontale dal dissolvimento dell'ennesima bolla (Usa e Regno Unito) annaspano alla ricerca di una via d’uscita che è ben lungi dall’intravedersi. Gli stati della vecchia Europa non sono passati indenni nella bufera: Olanda e Belgio hanno dovuto farsi carico di un sistema bancario in disfacimento, ma i guai hanno toccato profondamente anche le banche tedesche e le banche svizzere, per non parlare dei paesi dell’est-europeo. Spagna e Irlanda hanno oggi i guai peggiori, in termini di crisi economica, con lo sgonfiamento dell’immobiliare e la recrudescenza della recessione, sebbene le banche (almeno quelle spagnole e, anche lì,  fatta eccezione per le casse di risparmio) stiano meglio che altrove. L’Islanda è fallita, così come Lehman, lasciando buchi giganteschi nei bilanci di molte istituzioni potenti e blasonate.
 
Francia e Italia hanno tenuto, con i loro sistemi bancari protetti e blindati da istituzioni statali decise  a tenere saldamente in mano le leve del credito, al di là di tutta la retorica sprecata sulla libertà d’impresa e sulla libera concorrenza: le barriere all’entrata hanno funzionato, nonostante tutto, e chi è riuscito a varcare le frontiere lo ha potuto fare solo dopo avere contrattato con le autorità nazionali tempi, quote di mercato e contropartite. E nonostante questo anche Francia e Italia hanno patito e hanno dovuto affrontare dei guai: la Societé Generale si è trovata un bel buco da trading (5 miliardi di euro), il Credit Agricole una bella grana con l’Antitrust italiano sul patto di sindacato di Intesa Sanpaolo (anche qui con multe ipotetiche fino a 5 miliardi di euro); l’Unicredit ha rischiato la catastrofe per la sovraesposizione in mercati a rischio (Est-Europa, ma non solo); il Banco Popolare ha prodotto e subìto il tracollo Italease; Intesa Sanpaolo ha accumulato macerie su svariate operazioni, gestite come “banca di sistema”, ha dovuto svalutare parecchio e si appresta a vendere i gioielli di famiglia, come Fideuram. Il sistema bancario italiano, a livello globale,  ha superato nello scorso mese di luglio,  per incagli e sofferenze, la soglia dei 50 miliardi di euro.
Il profilo di rischio delle banche domestiche era tuttavia limitato, il ricorso alla leva del debito più ridotto che altrove e le fusioni, guidate dall’alto dalla “persuasione morale” della Banca d’Italia, hanno consentito una minor dispersione del patrimonio di base. Quindi il sistema ha tenuto, nonostante il crollo degli utili, risultati nel 2008 circa la metà del 2007 e previsti, nel 2009, a circa la metà del 2008. Come a dire, che gli utili si sono ridotti ad un quarto in soli due anni!
Adesso che il vento sta cominciando a girare, almeno a giudicare dalle trimestrali comunicate al mercato nel mese d’agosto, le banche si azzardano persino a snobbare i Tremonti Bonds, sostenendo che sono troppo costosi, condizionano pesantemente i manager e gli azionisti e, alla fin della festa, non sarebbero più così necessari per irrobustire i coefficienti patrimoniali. Può darsi che sia così, ma questa ostentata sicurezza, connessa alla totale mancanza di autocritica dei nostri banchieri per le condotte passate, non collima con altre posizioni pubbliche sostenute dai vertici Abi. Per esempio con la dichiarata volontà di modificare la struttura del fondo per l’esodo, la disdetta dell’accordo sulle agibilità sindacali e la richiesta (e l’annuncio) di voler inaugurare una nuova stagione contrattuale che tenga conto del “mutato contesto del settore”: un chiaro invito a stringere la cinghia e farsi nuovamente carico del taglio dei costi. L’annuncio di una dichiarazione di guerra…
Nel settore sta dunque arrivando il segnale di una svolta, di segno restrittivo e di carattere autoritario, in linea peraltro con un sistema economico in affanno, politiche pubbliche conservatrici e reazionarie, riforme istituzionali antidemocratiche e manifesto attacco alle libertà fondamentali.
I lavoratori del settore si troveranno così di fronte a difficoltà nuove, inedite e inaspettate. Ne potranno uscire in positivo  solo con una rinnovata capacità di saldare i propri interessi e le proprie esigenze in una piattaforma politica, sociale e sindacale,  di tipo esteso,  che comprenda e coinvolga uno spettro ampio della società italiana e rappresenti la fusione e la sintesi di convergenze larghe e composite.
Vorrei provare ad individuare i punti che possono rappresentare un possibile canovaccio per questa piattaforma generale e vorrei farlo a partire dalle nostre priorità, dal punto di vista particolare del sindacalismo di base e dalla principale delle sue organizzazioni: la Cub.
Parlare di questa piattaforma a partire dal sindacalismo di base, così come noi lo intendiamo, significa porsi in una posizione netta di autonomia dai partiti e dalle forze politiche e quindi prescindere anche dal quadro politico: lo abbiamo dimostrato sempre, rifiutandoci di fare sconti particolari ai governi “amici”. Pensiamo che i lavoratori non abbiano governi “amici” e non li debbano avere neanche i loro rappresentanti.
Tuttavia quest’autonomia di giudizio e questa scelta di indipendenza non deve sconfinare nell’indifferenza. Non avremo governi “amici”, ma sappiamo e dobbiamo tenere sempre presente che i governi non sono tutti uguali. Per esempio quelli che si sono succeduti negli ultimi 15 anni hanno avuto politiche molto simili sul terreno del lavoro (contratti atipici, leggi anti-sciopero, politiche dei redditi, riforma delle pensioni, taglio dei servizi), ma molto diverse su altri temi (dal testamento biologico al ruolo dei media, dal rapporto con la magistratura alla lotta alla mafia, dalle riforme istituzionali ai diritti civili).
Tutti i governi hanno cercato di portare indietro i diritti dei lavoratori, dividendosi semmai sul metodo più efficace per raggiungere l’obiettivo. I governi di centro-sinistra privilegiavano la concertazione sociale, perseguendo una riduzione contrattata del reddito, delle pensioni e dei servizi pubblici, attraverso il negoziato con Cgil-Cisl-Uil e l’adesione di tutto lo spettro delle associazioni di categoria presenti nel paese: la parola d’ordine era evitare fratture e raccogliere il consenso pieno di tutti gli attori sociali, anche a costo di allungare i tempi e addolcire la cura. I governi di centro-destra, al contrario, non vedono l’ora di andare allo scontro con quelli che considerano residui del passato, forze della conservazione e soggetti ideologicamente orientati: la Cgil, i sindacati di base, il pubblico impiego e in generale chiunque si ponga di traverso al progetto di ridisegnare la società e l’intervento pubblico in funzione degli interessi della piccola e media impresa, del popolo delle partite Iva, del grande capitale privato.
Il sindacato di base ha spesso trascurato gli assetti politici che determinano il contesto in cui si svolge il conflitto di classe: un errore di valutazione che ha forse consentito di restare fuori dagli scontri e dalle tensioni che hanno contraddistinto la problematica esperienza della partecipazione della sinistra radicale al governo, ma che ha finito per amputare l’analisi della situazione di uno strumento prezioso.
Un rapporto di tipo diverso avrebbe forse permesso di evitare quanto è accaduto, in particolare, nel biennio 2006/2007: lo sdraiarsi della sinistra comunista al governo sulle posizioni della Cgil e dei sindacati concertativi, tesi a coprire a sinistra le politiche europeiste, nel segno del rigore, della coppia Prodi - Padoa Schioppa. Una volta sganciata dagli interessi immediati dei lavoratori e proiettata verso un “secondo tempo” di recupero, che non arriva mai, la sinistra di governo e poi anche quella parlamentare hanno finito per smarrirsi, per poi sparire: forse abbiamo perso entrambi un’occasione preziosa per tentare cose diverse.
Se vogliamo trarre qualche insegnamento prezioso dall’esperienza, possiamo così provare ad individuare quelli che possono essere i punti di contatto, di intersezione e di convergenza nei nostri rispettivi percorsi, sindacali e politici.

Le libertà sindacali

Il primo e basilare terreno d’incontro può essere quello dei diritti minimi delle organizzazioni sindacali, nel nostro come negli altri settori: agibilità e permessi per tutte le associazioni sindacali costituite, diritto alla trattenuta, soglie di rappresentatività per concorrere alle elezioni delle RSU, diritto di sciopero. Come sappiamo siamo uno dei pochissimi settori dove le RSU non sono mai state votate e questo scandalo è stato addirittura rivendicato dal sindacato autonomo Fabi come una condizione sine qua non per aderire all’inaccettabile all’accordo sulla contrattazione del 22 gennaio scorso. Anche l’altra organizzazione autonoma del settore bancario, la Falcri, ha aderito, tramite l’affiliazione alla Confsal, all’accordo sulla contrattazione. La Fisac-Cgil si è espressa a vari livelli a favore della votazione delle RSU, ma poi nessun impegno in tal senso è stato perseguito davvero, perché c’è sempre la foglia di fico delle altre sigle che non vogliono e l’arrogante affermazione che le sigle sindacali dei bancari sono rappresentative a prescindere, perché hanno gli iscritti.  Quindi siamo splendidamente soli nel rivendicare il diritto dei lavoratori di votare i propri rappresentanti al tavolo delle trattative. Siamo al di sotto di qualunque livello di decenza…
Anche lo snaturamento del diritto di sciopero assume aspetti paradossali nel settore bancario. La legge del 1990 nasceva in un contesto totalmente diverso da quello attuale: era, in effetti, possibile bloccare l’erogazione di stipendi e pensione tramite gli scioperi articolati ed in tal modo arrecare gravi disagi sociali nel caso di vertenze lunghe e aspre. Da allora però è cambiato tutto: sono aumentati i canali elettronici d’interazione banca-cliente, si è diffusa la moneta elettronica, si stanno cominciando a diffondere filiali senza più casse. Contemporaneamente sono diminuiti d’intensità conflitti e vertenze guerreggiate, fino quasi a sparire. Il diritto di sciopero è quasi inessenziale, talmente parco è l’uso che se ne fa. Eppure si è inasprita nel tempo la rigidità della legge, l’autoregolamentazione dei sindacati ed anche la delimitazione delle modalità del conflitto negli accordi con la controparte. L’accordo di gennaio introduce ulteriori paletti che rendono sempre più vacuo il diritto di sciopero nei servizi e rende, da una parte, urgente l’elaborazione di idee nuove per incidere e bloccare il ciclo produttivo (blocco dei centri di elaborazione dati, sciopero della vendita, boicottaggio passivo delle campagne commerciali e così via), dall’altra, la necessità, non eludibile, di arrivare per via politica all’alleggerimento dei vincoli che gravano sull’effettivo esercizio del diritto di sciopero.

L’etica nel lavoro

Molti di noi hanno iniziato la loro attività politica con una critica feroce all’etica del  lavoro, alla base dello spirito del capitalismo. Dopo molti anni abbiamo riscoperto l’etica nel lavoro, come valore da difendere e da predicare. Nei lontani anni ’70 era convinzione diffusa, nella sinistra radicale, il rifiuto del lavoro, come negazione pratica del dominio del capitale e anche come affermazione di se stessi come soggetti autonomi che non accettano più di funzionare come semplici replicanti delle logiche produttive. Adesso il lavoro è tornato al centro della sfera degli individui, sia perché ce n’è di meno, è più difficile trovarlo, cambiarlo, migliorarlo, sia perché sono venute meno tutte le utopie, quelle rivoluzionarie e quelle riformiste.
Non c’è più l’orgoglio del lavoro “ben fatto” che poteva esserci ancora 50 anni fa nel vecchio operaio di mestiere e anche nell’onesto ragioniere di banca, ora c’è un pallido succedaneo che possiamo definire l’approccio etico alle cose che facciamo.
Non mi riferisco tanto, qui, al cosa e al come produrre, sul piano fisico e industriale: la nostra collocazione produttiva, nei servizi finanziari, ci porta a pensare al sistema di relazioni che si instaurano attorno al credito, ai suoi prodotti e servizi.
L’evoluzione del sistema bancario ha cambiato tutto nel giro di 20 anni: da strumento semi-pubblico di raccolta di risparmio privato da convogliare verso le imprese in un sistema misto, a capitalismo temperato, le banche sono diventate supermarket finanziari protese alla speculazione e alla gestione del risparmio altrui, con marginale dirottamento di finanziamenti verso l’economia produttiva e verso quelle imprese che non riescono a profittare adeguatamente della disintermediazione creditizia, ricorrendo in modo diretto ai flussi privati.
I danni che questo processo ha prodotto sono enormi, sia sul risparmio dei privati, che sulla finanza d’impresa. I risparmiatori privati, perché indotti a comprare prodotti d’investimento inadeguati, incomprensibili e costosi, senza consulenza e senza assistenza post-vendita. Le imprese (e anche gli enti pubblici), perché indotte a comprare derivati,  come collaterale quasi obbligato a finanziamenti necessari, erogati comunque con margini di interesse  più alti della media europea.
Come sindacato abbiamo posto al centro del nostro intervento la tematica di cosa si vende e di come si vende: sensibilizzare i lavoratori, invitarli a mettersi una mano sulla coscienza, denunciare pubblicamente l’aggressività delle politiche commerciali, alzare la nostra critica ai sistemi incentivanti che puntano a “comprare” il consenso del bancario venditore, sono stati i nostri imperativi morali.
Non si tratta solo, però,  di un approccio moralistico: significa pensare al futuro del proprio lavoro, alla credibilità nel lungo periodo, alla sostenibilità dei modelli di business. Tutti gli strumenti normativi disponibili (Testo Unico della finanza, regolamento Consob, vigilanza Covip e Isvap, Mifid, trasparenza, Patti Chiari, Policy aziendali) diventano lettera morta se non c’è condivisione sociale degli obiettivi e degli interessi da tutelare, a partire dal cliente più debole e meno attrezzato per maneggiare prodotti complessi.
La vigilanza dal basso, gestita dai lavoratori e imposta a direzioni aziendali spesso recalcitranti, troverebbe sponde più adeguate se ci fosse maggior consapevolezza anche nella politica, nell’opinione pubblica, nel sistema d’informazione. Molta strada è stata fatta, ma molta ancora  resta da fare. Secondo noi, i bancari dovrebbero poter esercitare una sorta di “obiezione” commerciale, rifiutarsi di collocare certi prodotti, partecipare a campagne di boicottaggio per mettere nel mirino i casi più eclatanti, collaborare alla diffusione di una maggiore cultura finanziaria che consenta alla clientela più illetterata di prevenire certe disavventure e costringa gli intermediari più disinvolti a scoraggiare certi comportamenti.
Sul piano della critica dei prodotti, abbiamo molte cose da condividere con gli strati sociali più deboli.

Il valore del servizio

Il modello sociale capitalistico è alimentato dalla continua creazione di nuovi prodotti e nuovi servizi, per rispondere a bisogni artificiali indotti dalla pubblicità e dal marketing. Nello stesso tempo la concorrenza spinge verso un costante ribasso dei prezzi. Anche le banche si muovono su questo terreno, sebbene la loro capacità “innovativa” sia ridotta a ben poca cosa e il più delle volte provochi soltanto enormi disastri. Pensiamo all’innovativa Banca del Salento, che portò in dote a Monte Paschi autentici pacchi organizzati, come MyWay e ForYou. Pensiamo al passaggio epocale dall’amministrato al gestito, alla fine degli anni ’90, che produsse una ribilanciamento di portafoglio esteso a buona parte del pubblico dei risparmiatori, per schiantarsi poi nel crollo dei mercati azionari dopo il 2001, un trauma non del tutto superato, neanche prima dell’ultimo disastro del 2008. Pensiamo al crescente ruolo del credito al consumo, che finanzia a tassi esorbitanti acquisti di beni, necessari o superflui, che la gente normale non può permettersi, per il livello infimo che hanno raggiunto salari e pensioni.
Qui si tratta di definire un ambito d’intervento che dovrebbe stabilire un’alleanza tra lavoratori dei servizi finanziari e utenza di massa popolare. Esistono una serie di bisogni primari che vanno soddisfatti attraverso l’offerta di servizi semplici e poco costosi: il mutuo, il finanziamento di beni durevoli o spese straordinarie, la tutela e la valorizzazione del risparmio di base per integrare redditi e pensioni scadenti, le assicurazioni obbligatorie e quelle necessarie. Su questo terreno hanno lavorato in profondità la concorrenza e i decreti Bersani: nei mutui e nella Rca auto, grazie anche alla comparazione dei costi on-line, è diventato più semplice confrontare costi e benefici e quindi obbligare l’offerta a schiacciare i margini di utile. E’ solo un esempio, se ne potrebbero fare altri: i conti a canone zero, la remunerazione delle giacenze offerta dai conti on-line, le carte prepagate, i servizi a distanza, hanno abbassato i costi di accesso ai servizi di base, semplificando la vita a molti risparmiatori e consumatori.
Tuttavia esiste anche l’altra faccia della medaglia: le banche sembrano orientate a fare diventare l’accesso remoto l’unica forma di contatto possibile, al di fuori del rapporto di vendita e collocamento. Si tratta di un disagio grave per quelle fasce di clientela prive degli strumenti e della capacità d’adattamento per entrare in internet o usare il bancomat. Per loro, la chiusura delle casse e dei servizi da queste prestate rappresentano uno shock, un peggioramento drastico della qualità della vita, una complicazione inaspettata.
Qui la coincidenza tra difesa dell’occupazione, da parte nostra, e della qualità del servizio, da parte dei consumatori/utenti è vera e innegabile. Riuscire a farla emergere come battaglia comune rappresenta un obiettivo praticabile.

I bancari e le tasse

Uno dei più vistosi fallimenti del centro-sinistra al governo è stato il totale nulla di fatto nei confronti della tassazione delle rendite finanziarie. Qualunque provvedimento in proposito avrebbe potuto “spaventare i mercati” ed il programma già volutamente vago e generico è rimasto come prevedibile lettera morta.
Eppure come lavoratori del settore avremmo un sacco di cose da dire in proposito e gradiremmo avere un sistema legislativo, un codice civile, un codice penale e delle norme contrattuali che ci tutelassero nel caso decidessimo di farlo.
Non pretendiamo di avere incentivi a denunciare le cose disoneste che abbiamo modo di osservare, ma almeno avere gli strumenti di difesa per non essere sanzionati.
Esiste una normativa antiriciclaggio estremamente complessa e farraginosa, che opprime il lavoro quotidiano ed addossa al singolo responsabilità esagerate, facendo perdere di vista l’obiettivo principale. L’individuazione dei veri responsabili di atti criminali, del riciclaggio di capitali illegali, delle clamorose evasioni fiscali, potrebbe essere estremamente più facile se fosse possibile intrecciare la “conoscenza del cliente” da parte del sistema bancario e l’operato delle procure inquirenti o degli ispettori fiscali. Basterebbero poche cose per fare funzionare davvero il sistema delle segnalazioni. Basterebbe legare gli incentivi dei direttori non più al rispetto dei budget commerciali ed al conto economico di filiale, ma alla massa di evasione che avranno aiutato a scoprire o alla quota di attività criminali che avranno contribuito ad arrestare. Rischiare qualcosa per fare vincere la legalità è meglio che chiudere un occhio per perpetuare, da una parte, gli utili bancari e, dall’altra, le attività criminose.
La lotta ai paradisi fiscali ha assunto un vigore insolito dopo la crisi del 2008, la finanza gode di scarsa simpatia e persino personaggi insospettabili, come il presidente della FSA inglese (una sorta di Consob) o la cancelliera tedesca Angela Merkel, si sono espressi a favore di un Tobin tax per limitare i movimenti speculativi di capitale transfrontalieri. C’è quindi un’aria nuova che può far ben sperare per il futuro, anche se le pratiche scorrette dei manager bancari non sono mai cessate (e neanche i loro bonus che sono saliti del 10% anche nel 2008) e tutto lascia presumere che vogliano riprendere più di prima. L’amministrazione Usa ha perseguito con molto vigore l’UBS svizzera finché si è decisa a consegnare le liste dei contribuenti disonesti. Qui facciamo uno scudo fiscale ogni 2/3 anni per “sanare” l’esportazione e la detenzione all’estero di capitali, in violazione di legge.
In Italia abbiamo 270 miliardi di euro di evasione fiscale e contributiva, ma nessuna delle forze politiche che “contano” osa fare proposte concrete per combattere realmente il fenomeno. Evidentemente si teme lo smottamento politico che verrebbe innescato da una lotta efficace all’evasione e si preferisce continuare a fare pagare il grosso delle tasse dirette al lavoro dipendente ed il grosso delle tasse indirette ai consumatori inconsapevoli. Su questo terreno occorre dare atto che almeno Rifondazione, grazie anche all’operato di chi ha guidato l’Ufficio Credito negli anni precedenti, aveva prodotto idee e proposte condivisibili per il programma del Centro-sinistra del 2006. Una lezione inascoltata, che mantiene tutta la sua attualità.
Una piattaforma che volesse modificare i rapporti sociali attraverso la leva redistributiva avrebbe molto da attingere dalla nostra esperienza di bancari: noi sappiamo come si evadono le imposte di successione, conosciamo i canali che usano le aziende per nascondere gli utili, come esistano diversi bilanci aziendali a seconda dell’interlocutore cui sono destinati,  come si creano le società di comodo, come si truccano i cambi di residenza, come si eludono le tasse sugli immobili e sulla loro compravendita.
Avremmo tante cose da raccontare, ma nessuna tutela se decidiamo di farlo. E’ una lacuna che va colmata per via legislativa e per via contrattuale, ma certo non riusciremo ad imporre alle banche alcuna svolta senza un vasto movimento d’opinione che attraversi tutta la società e metta in evidenza l’utilità “sociale” di un percorso che porti ad una struttura fiscale più trasparente ed equa.

Orario, salario, delocalizzazione

Ci sono tematiche più strettamente contrattuali che assumono però valenza generale, in un ragionamento ad ampio spettro sul ruolo delle banche nella struttura dell’economia in crisi.
Da una parte c’è questo mito sul fatto che i bancari guadagnano troppo ed i loro costi vengono trasferiti dalle aziende sul costo del denaro, addossando un fardello eccessivamente oneroso su famiglie  e imprese prenditori di credito. Dall’altra è sempre attuale la spinta delle banche a chiedere maggiori flessibilità d’orario, per adeguare le fasce di apertura degli sportelli e soprattutto di consulenza / vendita ai tempi e ai ritmi compulsivi della società odierna.
A dire il vero la pressione su costo del lavoro era un po’ calata in questi anni, perché il protocollo del 1998 aveva pianificato, da una parte, una riduzione strutturale dei costi attraverso la semplificazione della funzione gerarchica, dall’altra, individuato lo svecchiamento della popolazione lavorativa come strumento decisivo nel ricambiare vecchi lavoratori costosi con giovani apprendisti a buon mercato.  La pressione sugli orari invece era stata aggirata con l’incremento dei canali remoti e la portafoliazione della clientela, una modalità relazionale su appuntamento copiata sostanzialmente dal modello organizzativo delle reti dei promotori finanziari.
Quello che è diventato intollerabile oggi  è proprio quest’intreccio tra individuazione della responsabilità individuale nella realizzazione del budget ed il sistema incentivante che tende a trasformare una attività lavorativa generica in una missione da compiere, nell’ambito di un contesto aziendale capace di controllare, in dettaglio, l’uso del tempo e, in tempo reale, l’incedere della “marcia verso l’obiettivo”. Il lavoratore si trova così intrappolato in un lavoro di squadra con un forte controllo di gruppo sui risultati individuali, sottoposto ad ansia di prestazione, investito di compiti troppo impegnativi e proiettato verso traguardi irraggiungibili, da realizzare tramite la manipolazione strumentale dei bisogni della clientela.
La cornice contrattuale in cui si svolge questa tenzone vede le aziende premere per il contenimento del salario fisso e la costante rivalutazione di quello variabile, legato ai risultati individuali e di gruppo. Il tutto condito, almeno per i redditi più bassi (e quindi per i lavoratori più giovani) dagli sgravi fiscali che il governo ha riservato ai premi aziendali.
Per chi non ha obiettivi commerciali diretti, i miglioramenti possono arrivare soltanto da una riduzione di costi. E qui scattano le manovre societarie che tendono a scardinare il CCNL e la sua area contrattuale, con la creazione di società nuove a minor tutela salariale e normativa, lo spostamento di lavorazioni al di fuori del perimetro aziendale e addirittura al di fuori dei confini nazionali.
Qui la battaglia deve diventare trasversale. Significa fare capire alle altre categorie di lavoratori, all’utenza di massa, ai ceti più deboli, che non difendiamo privilegi o interessi particolari, non difendiamo soltanto i nostri redditi e le nostre rigidità normative. Difendiamo i diritti contrattuali dei lavoratori esistenti, ma anche di quelli futuri e di quelli eventuali, che magari stanno in qualche altra regione europea. Difendiamo il principio di continuare a produrre all’interno dei nostri confini a questi costi e non andare a cercare il paese a più basso costo del lavoro per poter mettere in concorrenza i diversi siti produttivi, i diversi sistemi socio-economici, i diversi lavoratori. E’ un principio di solidarietà, di richiamo alla responsabilità sociale d’impresa, di prevalenza del giudizio di valore, sulla creazione di valore. Qui c’è anche la difesa del lavoro di qualità e del livello di servizio, mentre l’alternativa è il degrado professionale coniugato con una prestazione lavorativa approssimativa o inaffidabile, che non si traduce, si badi, in un ribasso di prezzi e tariffe per il consumatore finale, ma in un rialzo degli utili, spesso temporaneo e provvisorio, seguito dall’insoddisfazione e dal rischio di perdita del cliente.
Si tratta dunque di affrontare le prossime scadenze contrattuali, le prossime vertenze, con la disponibilità e la capacità di “uscire” all’esterno della banca, comunicare socialmente temi e problemi, coinvolgere gli altri soggetti sociali che con noi possono avere interesse a resistere al cambiamento e costruire un nuovo modo di fare banca. Un nuovo modo di fare banca, come parte di un nuovo modo di fare tutto, come processo verso un sistema di relazioni sociali non mercificate. Per ribaltare i rapporti politici non si può sfuggire a questa sfida: la sfida per i lavoratori, i sindacati, la sinistra politica oggi è riuscire a costruire una organizzazione produttiva tesa a soddisfare bisogni primari e bisogni reali, oggi privi di riconoscimento e di soddisfazione. In tre parole: una società superiore.

RENATO STRUMIA
Segretario Nazionale Cub-Sallca


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