|
Il seguente documento non rappresenta un programma dettagliato e compiuto che sarà invece il prodotto di un percorso partecipato che si concluderà con un grande appuntamento seminariale entro febbraio. Si tratta altresì di un documento snello, già discusso nei suoi parametri nel corso degli ultimi tre attivi nazionali università e ricerca e che prende in considerazione i risultati dell’assemblea nazionale di movimento del 15 e 16 novembre. Con esso il PRC espone la sua idea di università pubblica, nel rispetto dell'autonomia del grande movimento universitario che ha scosso il mondo sociale e politico negli ultimi due mesi e di cui noi come militanti di Rifondazione siamo parte integrante. È importante che tali linee guida siano diffuse al massimo anche attraverso l’organizzazione di iniziative nei territori insieme a lavoratori e sindacati soprattutto in vista dello sciopero generale del 12 dicembre che vedrà studenti e lavoratori uniti nella lotta.
Fabio de Nardis
Responsabile Nazionale Dipartimento Università e Ricerca PRC
A cura del Dipartimento Nazionale Università e Ricerca
Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
(versione pdf)
Un movimento anticapitalista per un sapere democratico
Il grande movimento che si oppone allo smantellamento della scuola e dell’università pubblica è espressione di una società in trasformazione dove l’allargamento dei canali di accesso alla conoscenza diventa un obiettivo prioritario per chiunque creda che la moltiplicazione e la socializzazione dei saperi siano la strada attraverso cui costruire le condizioni della emancipazione sociale intesa come processo di liberazione. L’Onda non si arresta e con il corteo del 14 novembre e l’assemblea nazionale del 15 e 16 accetta la sfida della generalizzazione del conflitto, a partire dallo sciopero generale indetto dalla CGIL per il 12 dicembre a cui hanno subito aderito i sindacati di base. Studenti e lavoratori uniti nella lotta contro un modello di società e di sviluppo ormai incompatibile con l’esistenza umana e sociale.
Le contraddizioni esplose nel mondo della conoscenza sono legate alla crisi dell’ideologia neoliberale. Il fatto che il libero mercato per sopravvivere abbia bisogno di denaro pubblico svela la natura parassitaria del capitalismo che entra in crisi nella sua versione neoliberista. Il teatrino degli apologeti del libero mercato che oggi invocano un intervento pubblico per salvare il sistema dalle deficienze ad esso implicite è a dir poco grottesco.
Anche se i governi nazionali non possono fare a meno di assumere il controllo della crisi per evitare la bancarotta, l’intervento pubblico sul sistema finanziario non assume mai i caratteri formali di una vera nazionalizzazione perché questo sancirebbe la messa in discussione di un sistema che le classi politiche liberali intendono tutelare.
Una delle caratteristiche del capitalismo monopolistico è il dominio del capitale finanziario che ha spinto paesi un tempo produttivi ad adottare un sistema economico basato sulla rendita. Il tentativo di dare stabilità al sistema attraverso una iniezione di denaro pubblico potrà solo arricchire ulteriormente i responsabili della crisi che affidano ai governi il pagamento dei propri debiti. Ma lo Stato non possiede liquidità propria, può far soldi solo attraverso la pressione fiscale o i tagli alla spesa (come quelli all’istruzione e alla ricerca), provvedimenti che pesano fortemente sui bilanci familiari riducendo ulteriormente il potere d’acquisto dei salari. I tagli riducono la domanda favorendo la recessione economica. Insomma, lo Stato decide di alleviare la sofferenza dei ricchi aggravando quella dei poveri e tagliando formazione e ricerca, rese subalterne alla sopravvivenza del mercato.
Si riproduce la storica contraddizione implicita ai sistemi capitalistici che creano le condizioni per cui i meccanismi di riproduzione del capitale siano perlopiù affidati alla capacità di consumo delle classi padronali, mentre i consumi dei cittadini e dei lavoratori sono condizionati dalle politiche di compressione della domanda. Questo innesca una crisi di sovrapproduzione che trae dunque origine dalla povertà dilagante.
Da questa crisi si può uscire o da destra, attraverso la chiusura degli spazi della democrazia reale, ed è questa la via adottata dal governo Berlusconi, o da sinistra, attraverso un forte sostegno pubblico alla domanda “qualificata”, dentro un processo che sia democratico, pacifico e ricostruttore di natura, non riducibile quindi alle vecchie ricette keynesiane fondate sull’idea dello sviluppo illimitato e su pratiche di consumo individualistiche. Questo significa sostegno alla ricerca, all’innovazione tecnologica ed energetica, all’ambiente, alla conoscenza e alla promozione di consumo sociale, in contrasto con un sistema capitalistico che si riconfigura anche nelle forme del capitalismo cognitivo dove la domanda crescente di conoscenza si articola dentro l’antica contraddizione tra carattere sociale della produzione e carattere privato dell’appropriazione. All’interno di questo quadro teorico s’inserisce la nostra difesa della ricerca pubblica e degli articoli 33 e 34 della Costituzione repubblicana che in sé rivendica la questione centrale della formazione e della ricerca a partire dal loro carattere pubblico, laico, libero, indipendente e autogestionario.
Per questa ragione crediamo che non sia possibile aprire tavoli di trattativa con il governo che di quella Costituzione fa carta straccia attraverso un’operazione di tagli indiscriminati alla conoscenza elaborando, con l’assenso implicito del partito democratico, un progetto di svuotamento della struttura pubblica della formazione attraverso l’opzione offerta a scuole e università di trasformarsi in fondazioni di diritto privato. Crediamo che il punto di partenza per consentire una discussione su una autoriforma dell’università sia al contrario un aumento massiccio dei finanziamenti pubblici portandoli dall’attuale 1% del PIL al 3%, nel rispetto degli obiettivi previsti dal Trattato di Lisbona. Per far questo occorre risparmiare risorse altrove, ad esempio tagliando i finanziamenti agli armamenti, gli unici ad aumentare anche nei periodi di crisi, tagliandoli alle scuole e alle università private, e bloccando i lavori per infrastrutture inutili e dannose come la TAV e il Ponte sullo stretto di Messina.
Per un reale diritto allo studio
Compito di una Università pubblica e di massa è quello di garantire a chiunque il diritto alla conoscenza che non può essere ristretto ad alcune fasce sociali. È arrivato il momento di prendere posizione sul numero chiuso e affermare con forza che una università pubblica e democratica non può e non deve limitare il diritto alla conoscenza attraverso una selezione che invece di realizzarsi durante il percorso di studio, si verifica all’ingresso. Chiediamo la soppressione del numero chiuso e la logica di competizione ad esso sottesa che limita il libero accesso ai saperi ledendo il principio basilare dell’uguaglianza. Vogliamo una università di massa e di qualità che selezioni in base alle capacità e non alla classe sociale.
Per questa ragione l’accesso delle masse studentesche all’università deve essere sostenuta da una politica rigorosa che garantisca alloggi, aule e tutte le strutture necessarie a tenere alti gli standard di qualità sul piano della didattica e della ricerca. Servono risorse economiche per finanziare le borse di studio. Ancora oggi sono troppi gli studenti idonei che vengono esclusi dal sostegno finanziario per carenza di fondi. Occorre quindi prevedere formule in grado di garantire l’usufrutto gratuito o a prezzo ridotto di tutti quei servizi a carattere collettivo necessari per l’esercizio del diritto alla conoscenza (trasporti, alloggi, mense, visite a musei, cinema, teatri, accesso a materiali formativi, ecc.).
Questo ci porta a riconsiderare la politica dei costi sin qui seguita. In primo luogo le tasse universitarie oggi troppo elevate. L’attuale situazione livella troppo, con il risultato di imporre lo stesso tributo a studenti provenienti da famiglie con livelli di reddito molto distanti fra loro. Si rende necessaria una tassazione fortemente progressiva in base al reddito consentendo l’accesso gratuito agli studenti provenienti da famiglie a reddito medio-basso.
Devono essere limitati i costi del corso, in particolare per l’acquisto dei libri, attivando un sistema efficiente di comodato d’uso per i testi d’esame. Va affermata inoltre la necessità di dispense gratuite, sollecitando una moralizzazione delle pratiche interne alle università che portano spesso i docenti ad adottare i propri testi, imponendone l’acquisto, anche quando questi non sarebbero attinenti ai temi del corso. Occorre sostenere la possibilità di sviluppare l’esperienza delle case editrici di ateneo, che pratichino prezzi politici. Inoltre, l’esistenza di librerie universitarie che acquistino i libri direttamente dalle case editrici, saltando il circuito commerciale, potrebbe portare a prezzi di vendita più bassi del 35-40% rispetto ai circuiti di mercato. va inoltre portata avanti una battaglia politica per la riduzione dell’IVA dal 20% al 4% per tutti i prodotti culturali (libri, CD, DVD, ecc.).
Occorre investire sugli spazi, ancora insufficienti a gestire l’accesso di massa all’università. In questa direzione si dovrebbe predisporre un piano per l’edilizia concordato con studenti, dottorandi e ricercatori precari, garantendo loro, tra l’altro, la totale gratuità dei mezzi di trasporto pubblico, oggi troppo cari, soprattutto nelle grandi realtà metropolitane.
Le università dovrebbero essere aperte fino a tarda sera consentendo almeno fino alla mezzanotte l’accesso alle biblioteche e una duplicazione dei corsi per gli studenti-lavoratori, impossibilitati a seguire nelle ore lavorative. Bisognerebbe arrivare anche a una riduzione drastica dei corsi con obbligo di frequenza, specie nelle facoltà umanistiche, che, oltre a penalizzare fortemente gli studenti-lavoratori, rappresentano uno strumento di controllo sui tempi di studio e di vita.
Occorre infine impedire che il governo porti a termine il suo progetto di abolizione del valore legale del titolo di studio che rafforzerebbe ulteriormente la natura elitaria e di classe dell’alta formazione in Italia, configurando la costruzione di poli di pseudo eccellenza per i figli dell’alta borghesia e università povere che erogano titoli privi di valore per tutti gli altri. Non devono esistere poli di eccellenza contrapposti al resto delle Università.
Per un riforma radicale della didattica
L’attuale offerta didattica è inadeguata. Lo schema del 3+2 e dei crediti non funziona e va dunque superato. Vanno poi corrette alcune pratiche. In primo luogo ci sembra che non sia più adatto l’attuale assetto basato sulla semplice lezione frontale. Se questo poteva avere un senso sessanta anni fa è oggi del tutto improponibile. Un simile sistema passivizza gli studenti e priva anche i docenti di un efficace feedback funzionale all’insegnamento e alla ricerca. Bisognerebbe dunque affiancare al modello della lezione frontale modalità didattiche di tipo seminariale. Questo presuppone classi di laboratorio di 30 o al massimo 50 studenti per docente e, considerando che ogni classe possa avere una media di 4-5 insegnanti, significa 1 docente per ogni 7-12 studenti in ciascuna classe. Per far questo servono naturalmente molti più docenti rispetto all’assetto attuale.
Questo significa anche abbandonare l’attuale sistema disciplinare parcellizzato e ultraspecialistico. Se a livello di ricerca è concepibile che un docente si specializzi, a livello didattico servono soprattutto insegnamenti nelle discipline di base. Questa patologica proliferazione di discipline specialistiche è il prodotto di una antica norma che identifica la disciplina concorsuale con quella insegnata. Questo ci spinge a valutare la necessità di tornare a un modello di insegnamento che privilegi la parte generale e metodologica su quella speciale che oggi rappresenta la sezione più qualificante dell’insegnamento.
Al centro dell’attività di formazione deve esserci in primo luogo lo studio metodologico di ciascuna disciplina; in secondo luogo, una panoramica generale dello stato della materia e solo in ultima analisi lo studio di aspetti specialistici. Questo significa ridurre le discipline di insegnamento dalle attuali migliaia, a poche centinaia, mediamente una quindicina per corso di laurea (salvo casi particolari).
Le Università dovrebbero anche essere il luogo di formazione di consapevolezza critica e per far questo si dovrebbero creare le condizioni per la creazione di spazi di confronto e autoformazione che coinvolgano studenti e docenti, cominciando con lasciare maggiore libertà a studenti e studentesse nella definizione del proprio piano di studio senza ingabbiare il loro percorso formativo dentro schemi rigidamente precostituiti.
Il dottorando come anello di congiunzione tra formazione e lavoro
Il dottorato di ricerca costituisce il terzo livello della formazione universitaria, nel quale si dovrebbero fondere formazione e ricerca, i due elementi costitutivi del concetto europeo di università. Il dottorato dovrebbe quindi proporsi, a differenza di altri segmenti della formazione post-laurea, come un momento di formazione in cui si integrino la didattica tradizionale e la formazione attraverso l’attività di ricerca; e dovrebbe essere pensato in funzione non solo dell’accesso all’insegnamento universitario, ma più in generale al mondo del lavoro.
A dispetto di un’impressionante crescita numerica, il percorso di dottorato è spesso poco qualificante, per nulla riconosciuto al di fuori dell’accademia e vittima di quel processo di “precarizzazione” ormai comune a tutto il mondo della ricerca. La condizione di precarietà è dovuta non solo alle caratteristiche dei corsi di dottorato che hanno spesso obiettivi formativi e finalità incerti, si caratterizzano per frammentazione e gestione personalistica da parte dei docenti, prevedono scarse o nulle attività scientifiche e formative e risultano scarsamente attrattivi a livello internazionale, ma anche dall’ambiguità nella definizione della condizione stessa del dottorando.
Occorre una riforma organica del dottorato che riorganizzi i corsi sulla base di scuole di dottorato dotate di autonomia all’interno di regole nazionali e costituite intorno a un progetto chiaro di formazione alla ricerca che abbracci ambiti scientifici e disciplinari sufficientemente ampi. Le scuole dovrebbero essere sottoposte a processi di autovalutazione/valutazione e di rendicontazione dei risultati ottenuti, in modo da garantirne il valore formativo.
Deve essere superata la figura del dottorando senza borsa. Oltre a determinare una condizione di lampante ingiustizia, la mancanza di autonomia economica indebolisce i percorsi formativi, non permettendo allo studioso di dedicarsi a tempo pieno alle proprie ricerche. Per questo la borsa di studio rappresenta la garanzia del valore del percorso di studio intrapreso oltre ad essere un riconoscimento sociale del lavoro di ricerca svolto.
La lunga battaglia dei dottorandi per ottenere l’aumento dell’importo minimo delle borse di dottorato mostra la necessità di individuare meccanismi negoziali o automatici di revisione periodica delle borse, che tengano conto dell’inflazione e garantiscano condizioni di vita e di studio dignitose.
Devono poi essere applicate a livello nazionale le raccomandazioni della “Carta europea dei ricercatori”: in particolare una Carta dei Diritti dei Dottorandi dovrebbe riconoscere: il diritto a una formazione di alto livello e a un rapporto trasparente e costante con il proprio supervisore sul lavoro di ricerca; il diritto a un trattamento economico che garantisca l’indipendenza economica e una vita culturalmente attiva; il diritto a un trattamento previdenziale equo; il diritto alla salute e alla maternità; il diritto alla partecipazione alla vita democratica delle università e ai suoi processi di valutazione, oggi largamente negato; l’accesso ai servizi di diritto allo studio; il diritto a un percorso realmente internazionale che consenta periodi di studio e soggiorno all’estero; il diritto a chiedere una proroga per l’esame finale di dottorato qualora sia necessario un approfondimento della tematica di ricerca; il diritto a una informazione trasparente sulle opportunità di lavoro che il titolo di dottore di ricerca può aprire e il diritto ad essere informati sulle possibilità e sui finanziamenti alla ricerca, sia pubblica che privata, a cui il dottorando può accedere durante e dopo il conseguimento del titolo.
Ricerca, precarietà, lavoro
La didattica è strettamente legata alla ricerca. Se si ritiene il sistema della conoscenza un luogo strategico per lo sviluppo del paese, le politiche relative a questo settore devono essere trasformate e la produttività deve essere valutata partendo dall’impatto su tutti gli altri settori della vita sociale, come l’elevazione del tasso culturale, la diffusione delle nuove tecnologie, la socializzazione dei saperi. Pertanto non è possibile legare l’assunzione di nuovi ricercatori ai pensionamenti, bloccando di fatto ogni possibilità di incremento del settore dell’università. Per esempio, il rapporto tra studenti e docenti, deficiente se si considera il solo personale strutturato, ritorna corretto se si includono i docenti a contratto. Si deve affermare con chiarezza che il personale necessario affinché l’università svolga con efficacia i propri compiti può essere quantificato a tutt’oggi intorno alle 120.000 unità, che si spera possano moltiplicare i bisogni di sapere alto e diffuso.
Non si deve consentire che uno stesso individuo possa essere titolare di contratti precari per lunghi periodi. Un limite ottimale potrebbe essere di 4 anni, con meccanismi di programmazione che evitino intervalli fra un contratto e l’altro. Tenuto conto dei 3 di dottorato di ricerca, una norma che vieti di stipulare nuovi contratti dopo il quarto anno, porterebbe a una età massima di circa 31-32 anni per una trasformazione del rapporto da temporaneo a tempo indeterminato. La norma dovrebbe anche prevedere una correlazione fra l’erogazione di contratti a tempo e le previsioni sul fabbisogno del personale e i futuri accessi, in modo che trascorsi i 4 anni, l’università o l’ente di ricerca possano immettere in ruolo una parte dei ricercatori e, attraverso la creazione di appositi uffici, agevolare l’inserimento degli altri nel mercato del lavoro.
I contratti a tempo in università ed enti di ricerca devono rispettare i più elementari diritti del lavoro (maternità, ferie, orari, tutela della salute e della sicurezza, tredicesima mensilità, protezione in caso di vacanza contrattuale, contributi previdenziali adeguati, copertura anti-infortunistica). Attualmente questi diritti sono riconosciuti solo ai ricercatori con contratto a tempo determinato, per cui si propone di mantenere solo una forma di contratto a tempo. Nella fase di transizione sarà chiaramente necessario riconoscere immediatamente i diritti del lavoro fondamentali a tutte le forme contrattuali precarie in tutte le pubbliche amministrazioni.
Diversamente da quanto accade nel resto d’Europa e nei bandi dello European Research Council in Italia le possibilità di accesso ai finanziamenti da parte del personale non strutturato sono pressoché inesistenti. Occorre rimuovere al più presto questa anomalia che limita lo sviluppo di nuove idee e l’acquisizione di maturità scientifica da parte dei ricercatori più giovani, favorendo un sistema nel quale molte carriere si svolgono sempre all’ombra dello stesso docente più anziano. Un ricercatore, sia esso strutturato o meno, deve poter essere il responsabile primo di fondi di ricerca, in modo da sperimentare sin da subito la reale assunzione delle responsabilità.
Il ruolo del professore universitario deve essere unico. Nessuna differenza funzionale è oggi riscontrabile tra professori ordinari, professori associati e ricercatori; l’unica ragione dell’esistenza si limita oggi solo a una sorta di ricattabilità continua per la concessione di passaggi di fascia.
Deve essere quindi superata la necessità di fare concorsi nei passaggi a fasce superiori. Occorre evitare che durante il percorso lavorativo il docente ricominci daccapo per tre volte, con periodi di straordinariato che, allo stato attuale, hanno per un verso l’effetto di penalizzare l’interessato/a dal punto di vista dei contributi pensionistici, per un altro il mantenimento di una spada di Damocle sul suo capo. La carriera unica potrà inoltre consentire coerentemente di costruire una scala retributiva unica, suddivisa in scatti legati sia all’anzianità che alla valutazione dell’operato del docente su didattica, ricerca e organizzazione.
Il problema delle retribuzioni dei docenti andrà affrontato e risolto riportando i valori al livello delle retribuzioni europee, diminuendo la forbice tra i docenti all’inizio di carriera e coloro che sono al termine della stessa. In coerenza con la proposta di unicità della carriera docente, assieme all’eliminazione dello straordinariato è necessario confermare l’abolizione del fuori ruolo, dando un chiaro segnale di rinnovamento in direzione del ringiovanimento dei docenti universitari che sarebbe peraltro utile dal punto di vista del risparmio della spesa.
Nelle more di una riorganizzazione virtuosa e legittima dal punto di vista scientifico e organizzativo, va comunque affrontata immediatamente la questione del riconoscimento del ruolo di professore agli attuali ricercatori e della gestione temporanea dei ruoli della docenza. L’introduzione della terza fascia docente è anche necessaria per poter mantenere l’attuale livello di offerta didattica, cercando nel contempo di razionalizzare e ridurre il numero di corsi di laurea, definendo i requisiti minimi più stringenti. A tale riguardo rimane attuale il nesso tra l’introduzione della terza fascia e la distinzione tra reclutamento e avanzamento di carriera. A tale proposito, i concorsi dovrebbero essere banditi solo per il reclutamento dei docenti, prevalentemente nella terza fascia, senza escludere la possibilità di ingressi per concorso direttamente a fasce più alte in caso di personale proveniente dall’estero o da altra amministrazione.
I passaggi da una fascia all’altra andranno gestiti con criteri di valutazione rigidi, con obiettivi trasparenti e prefissati e con chiare modalità di attuazione che riducano al minimo la discrezionalità, fungendo così da stimolo alla crescita professionale dei docenti e dei ricercatori non strutturati. Tali criteri dovranno essere diversi a seconda delle discipline interessate e commisurati agli standard internazionali, ridiscutendo a questo riguardo una logica di valutazione basata solo su rigidi schemi quantitativi. |