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Ivan Della Mea: "Torniamo per strada"
lunedì 18 maggio 2009


Intervista di Cosimo Rossi a Ivan Della Mea (Liberazione, 15/05/09)

“E’ l’ora di piantarla di dire alla gente che cosa bisogna fare: bisogna starci insieme e vedere che cosa possiamo fare con loro. Non per loro ma con loro. E allora secondo me qualcosa cambierebbe”. Se però la classe politica continua a accapigliarsi nel chiuso delle stanze e sproloquiare nei salotti tv, per Ivan Della Mea c’è poco da star allegri. L’autore e interprete del canzoniere popolare italiano rileva infatti che “in giro per il paese la sinistra c’è ed è unita, ma si è talmente rotta i coglioni che rimane di sinistra ma non va a votare”.

D. Dopo la mazzata del 3,1 per cento alle scorse politiche, alle europee la sinistra saprà almeno reagire oppure, toccato il fondo, continuerà a scavare?
R. E’ quel che temo. Mi auguro semplicemente che la lista comunista superi la soglia di sbarramento del 4 per cento e sono impegnato per questo. E devo dire francamente che ho considerato perverso il fatto che, per piccolissime beghe di potere, nel senso più penoso e squallido del termine, in quanto poi si tratta di briciole di potere, esponenti e realtà di una sinistra ormai atomizzata non abbiano avvertito l’esigenza di presentarsi insieme.

D. Ti riferisci, per intendersi, alla scissione da Rifondazione dopo il congresso di Chianciano da parte dell’area raccolta intorno a Nichi Vendola e confluita in Sinistra e libertà…
R. Sì. Secondo me, quando le questioni di potere, ancorché avallate da profondissimi ragionamenti di carattere politico, la vincono sulla possibilità di tenere insieme un nucleo forte di opposizione, a quel punto vengono meno qualunque argomentazione e distinguo di carattere ideologico. Infatti io qui non vedo più differenze ideologiche, vedo differenze etiche: perché considero questo modo di fare una vera e propria mascalzona.

D. Veramente si tratta proprio della stessa critica che i transfughi rivolgono a Rifondazione, cui vengono rimproverate una regressione vetero identitaria e la conseguente avversione nei confronti della costruzione di una nuova soggettività unitaria della sinistra…
R. Non è che le aggregazioni le puoi fare sui papocchi e i pastrocchi: le fai su obiettivi comuni veri. E quegli obiettivi dovremmo averli davanti tutti chiari.

D. Quali obiettivi?
R. Secondo me non è neanche la battagli contro Berlusconi. Credo sia molto più importante combattere a fondo contro il berlusconismo, perché quello è trasversale, tocca tutti, sia destra che a sinistra. E’ a partire da questo problema culturale di fondo che poi vai a trovare gli elementi dell’unità pratica. C’è una classe operaia in sofferenza? Lì ti devi battere; devi andare tra le persone a toccare con mano e combattere con loro. C’è un problema relativo all’immigrazione? Ti devi battere senza troppi compromessi. C’è un problema di rifiuto per ogni forma di differenza? Ti devi battere per la libertà e la dignità di tutte le differenze di questo mondo. Per quel che mi par di capire, c’è una parte della sinistra che è su questa lunghezza d’onda: è Rifondazione comunista. Altri, invece, sono su indirizzi affini, magari con discorsi anche culturalmente più seducenti, ma che in concreto non vanno da nessuna parte.

D. Anche questa spiegata così, però, non è una distinzione un po’ flebile e arcana? Non è che essere più o meno intransigenti a parole faccia poi questa gran differenza…
R. Insomma, io voglio un partito che – porca d’una miseria! – torni per strada, che ritorni fisicamente ad avere contatto con le persone, che venga fuori dalle proprie stanze, dalle federazioni, dai circoli. E che poi, per questa via, diventi capace rianimare e rinnovare anche le proprie strutture. Abbiamo bisogno di un partito fatto così, che vada in piazza, al dopolavoro, al circolo sportivo a mettersi a discutere con le persone in carne e ossa. Così da scoprire che magari sono tutti leghisti o berluschini, ma se ci ragioni insieme, se ci parli, qualcosa cambi.

D. Questo, però, è più o meno il tipo di rimprovero che viene rivolto a tutta la classe politica di sinistra, Rifondazione compresa…
R. Anch’io lo faccio a tutta sinistra. Ma all’interno della sinistra l’unica area che vedo in controtendenza è quella che fa riferimento a Rifondazione, alle forze riunite nella lista comunista per le europee. Perché poi sai cos’è che mi indigna di più?

D. Cosa?
R. Che in tutte le cose che ho fatto ultimamente in giro per l’Italia la sinistra l’ho trovata sempre, unita. E mica poca. Gente che è di sinistra e sta là tutta insieme. E nessuno tira fuori i propri ismi, le questioni di identità o le beghe di bottega.

D. Quel popolo di sinistra che per l’appunto è sempre più avvelenato coi politici…
R. Sì. La sinistra unita c’è, c’è già. E sai qual è il pericolo? Il pericolo è che gran parte di questa gente si sia talmente rotta i coglioni che rimane sì di sinistra ma non va a votare. Invece a queste persone bisogna starci insieme. E non per dire loro cosa secondo noi bisogna fare. Anzi. E’ l’ora di piantarla di dire alla gente che cosa bisogna fare: bisogna starci insieme e vedere che cosa possiamo fare con loro. Non per loro ma con loro. E allora secondo me qualcosa cambierebbe. Di tutti quelli che mi vengono a dire che fanno qualcosa per io diffido. Mi ricordo sempre un operaio metalmeccanico che mi raccontava: “ogni volta che viene un sindacalista in fabbrica a dirmi che lui e il sindacato stavano facendo qualcosa per io avevo l’impulso di mettermi una lastra d’acciaio sotto le mutande”. Dobbiamo vedere quel che siamo capaci e abbiamo voglia di fare insieme: decidere e fare le cose insieme, anche sbagliando, però insieme.



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