Relazione di Roberto Bellardini
Introduzione.
Cari amici ed amiche, cari compagne e compagni,
vi ringraziamo per aver partecipato a questa nostra iniziativa, siamo infatti convinti che dallo scambio sincero di informazioni ed opinioni si possa raggiungere il difficile, ma non utopico obiettivo di riporre la cooperazione allo sviluppo tra i temi centrali del dibattito politico. Ci apprestiamo quindi a ripetere nei territori l’ esperienza di oggi , per condividere con gli operatori del settore, le istituzioni, le associazioni dei migranti, le proposte per una nuova politica della cooperazione allo sviluppo. Siamo pronti a recepire, suggerimenti, critiche, ad indire e partecipare ad iniziative e ci impegniamo a fare la nostra parte per elaborare una piattaforma di lotta capace di farci uscire da questo tunnel oscuro e triste, con l’ ambizione di scrivere insieme un nuovo capitolo della storia della cooperazione allo sviluppo.
Sarà un percorso difficile e complesso, dovremmo essere capaci di recepire i grandi mutamenti che si stanno verificando in America Latina, dove la cooperazione tra i popoli, comincia manifestarsi al di la dei trattati commerciali attraverso l’ Alba e con il contributo determinante di Governi come quelli del Venezuela e di Cuba.
Dovremmo, capire ed apprendere dalle innumerevoli iniziative di solidarietà realizzate dalle Associazioni di volontariato italiane.
Valorizzare le iniziative di solidarietà internazionalista, realizzata dai militanti dei partiti, delle organizzazioni sindacali, aumentando la quantità e la qualità dell’ informazione sui risultati positivi che si raggiungono specialmente in zone di conflitto da ONG e da Associazioni, per sensibilizzare un maggior numero di cittadini sulla necessità di fare cooperazione dal basso.
Lottare con decisione nel nostro Paese ed in Europa per contrastare le norme ( direttiva del ritorno approvata dalla UE), che limita la possibilità di circolazione delle persone e che offende la dignità dei migranti..
Fin dalla costituzione del nostro Partito, abbiamo creduto che la solidarietà internazionale, dovesse essere supportata da una azione legislativa partecipata, capace di coinvolgere tutti i soggetti sociali interessati a realizzare attività di cooperazione.
A livello istituzionale gli eletti di Rifondazione negli Enti locali si sono adoperati per l’ approvazione di leggi regionali, che hanno avuto il consenso pressoché unanime delle forze politiche. Anche alla Camera e al Senato, i nostri parlamentari hanno lavorato in maniera unitaria per ottenere ( dal 1995) la riforma della legge sulla cooperazione, fino ad arrivare nel 1999 all’ elaborazione di un testo che nella Commissione Esteri del Senato che fu sottoscritta dai rappresentanti di quasi tutte le forze politiche e che non fu varata a causa della caduta del primo Governo Prodi.
Ci abbiamo riprovato nel biennio 2006- 2008,questa volta con il prezioso contributo delle Regioni,
dell’ ANCI, dell’ OICS, dell’ UPI, degli Stati Generali della Cooperazione, in particolare per quanto riguarda la cooperazione decentrata degli Enti Locali.
Anche in questa occasione, malgrado lo straordinario impegno profuso dalla Vice Ministra Sentinelli,
nell’ includere nel progetto di rinnovamento della cooperazione tutti i soggetti interesatti, i Poteri forti della politica e della società a cominciare da una parte della diplomazia hanno vinto e la riforma e’ stata accantonata.
L’ Aiuto Pubblico allo Sviluppo ha sofferto, in questi ultimi anni, di continui tagli ai bilanci e del perpetuarsi di pratiche affaristiche e clientelari (salvo lodevoli eccezioni di enti locali ed organizzazioni non governative) che hanno gravemente nociuto all’immagine internazionale della cooperazione italiana, già fortemente danneggiata dagli episodi di corruzione verificatesi all’ inizio degli anni ’90.
Durante l’ ultimo Governo dell’ Unione ,( periodo 2006-2008) non siamo riusciti a portare a termine l’iter di approvazione della nuova legge, il risultato più significativo e’ stato quello di invertire la tendenza alla riduzione dei finanziamenti pubblici.
Ora, invece, con il Governo Berlusconi ci troviamo di fronte al pericolo incombente di una liquidazione della cooperazione allo sviluppo.
Dal misero 0,19% del PIL del 2008 allo sconcertante 0,10% del 2009, che ci pone agli ultimi posti tra i Paesi donatori e ci allontana irrimediabilmente dal raggiungimento degli Obiettivi del Millennio, a cui ci si era impegnati solennemente con la sottoscrizione di accordi internazionali.
E’ opportuno ricordare, che secondo recenti rapporti di organismi internazionali come FAO, UNDP, UNOPS dal 2007 ad oggi, gli affamati nel mondo sono aumentati di 100 milioni di unità.
A fronte di questa situazione dove i venti di guerra, di terrore, soffiano sempre più forte, lo schiaffo della riduzione dell’ aiuto pubblico allo sviluppo.
Le organizzazioni che si riconoscono nel CINI hanno quantificato che cosa significhi tale riduzione per i paesi pateners. Meno: a) quindici milioni di vaccinati contro la poliomielite; b) due milioni di pazienti in terapia salvavita per un anno; c) 100 milioni di zanzariere antimalariche; d) 16.000 pozzi per l’ acqua ; e) 5 anni di istruzione primaria per 3 milioni di bambini.
Aumenterà ( e’ certo) la quantità di minori sfruttati a scopo sessuale e nel lavoro, aumenterà la mancanza di acqua e cibo, aumenterà il traffico delle persone e delle armi, il numero dei conflitti locali.
Nonostante ciò, il Presidente del Consiglio ripete in ogni occasione che l’Italia ha recuperato affidabilità e prestigio a livello internazionale. L’unico elemento da cui può ricavare tale convincimento è una presenza sempre più massiccia dei nostri militari negli scenari di guerra. A tal fine, è stata varata un’apposita legge ( la 45/2008 che ha convertito in legge il Decreto-legge n. 8/2208 ), con la quale vengono finanziati interventi di “sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione”, cioè sostegno agli interventi militari in Afghanistan, Iraq, Sudan e Somalia. Inoltre, con la medesima legge, sono state rifinanziate tutte le missioni internazionali di Forze Armate e Polizia.
Il Governo si appresta ad inviare truppe e personale di polizia anche in Georgia, con un costo complessivo di 2.058.424. Sono partiti l’ altro ieri per l’ Afaganstan i 4 tornado che avranno il compito di perlustrare il territorio di quella martoriata terra.
E' tagliando le risorse alla cooperazione ed aumentando gli interventi militari che si vuole combattere la povertà nel mondo e contribuire al raggiungimento degli Obiettivi del Millennio?
Negli ultime mesi, rappresentanti del nostro Governo, in occasione di dibattiti organizzati dagli Stati Generali della Cooperazione e da Link 2007, hanno avuto modo di illustrare le ragioni del No alla richiesta di mantenere almeno le risorse erogate nella precedente legislatura.
‘’C’e la crisi finanziaria, bisogna essere responsabili ‘’
Gli stessi argomenti sono stati usati per giustificare il diniego all’ assunzione di esperti per rafforzare la Direzione Generale della Cooperazione allo sviluppo oramai costretta a funzionare con un numero assolutamente insufficiente di tecnici.
La cooperazione quindi viene considerata quasi come un male necessario, qualcosa che costa troppo che si deve tagliare, ridurre, piegare a logiche di mercato.
Se qualcuno pensa che forse esageriamo sulla volontà del Governo di privatizzare la cooperazione e’ invitato a leggere sul sito del MAE una nota del 1 dicembre, inerente le proposte presentate dal Sottosegretario Scotti alla conferenza di Doha, svoltasi dal 29 novembre al 2 dicembre relative alle misure necessarie per garantire il finanziamento dei programmi finalizzati al raggiungimento degli obiettivi del Millennio.
Il Comunicato recita cosi.
‘’Giova ricordare che l'Africa, con tutti i suoi bisogni di crescita economica, di lotta alla povertà, alle malattie, alla violazione dei diritti umani e alle violenze su donne e bambini, è tra le priorità politiche della Presidenza italiana del G8. Non sottovalutando mai l'importanza dell'aiuto pubblico allo sviluppo, l’Italia porrà però l'accento, in linea con quanto già fatto ad Accra, sulla necessità di un approccio più comprensivo alla politica di cooperazione, che tenga conto che, nella crescita, giocano tutti i diversi fattori, e tra questi il commercio, gli investimenti diretti del settore privato, i partenariati pubblico e privato, l'apporto delle organizzazioni non governative, quello della società civile e dei governi delle comunità locali’’.
Quindi e’ assolutamente vero che si vuole privatizzare anche la cooperazione
Il Governo vuole inserire tra i soggetti primari della cooperazione le imprese private. Anche nelle prime due settimane del governo Prodi era circolata la proposta di una Fondazione Pubblico- Privata, che Rifondazione respinse in maniera drastica. Non sappiamo sotto quale fantasioso nome verrà attuato un ulteriore scempio dei principi della cooperazione, ma il sottosegretario Craxi la ritiene addirittura una misura logica e non più rinviabile.
Nel seminario realizzato a Lima, nello scorso agosto, dalla rete bicontinentale Enalazandos Alternativas,
durante una sessione del Tribunale dei Popoli, i dirigenti delle organizzazioni sindacali e delle organizzazioni comunitarie Latino-Americane hanno documentato come decine di imprese europee (tra le quali aziende italiane) violino i diritti sindacali e quelli delle popolazioni indigene.
Il Governo consentirà anche a queste imprese di fare parte della Fondazione?
L’ istituzione di una Fondazione Pubblico privata e l’applicazione della pratica delle sponsorizzazioni è il primo passo della strategia per privatizzare anche la cooperazione, in base agli stessi criteri ed obiettivi che il Governo sta applicando nell’ istruzione e nella ricerca e che porterà ad espropriare le conquiste storiche degli insegnanti, dei lavoratori, dei cittadini, per reintrodurre una scuola piegata alla logica delle imprese e del mercato.
La privatizzazione delle cooperazione avanza anche in alcune regioni, come ad esempio in Liguria, dove il Presidente di quella amministrazione, ha promosso un emendamento al regolamento, nel quale si sancisce che saranno privilegiati quei soggetti sociali che presentino programmi dove sia previsto l’uso di tecnologie e saperi tipicamente liguri. Una logica errata ,che di fatto punta alla competizione con i saperi locali e forze a nuove forme di colonizzazione.
Le imprese gia ricevono abbondanti contributi dalle regioni per la cosiddetta internazionalizzazione, sono aiutate dal ICE, da vari ministeri, usufruiscono delle risorse messe a disposizione dall’ Unione Europea, perchè e a quale titolo dovrebbero usufruire anche delle risorse destinate alla cooperazione?
PERO SIAMO FIDUCIOSI, PERCHE SEMPRE NELLA NOTA DEL MAE del primo dicembre si ammette che ;
‘’Al termine della prima lettura della bozza di documento finale, il negoziato registra ancora notevoli contrasti tra i diversi attori internazionali.
Crediamo di capire che la proposta di scambio, cooperazione approvazione di trattati commerciali iniqui non sia ben accetto da Governi ed organizzazioni dei Cosiddetti Paesi in via di sviluppo. Sono gli attori sociali dei paesi patenrs che rifiutano le logiche di una cooperazione incentrata sulle imprese e sul commercio.
Siamo convinti che sia attuale e ragionevole lottare per una riforma della cooperazione, ed e’ per questa ragione che vi riproponiamo di discutere ed arricchire le seguenti proposte:
a) istituzione di un’Agenzia per la Cooperazione, a cui siano attribuite tutte le attività gestionali, nell’ambito degli indirizzi politici dettati da un Ministro per la Cooperazione all’interno del MAE, previsto per legge e dotato di poteri straordinari;
b) previsione di meccanismi di funzionamento dell’Agenzia tali da garantire snellezza delle procedure e rapidità e puntualità nell’erogazione delle risorse;
c) istituzione di un organismo di controllo autonomo per la valutazione dell’efficacia dei progetti finanziati, compresi quelli realizzati dagli organismi internazionali, a cui l’Italia ha garantito negli anni passati ingenti risorse;
d) eliminazione degli aiuti cosiddetti “legati”;
e) divieto esplicito di finanziamento( con risorse destinate alla cooperazione) di spese per interventi militari e di polizia e per attività e progetti di sostegno ai medesimi, anche nell’ambito di interventi approvati dall’ONU;
f) realizzazione solo di attività conformi ai programmi paese concordati con le autorità e la società civile locali e con i soggetti della cooperazione italiana.
In particolare, ci preme mettere l’ accento sulla necessità dell’istituzione di un’agenzia, a cui sia affidata tutta la gestione delle attività di cooperazione che, per la loro natura operativa, mal si adattano a normative e procedimenti burocratici che regolano l’attività di un ministero.
Nel campo della gestione, si possono fare molti esempi di come le varie componenti di un progetto non riescono ad essere – per motivi burocratici – sincronizzate, lasciando, ad esempio, anche per oltre un anno gli esperti (pagati!) senza far nulla, nell’attesa dell’arrivo delle attrezzature o viceversa.
Nel campo del controllo, l’esperienza della “mala cooperazione” la dice lunga su quanto è difficile controllare attività concrete con regole e procedure burocratiche che spesso prendono in considerazione solo gli aspetti formali, tralasciando completamente quelli sostanziali. Malgrado lunghi anni di indagini su vari casi di cattiva utilizzazione di risorse della cooperazione, alla fine non è stata emessa nessuna condanna. Ma tutti concordano (vedi Commissione d’indagine di allora) che la mala cooperazione c’è stata davvero.
Rifondazione insiste nell’istituzione dell’Agenzia per dividere la filiera della cooperazione in tre segmenti le cui entità responsabili lo siano pienamente, sia a livello politico che tecnico.
Con l’istituzione dell’Agenzia e di un organismo di controllo autonomo si otterrebbe la suddivisione dell’attività di cooperazione in tre segmenti: quello dell’indirizzo politico, in capo ad un membro dell’Esecutivo (Ministro della cooperazione ); quello della realizzazione di programmi e progetti di cooperazione, in capo ad un organo tecnico ( l’Agenzia ); quello del controllo, in capo ad un organismo autonomo che non si limiti alla verifica della regolarità amministrativa, ma valuti l’efficacia delle azioni di cooperazione. In questo modo sarebbero anche meglio definite e più facilmente individuabili le responsabilità relative alle varie fasi.
La divisione delle responsabilità permetterebbe, inoltre, all’Agenzia di selezionare i progetti da attuare per realizzare gli indirizzi programmatici, senza piegarli a logiche distanti dalla cooperazione, ma solo in base ai reali bisogni delle popolazioni beneficiarie e d’accordo con le organizzazioni sociali partners.
All’Agenzia dovrebbe far capo il Fondo unico della cooperazione, nel quale far confluire le risorse di tutti i ministeri che stanziano risorse per attività di cooperazione e con il quale contribuire, nell’ambito della cooperazione decentrata, ai programmi realizzati dagli Enti Locali.
Anche il raffronto con altri Paesi europei, in primo luogo la Spagna, indica che l’Agenzia è la strada migliore per conferire efficacia agli interventi di cooperazione.
Rifondazione è impegnata ed è disponibile alla costruzione di un percorso di riforma il più ampio e condiviso possibile.
Cosa si può fare fin d’ora
Moltiplicare i seminari di approfondimento, gli incontri con i cittadini, le manifestazioni di protesta.
Seguire da vicino i lavori di camera e senato in merito all’ argomento Cooperazione e divulgare i risultati del dibattito e delle proposte per coinvolgere l’ insieme dei soggetti sociali per ottenere risultati positivi.
Il segreto che ha circondato i lavori del Comitato Ristretto del Senato sulla riforma della cooperazione ha limitato il dibattito solamente agli addetti ai lavori e questa prassi ci ha impedito di mobilitare con tempestività e spirito costruttivo le risorse umane di cui disponiamo ed i cittadini che nonostante tutto continuano a versare per la cooperazione il 5 x mille delle loro tasse.
Riteniamo necessario rilanciare un impegno forte e coerente nelle istituzioni multilaterali, in primo luogo la ONU, UE e OCSE, e un nuovo impegno per l’armonizzazione e la qualità degli aiuti. Crediamo altresì necessario ridiscutere a) le percentuali che adesso questi organismi trattengono per l’esecuzione dei progetti, b)i criteri che usano per il coinvolgimento dei partner, specialmente quelli della società civile.
Insistiamo sulla necessità di ampliare il numero degli esperti che fanno capo alla DGCS, il cui personale è ridotto ai minimi termini e appoggiamo le richieste delle organizzazioni sindacali dirette al miglioramento del loro status in ambito retributivo e professionale.
Ricordiamo che l’Italia nel 2000 insieme a 189 paesi ha ratificato gli Obiettivi del Millennio, con l’ impegno di destinare lo 0,7% del PIL entro il 2015 alla lotta alla povertà nel mondo e alla sostenibilità ambientale.
Siamo consapevoli che gli ultimi governi non hanno fatto molto per raggiungere quest’obiettivo, ma oggi, con il governo attuale, siamo a dover discutere di percentuali ridicole. Siamo di fronte alla minaccia di drastiche riduzioni delle attività delle ONG ed Associazioni di volontariato, con ricadute negative sull’ occupazione in Italia ed all’ estero, alla chiusura delle UTL in molti Paesi.
Che altro dovrebbe succedere per organizzare una grande pressione sociale sul Governo e nei territori per ottenere il rispetto degli accordi internazionali e per una radicale riforma della cooperazione?
Uniamoci per ottenere che ogni regione destini almeno lo 0,7 % del proprio PIL ad attività di cooperazione.
Se la cooperazione entra nel bilancio regionale con una percentuale legata ad un obiettivo nazionale, si rafforzerà la sinergia e il confronto tra i soggetti che fanno cooperazione: gli eletti negli enti locali, i parlamentari le organizzazioni sindacali, le associazioni dei migranti, i movimenti.
Siamo pronti insieme a voi ad aprire una vertenza, a livello nazionale e territoriale per cercare nuova linfa nelle piazze, tra gli aderenti alle associazioni, tra i militanti di partiti e movimenti, per costruire una nuova cooperazione che metta al centro la lotta alla povertà, la promozione della solidarietà, la pace tra i popoli, la creazione di posti di lavoro in un’economia, slegata dagli interessi commerciali.
Roma 3 dicembre 2008
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