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Patrizia Colosio: "Ricominciamo a parlare ed agire in senso di comunità"
martedì 19 maggio 2009

Intervista di Cosimo Rossi a Patrizia Colosio (Liberazione, 18/05/09)

“Credo che oggi come oggi il principale avversario da battere a sinistra sia lo sconforto”. Per questo Patrizia Colosio, insegnante e presidente dell’associazione Lista lesbica italiana, spiega la scelta di allargare la sfera del proprio impegno politico da quella dei movimenti anche a quella della rappresentanza. Specialmente in Europa, che è “l’unico baluardo rispetto alle derive più retrive in materia di diritti”. Di qui la decisione di affrontare le prossime elezioni europee del 6 e 7 giugno come candidata della lista comunista nella circoscrizione nordovest: “Di fronte al senso di rinuncia dei molti che sento preferire l’idea di non votare e saltare un giro – spiega Colosio –, credo che invece occorra ricreare una rete di riferimento di soggetti e realtà che consentano di ricominciare a parlare e agire in senso di comunità. E mi pare qualcosa si stia muovendo”.

 

D. A quanto pare in materia di laicità e libertà civili Gianfranco Fini sta diventando quasi il solo esponente politico e istituzionale che, pressoché quotidianamente, tiene alta l’attenzione e anche la guardia rispetto alle ingerenze ecclesiastiche…
R. C’è una tale carenza di laicità in Italia che i pronunciamenti di Fini, anche nel profilo tenuto sul caso Englaro, in effetti rappresentano uno dei pochi atteggiamenti minimamente corretti rispetto a quanto non facciano invece il resto del centrodestra, l’Udc e parte dello stesso Pd. E’ davvero vergognoso che debba essere un esponente del centrodestra alla terza carica dello stato a diventare il più fervente garante del pensiero laico in Italia. Vuol dire che siamo veramente un paese ai minimi termini.

D. Per colpa di timidezze e inadempienze da parte della classe politica o anche di un indebolimento della società civile e dei movimenti, nel caso particolare quello l.g.b.t.q. (lesbo, gay, bisex, trans e queer)?
R. Negli ultimi anni anche il movimento ha fatto rivendicazioni di carattere sempre più settoriale, dalla questione dei Dico alle coppie di fatto. Mentre c’è una parte ben consapevole del fatto che le nostre rivendicazioni non hanno senso, né efficacia, se non si collocano in un contesto più ampio di progresso sociale, in uno spazio più vasto in cui trovare cittadinanza. Una politica dei corpi, insomma: dai migranti alle donne, dai lavoratori alla procreazione assistita al testamento biologico. Si tratta di una serie di questioni che si intrecciano ben più di quanto non venga rappresentato, e attraverso le quali si possono creare forme di solidarietà incrociate.

D. La politica, per parte, anche a sinistra non ha saputo farsi attraversare in modo fertile dai movimenti. Perché questa volta hai deciso di candidarti in prima persona?
R. Io sono un’insegnante. Faccio la rappresentante sindacale e faccio parte dell’associazione Lista lesbica italiana. Ho deciso di candidarmi dopo aver sentito affermarsi in molte persone di sinistra l’idea di non votare per “saltare un giro”: mi è sembrato il momento di candidarmi per mettere in campo le energie di una comunità, quella in cui sono impegnata. Nella nostra comunità di riferimento abbiamo sempre cercato di ragionare in termini di socializzazione: per crescere, sia personalmente che collettivamente, e per far fronte a una situazione di stigma sociale. Il parlamento europeo, da questo punto vista, in questi anni è stato uno dei pochi baluardi rispetto a una serie di derive sulla cittadinanza civile: sia per quanto riguarda il contrasto all’omofobia, sia per la bocciatura della direttiva che portava a 65 le ore di lavoro settimanali, sia per quel che riguarda una difesa minima dei diritti dei migranti. Il mio grande sforzo,però, è di convincere chi a sinistra, di fronte a divisioni e insufficienze, preferirebbe non votare.

D. Sfida per nulla facile, visto come la sinistra si presenta a blocchi di partenza…
R. Ma l’astensione non porta a nulla, se non a una situazione ancora più di stallo. E quindi di sconforto che si aggiunge allo sconforto. Per questo mi piace citare una storiella molto bella sullo sconforto che s’intitola: La cassetta degli attrezzi del diavolo.

D. E com’è?
R. Racconta del diavolo che un bel giorno decide di mettere in vendita suoi attrezzi. C’è la daga dell’invidia, ci sono le armi della lussuria, della violenza, dell’odio, della gelosia; ognuna col suo prezzo. In un angolo c’è poi un piccolo cuneo, che costa da solo più di tutti gli altri. E quello cos’è? Quello è il cuneo dello sconforto, risponde il diavolo. Perché costa così caro? Perché basta mettere quello nella mente di una persona e tutte gli altri attrezzi del diavolo arriveranno. Ecco, secondo me è una splendida metafora di quanto sta accadendo qui da noi. E’ lo sconforto che bisogna vincere. Perché poi quello porta all’astensione…

D. …oppure a votare per Di Pietro, che incarna l’avversione per Berlusconi?
R. Ormai c’è chi lo vede come alternativa. Invece bisognerebbe far conoscere a tutti cosa sia veramente l’Italia dei valori: per esempio in Europa, dove prendono sempre posizione insieme alla destra. Qui a Brescia, poi, siamo nella patria della Lega. A quelli che, in un paese da oltre cento miliardi di evasione fiscale, fanno gli operai, vedono nei clandestini i propri nemici e votano Lega, bisognerebbe dir meglio chi li sta affamando veramente. Ma, come ha scritto recentemente Saramago, Berlusconi in Italia è riuscito in un miracolo.

D. Quale miracolo?
R. Far sì che metà degli italiani pensi di esser come lui e l’altra metà lo sia veramente.
 



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