HomePartitoDipartimentiMaterialiContattiIscriviti al PrcPrc nei territoriRassegna stampaCalendario
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Pensioni, il governo:nel pubblico impiego le donne via a 65 anni
mercoledì 04 marzo 2009
04-03-2009 Pensioni, il governo:nel pubblico impiego le donne via a 65 anni. articolo su Liberazione di Fabrizio Salvatori

Eccolo l'aumento dell'età di pensione per le donne che si apprestano a lasciare la pubblica amministrazione. Sta nella bozza, di un solo articolo, che il Governo ha inviato alla Commissione europea. Detto e fatto, a quanto sembra. Ora si aspetta un ulteriore input da parte di Bruxelles. Mentre sul provvedimento che avrebbe dovuto bloccare la stabilizzazione dei precari il ministro Renato Brunetta ha fatto un vistoso passo indietro. Sembra che il consiglio dei ministri di venerdì prossimo non ne debba discutere. La Cgil, però, mantiene lo stesso la mobilitazione prevista dalle 9 alle 13 proprio sotto le finestre di palazzo Chigi. Il pericolo, ovviamente, non è passato. La cautela del Governo è solo di ordine politico.
Prevede un aumento graduale dell'età pensionabile delle donne a partire dal 2010, per arrivare a quota 65 anni nel 2018: un anno per ogni biennio per parificarla così a quella degli uomini. L' «Elevazione dell'età pensionabile per le dipendenti pubbliche», come si intitola il testo, dovrebbe essere inserito sotto forma di emendamento nel disegno di legge comunitaria all'esame delle commissioni in Senato.
L'articolo sostituisce, dal 2010, quanto previsto dalla legge 335 dell'8 agosto 1995 (articolo 2, comma 21). Il testo prevede che «a decorrere dal primo gennaio 2010 per le lavoratrici iscritte alle forme esclusive dell'assicurazione generale obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia e i superstiti, il requisito di età per il conseguimento del trattamento pensionistico di vecchiaia (...) e il requisito anagrafico (...) sono incrementati di un anno». L'articolo prevede poi un ulteriore incremento. «Tale età - prosegue il testo - è ulteriormente incrementata di un anno, a decorrere dal primo gennaio 2012, nonchè di un ulteriore anno per ogni biennio successivo fino al raggiungimento dell'età di 65 anni». La norma prevede comunque che «restano ferme la disciplina vigente in materia di decorrenza del trattamento pensionistico e le disposizioni vigenti relative a specifici ordinamenti che prevedono requisiti anagrafici più elevati, nonchè le disposizioni di cui all'articolo 2 del decreto legislativo 30 aprile 1997, n.165». «Le lavoratrici di cui al presente comma - si legge ancora - che abbiano maturato entro il 31 dicembre 2009 i requisiti di età e di anzianità contributiva previsti dalla normativa vigente prima della entrata in vigore della presente disposizione ai fini del diritto all'accesso al trattamento pensionistico di vecchiaia conseguono il diritto alla prestazione pensionistica secondo la predetta normativa e possono chiedere all'ente di appartenenza la certificazione di tale diritto».
«Un inaccettabile accanimento contro le donne nascosto dietro l'ipocrisia della cosiddetta gradualità», sottolinea al segretaria confederale della Cgil, Morena Piccinini. «Prima di pensare ad una parificazione sarebbe invece giusto parificare altre questioni, a partire dall'occupazione, dalle retribuzioni, dal lavoro». Per Piccinini, «il governo continua a sollecitare pareri di esponenti europei per trovare alibi alla propria idea di fare cassa sulla pelle delle donne». Secondo la Cgil, poi, il risparmio sulla spesa pensionistica sarebbe irrisorio mentre sarebbe rilevantissimo il risparmio sulla indennità di buona uscita, «il che significa che il governo si appropria in modo indebito di competenze già maturate e che dovrebbero essere nella piena disponibilità di quelle lavoratrici». «Il problema vero - continua Piccinini - è che il Governo usa la crisi per ridisegnare e comprimere tutto lo stato sociale e ridurre i diritti dei soggetti più esposti nel mercato del lavoro. L'applicazione della sentenza della Corte di Giustizia europea - conclude Piccinini - è solo una patetica scusa, la questione vera è: tagli, tagli e ancora tagli».
Per Paolo Ferrero, segretario del Prc, tale scelta «dimostra la volontà di livellare verso il basso le condizioni materiali di lavoratori e pensionati, attraverso una decisione che si concilia solo con l'impianto antipopolare del governo delle destre». Per quanto riguarda i precari, per il leader del Prc, «si profila un atto politico gravissimo, da parte di un governo irresponsabile che vuole negare il futuro a un numero molto consistente di famiglie italiane scegliendo, come sempre, il modo peggiore per affrontare gli effetti della crisi sulla vita concreta delle persone».
«Riteniamo inconcepibile che lo Stato italiano licenzi di fatto 60.000 lavoratori totalmente privi di ammortizzatori già a luglio 2009, su una platea totale di circa 500.000 lavoratori coinvolti dallo stop alle stabilizzazioni nell'arco dei prossimi 3 anni», conclude Ferrero.


04/03/2009
 
 



Condividi
Del.icio.us! Live! Facebook! Joomla Free PHP
 



Advertisement
Advertisement
Advertisement
Siti consigliati