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«L'Italia? E' il paese con il più alto tasso di discriminazione»
mercoledì 04 marzo 2009
04-03-2009 intervista a Chiara Saraceno Sociologa della famiglia articolo  Castalda Musacchio

«In Italia? La disparità retributiva media tra uomini e donne è ancora più alta della media europea e il perché è presto detto: non hanno "chance"». Chiara Saraceno, sociologa, attualmente direttrice del Centro interdipartimentale di studi e ricerche delle donne è netta. Ieri l'Unione Europea ha lanciato una campagna di sensibilizzazione contro il cosiddetto "gender pay gap", vale a dire la differenza salariale che continua a persistere nonostante tutto.

In Europa resta la disparità. Quella differenza salariale tra uomini e donne ancora alta nonostante siano passati 50 anni dal Trattato di Roma...
Sì, resta la discriminazione. E succede per diversi motivi nei diversi paesi europei; ma è certamente vero che uno trasversale e comune a tutti sia dovuto al livello di istruzione raggiunto. Le donne, purtroppo, possono investire meno nel lavoro anche quando entrano a parità di qualifica e anche quando sono "pari" agli uomini a tutti gli effetti.

Questo a cosa è dovuto?
In parte è dovuto alla discriminazione da parte della domanda: ciò significa che le aziende, gli attori economici non investono nello stesso modo per gli uomini e per le donne, visto che queste ultime, per esempio, saranno madri. D'altro canto c'è un ulteriore aspetto che le penalizza. La chiamerei una discriminazione dell'offerta. Una specie di autodiscriminazione, determinata dal fatto che sono le donne, in quasi tutti i paesi d'Europa, ovunque, a farsi carico del lavoro familiare. In tutta Europa, e questo è confermato da studi analitici del settore, la presenza di un figlio sotto i sei anni resta a carico della donna. Gli uomini, con o senza un figlio al di sotto dei sei anni, hanno comunque una partecipazione maggiore nel mondo del lavoro. Per le donne continua ad essere vero il contrario. Sono questi, direi, i due grandi motivi per cui, anche da questo punto di vista, il caso italiano è particolare.

Perché?
Perché l'Italia "soffre" ancora più che in altri Paesi di una forte differenziazione, non solo territoriale, ma anche di età e di istruzione. Potrei citare dei dati: tra le laureate fino a quaranta anni sono occupate nel mondo del lavoro l'80% delle donne, e questo livello risulta alto anche al Sud. Se si vanno a considerare coloro che hanno il solo studio dell'obbligo, nel Mezzogiorno la media scende al 20%. La combinazione di differenze territoriali e di istruzione, da noi, sono fattori che incidono più che in altri.
E' naturalmente più facile per le donne con buona istruzione avere accesso al tempo, ai servizi. Nel Mezzogiorno si assiste ad un'ulteriore discriminazione dettata inoltre dalla carenza di domanda di lavoro. La differenza per cui, rispetto ad altri paesi, l'Italia è uno di quelli con il più basso divario della retribuzione media pari al 4,4% è semplicemente dovuta al fatto che le donne a bassa qualifica sono fuori dal mercato del lavoro, quindi qualsiasi statistica è fuorviante dato che la si confonde con quella di tutti gli uomini che, al contrario, sono "dentro" il mercato del lavoro.

In Italia, dunque, la discriminazione resta fortissima.
Certamente, anche perché per le donne non c'è davvero nessuna "chance" di stare nel mercato del lavoro. Tra l'altro queste sono cose che si sanno. Sono note. Vengono messe volutamente a tacere. Ed è stata proprio una commissione parlamentare del precedente Governo, sotto la direzione Carniti, istituita presso il Cnel, ad aver messo nero su bianchi questi contrasti. Evidentemente l'attuale ministro ha deciso di non renderli noti. Eppure, credo che basti andare sul sito del Cnel per trovare tutta la documentazione. Una documentazione, inoltre, corposa perché si andavano scrupolosamente ad analizzare i lavori flessibili, precari. Eppure? Eppure si è deciso di non far nulla. Così, credo la stessa considerazione valga per gli ammortizzatori dove, adesso, la regola è la deroga, la frammentazione, con un sacco di gente che resta "fuori" dalla copertura.

La Commissione europea ha deciso proprio a tal proposito di lanciare appunto una campagna di sensibilizzazione sul tema. Affinché a più livelli si alzi la guardia su questa che resta una sostanziale differenziazione...
Sì, è vero. Ma si tratta appunto di una campagna di sensibilizzazione. Il che vuol dire "culturale". Che dovrebbe avere un effetto sul comportamento salariale dei datori di lavoro, dei politici, delle autorità. Certo, verrebbe da dire, forse non è il momento migliore ma meglio di niente. Il punto è che si parla tanto di emancipazione femminile ma resta, purtroppo, tutto fermo allo stesso punto di partenza: la disuguaglianza.


04/03/2009



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