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Intervista di Cosimo Rossi a Cesare Salvi (Liberazione, 22/05/2009)
“Le dimissioni di Berlusconi sono una richiesta politica, non di carattere giudiziario”. Per questo Cesare Salvi, presidente di Socialismo 2000, ci tiene a marcare la differenza tra l’iniziativa della lista comunista e quella, per esempio, dell’ex pm Antonio Di Pietro. “Infatti – spiega Salvi – cerchiamo di realizzare un’opposizione al berlusconismo che dovrebbe affermarsi a tutto campo, non solo alla persona e alla degenerazione dei comportamenti, ma anche alle politiche e l’idea di società che afferma”.
D. La richiesta di dimissioni del presidente del consiglio in seguito alle motivazioni della sentenza sul caso Mills non è un po’ tirata per i capelli?
R. Ovviamente siamo consapevoli del fatto che difficilmente, per usare un eufemismo, la nostra richiesta di dimissioni potrà essere accolta. Eppure ci pare atto necessario e dovuto. Perché non è accettabile che un presidente del consiglio in carica, riconosciuto come titolare di fondi illeciti da una sentenza per quanto indiretta, in questo paese possa non solo essere protetto da una norma ad hoc come il lodo Alfano, ma addirittura usare la sentenza come strumento di un nuovo attacco alla magistratura e alla stampa. Ciò che è emerso dal procedimento e la reazione di Berlusconi sono due ragioni sufficienti a chiederne le dimissioni.
D. Si tratta però del primo grado di giudizio. Non c’è il rischio di apparire garantisti e giustizialisti a corrente alternata, a seconda di chi sia alla sbarra?
R. Ma infatti la nostra è una richiesta tutta politica, non relativa alla vicenda giudiziaria. Anche per questo insisto su tutti gli aspetti del caso: non solo da parte di Berlusconi non c’è risposta alle questioni sollevate dalla sentenza, ma il presidente del consiglio ne trae occasione per un attacco istituzionale nei confronti di un potere terzo, la magistratura, e anche della libertà di informazione. Non esiste in nessun paese democratico.
D. Non è che invece la sinistra insegue Di Pietro sul terreno anti berlusconiano?
R. Assolutamente no. Perché certamente non sono le vicende giudiziarie l’unico punto della nostra opposizione a Berlusconi. Anzi. Cerchiamo di affermare da sempre il fatto che l’opposizione a Berlusconi e al berlusconismo dovrebbe essere a tutto campo, non solo alla persona del presidente del consiglio ma anche alle politiche che realizza, all’idea di società di cui è portatore e che è andato diffondendo. Mentre, sia da parte del Pd che di Di Pietro, in questi anni la risposta è stata troppo debole.
D. Al punto che, ogni volta che finisce in prima pagina, Berlusconi esce rafforzato anziché indebolito…
R. Eh sì, siamo alle solite. E’ un fenomeno a cui assistiamo da quando Berlusconi ha iniziato la propria attività politica: il tentativo di utilizzare la potenza mediatica per capovolgere le difficoltà in attacco. Da questo punto di vista sono convinto che il risultato delle europee non potrà certo rappresentare la spallata nei confronti di Berlusconi e del berlusconismo. Per sinistra si tratta soprattutto di porre basi per la ricostruzione di se stessa e di un progetto alternativo.
D. Però l’altra faccia della medaglia dell’effetto mediatico di cui beneficia Berlusconi è quella che avvantaggia Di Pietro…
R. E’ tutto l’anno che va avanti così: sfruttando la pressione mediatica su Berlusconi, Di Pietro si presenta come leader dell’unica vera opposizione. Opposizione a Berlusconi, non alla destra, però. Il punto rimane invece la piattaforma politica e sociale di una forza. Da questo punto di vista l’Italia dei Valori non si distingue veramente dalla destra, e tantomeno in Europa. Non mi piace fare polemiche retrospettive, ma in tutte le difficoltà che abbiamo dovuto affrontare nell’anno di governo Prodi bisogna constatare che Di Pietro stava sempre con i moderati a creare ostacoli.
D. Invece l’ex pm rischia di far incetta di consensi nell’elettorato di sinistra deluso da sconfitte, errori e divisioni…
R. Non credo si possa battere la destra se non riaffermando un’idea di società costruita sui diritti e sulla critica al modello economico che ha dominato questi anni. Solo così si potrà aggregare una proposta alternativa capace di fluidificare i rapporti reali che oggi sono complessivamente a svantaggio della sinistra e del centrosinistra. In questo senso la differenza tra noi e Di Pietro è profonda: la nostra critica al degrado istituzionale è solo un aspetto della critica complessiva che è anzitutto critica sociale.
D. La sinistra però paga lo scotto delle divisioni che possono essere fatali…
R. Lo so. E continuo a pensare che si sarebbe potuto evitare le divisioni superando le opposte rigidità. Ora però dobbiamo guardare al futuro. E guardando al futuro bisogna prendere atto che la lista comunista è vicinissima all’asticella del 4 per cento. Quindi è utile per tutti dare la spinta necessaria ad assicurare che venga superato lo sbarramento. Perché è superando quell’ostacolo che si potrà lavorare tutti insiemi per rimettere in campo una sinistra più ampia e forte che serve all’Italia.
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