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L’analisi dell’economista belga pubblicata sul sito www.rebelion.org è incentrata sulla congiuntura economica internazionale, che può rappresentare un’opportunità irrepetibile per l’integrazione latinoamericana secondo un nuovo modello politico, economico e culturale. Dopo aver ascoltato l’intervento di Touissant a La Habana (VII Encuentro Hmisfèrico de Lucha contra los TLC, vedi diari precedenti), dopo averlo ascoltato su Radio Nacional de Venezuela e dopo averlo visto su Telesur, ho trovato finalmente l’articolo in cui sviluppa la sua analisi, tanto articolata –ed allo stesso tempo sintetica- da meritare una traduzione e non un semplice riassunto.
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=73995
Traduzione di Fabio Avolio
Dobbiamo imparare le lezioni del XX secolo per applicarle all’inizio del XXI secolo
L’America Latina è favorevole ad un’integrazione regionale e di un svincolamento parziale dal mercato capitalista mondiale.
La crisi economica e finanziaria internazionale, il cui epicentro si trova negli Stati Uniti, dovrebbe essere un’opportunità per i paesi latinoamericani al fine di costruire un’integrazione favorevole ai popoli ed alllo stesso tempo dare inizio ad un svincolamento parziale.
Bisogna imparare le lezioni del XX secolo per applicarle in quest’inizio di secolo. Durante gli anni ’30 continuò la crisi che scoppiò a Wall Street nel 1929, furono 12 i paesi latinoamericani direttamente colpiti e che, come conseguenza, sospesero in modo prolungato il rimborso dei debiti contratti, in particolare con i banchieri dell’America del Nord e dell’Europa occidentale. Alcuni paesi, come il Brasile ed il Messico, imposero ai loro creditori, dieci anni dopo, una riduzione tra il 50 ed il 90% del loro debito. Il Messico è quello che arrivò più lontano nelle riforme economiche e sociali. Durante il Governo di Làzaro Càrdenas l’industria del petrolio fu completamente nazionalizzata, senza che per questo i monopoli nordamericani venissero indennizzati. Inoltre, 16 milioni di ettari furono anch’essi nazionalizzati e ritornarono in gran parte alla popolazione indigena sotto forma di beni comunali.. Durante gli anni ’30 e fino alla metà degli anni ’60, vari governi latinoamericani portarono avanti politiche pubbliche molto attive, al fine di ottenere un modello di sviluppo parzialmente autoctono, un modello conosciuto più tardi come “industrializzazione al posto delle importazioni” (ISI). D’altra parte, a partire dal 1959, la rivoluzione cubana ha provato a dare un contenuto socialista al progetto bolivariano d’integrazione latinoamericana. Questo contenuto socialista era già spuntato nella rivoluzione boliviana del 1952. Fu necessaria il brutale intervento statunitense, appoggiato dalle classi dominanti e dalle forze armate locali, per porre fine al ciclo ascendente di emancipazione sociale di questo periodo. L’Embargo a Cuba dal 1962, la Giunta Militare in Brasile dal 1964, l’intervento statunitense a Santo Domingo nel 1965, la dittatura di Banzer in Bolivia nel 1971, il Colpo di Stato di Pinochet nel 1973, l’installazione di dittature in Uruguay ed Argentina. Il modello neoliberale fu messo in pratica prima in Cile, con Pinochet e con l’aiuto dei “Chicago Boys” di Milton Friedman, poi dopo si è imposto in tutto il continente, favorito dalla crisi del debito che scoppiò nel 1982. Quando caddero le dittature negli anni ’80, il modello neoliberale continuò ad essere vigente grazie principamente all’applicazione di piani di ritocchi strutturali e del Consenso di Washington. I governi latinoamericani furono incapaci di formare un fronte comune, e la maggioranza ha applicato con dolcezza le ricette dettate dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Ciò ha finito per produrre un gran malcontento popolare ed una ricomposizione delle forze popolari, che ha condotto ad un nuovo ciclo di elezioni di governi di sinistra o di centro-sinistra -iniziando da Chàvez nel 1998- che si è compromesso ad instaurare un modello diverso basato sulla giustizia sociale.
In quest’inizio di secolo, il progetto bolivariano d’integrazione dei popoli della regione ha avuto un nuovo impulso. Se si vuole spingere più lontano questo nuovo ciclo bisogna apprendere le lezioni del passato. In particolare, ciò che mancò all’America Latina durante le decadi dal 1940 al 1970 fu un autentico progetto d’integrazione delle economie e dei popoli combinato con una vera redistribuzione della ricchezza in favore delle classi lavoratrici. Orbene, è vitale l’essere coscienti che attualmente in America Latina esiste una disputa tra due progetti d’integrazione, che hanno un contenuto di classe agli antipodi. Le classi capitaliste del Brasile e dell’Argentina (le due principali economie dell’America del Sud) sono per un’integrazione favorevole al loro dominio economico sulla regione. Gli interessi delle imprese brasiliane, soprattutto, così come quelli delle argentine, sono molto importanti in tutta la regione: petrolio e gas, grandi opere di infrastrutture, miniere, metallurgia, agrobusiness, industrie alimentarie, ecc. La costruzione europea, basata sul mercato unico dominato dal grande capitale, è il modello che vogliono seguire. Le classi capitaliste brasiliane ed argentine voglio che i lavoratori dei diversi paesi della regione competano tra di loro, per ottenere il massimo beneficio ed essere competitivi sul mercato mondiale. Dal punto di vista della sinistra, sarebbe un tragico errore ricorrere ad una politica per tappe: appoggire un’integrazione latinoamericana secondo il modello europeo, dominata dal grande capitale, con la speranza illusoria di dargli più tardi un contenuto socialmente emancipante. Un appoggio tale implica il mettersi al servizio degli interessi capitalisti. Non bisogna entrare nel gioco dei capitalisti, cercando di essere più furbi e lasciando che questi dettino le loro regole.
L’altro progetto d’integrazione, che s’inscive nel pensiero bolivariano, vuole dare un contenuto di giustizia sociale all’integrazione. Questo implica il recupero del controllo pubblico sulle risorse naturali della regione e sui grandi mezzi di produzione, di credito e di commercializzazione. Bisogna livellare verso l’alto le conquiste sociali dei laboratori e dei piccoli produttori, riducendo allo stesso tempo le asimmetrie tra le economie della regione. Bisogna migliorare sostanzialmente le vie di comunicazione tra i paesi della regione, rispettando rigorosamente l’ambiente (per esempio, sviluppando le ferrovie ed altri mezzi di trasporto collettivo prima delle autostrade). Bisogna appoggiare i piccoli produttori privati in numerose attività: agricoltura, artigianato, commercio, servizi, ecc. Il processo di emancipazione sociale che persegue il progetto bolivariano del XXI secolo pretende liberare la società dalla dominazione capitalista, appoggiando le forme di proprietà che hanno una funzione sociale: la piccola proprietà privata, la proprietà pubblica, la proprietà cooperativa, la proprietà comunale, la collettiva, ecc. Allo stesso modo, l’integrazione latinoamericana implica il dotarsi di un’architettura comune: finanziaria, giuridica e politica.
Bisogna approfittare della congiuntura internazionale attuale, favorevole ad i paesi in via di sviluppo esportatori di materie prime, prima che la situazione cambi. I paesi dell’America Latina hanno accumulato circa 400 mila milioni di dollari in riserve di cambio. È una somma non trascurabile, che si trova nelle mani delle Banche Centrali latinoamericane, e che deve essere utilizzata nel momento opportuno per favorire l’integrazione regionale e blindare il continente di fronte agli effetti della crisi economica e finanziaria che si sviluppa in America del Nord ed in Europa, e che minaccia tutto il pianeta. Purtroppo non bisogna farsi illusioni:l’America Latina sta per perdere un momento prezioso e nel frattempo i governi perseguono, al di là della retorica, una politica tradizionale: firma di accordi bilaterali sugli investimenti; accettazione o continuazione di negoziati su alcuni trattati di libero commercio; utilizzo di riserve di cambio per comprare buoni del tesoro degli Stati Uniti (vuol dire, prestare i soldi alla potenza dominante) o “credit default swaps”, il cui mercato si è fuso con Lehman Brothers, AIG, ecc.; pagamenti anticipati al FMI, alla Banca Mondiale ed al Club de Parìs; accettazione del tribunale della Banca Mondiale (CIADI) per risolvere i malintesi con le multinazionali; continuazione dei negoziati commerciali nel quadro dell’ageda di Doha; mantenimento dell’occupazione militare di Haiti. Dopo un rumoroso e promettente inizio nel 2007, le iniziative annunciate in materia di integrazione latinoamericana sembrano essersi frenate nel 2008.
In quanto al lancio del Banco del Sur, questo si trova in forte ritardo. Il dibattito non è stato approfondito. Bisogna uscire dalla confusione e dare un contenuto chiaramente progressista a questa nuova istituzione, la cui creazione fu decisa nel dicembre 2007 da sette paesi dell’America del Sud. Il Banco del Sur deve essere un’istituzione democratica (un paese, un voto) e trasparente (un audit esterno, una revisione esterna). Prima di finanziare col denaro pubblico grandi progetti d’infrastruttura, poco rispettosi dell’ambiente, realizzati da imprese private, il cui obiettivo è ottenere il massimo beneficio, si deve appoggiare lo sforzo dei poteri pubblici per promuovere politiche tali come: la sovranità alimentaria; la riforma agraria; lo sviluppo della ricerca nel campo della salute e l’impianto di un’industria farmaceutica che produca farmaci generici di alta qualità; rafforzare i mezzi di trasporto collettivo ferroviario; utilizzare energie alternative per evitare l’esaurimento delle risorse naturali; proteggere l’ambiente; sviluppare l’integrazone dei sistemi d’insegnamento...
Al contrario di quanto molti credono, il problema del debito pubblico non è stato risolto. È vero che il debito pubblico si è ridotto, ma è stato sostituito da un debito pubblico interno, che in alcuni paesi ha assunto delle dimensioni spoporzionate (Brasile, Argentina, Colombia, Nicaragua, Guatemala), a tal punto che devia verso il capitale finanziario parassitario una parte consistente del bilancio dello Stato. Risulta molto conveniente seguire l’esempio dell’Equador, che ha predisposto una commissione di revisione integrale del debito pubblico interno ed esterno, al fine di determinare la parte illegittima, illecita o illegale dello stesso. Nel momento in cui, dopo una serie di operazioni avventurose, le grandi banche ed altre istituzioni finanziarie private -statunitensi ed europee- cancellano dei debiti dubbi per un totale che supera il debito pubblico latinoamericano nei loro confronti, bisogna costruire un fronte di paesi indebitati per ottenere l’annullamento del debito.
Bisogna revisionare e controllare rigorosamente le banche private, perchè corrono il pericolo di essere trascinate dalla crisi finanziaria internazionale. Bisogna evitare che lo Stato arrivi a nazionalizzare le perdite delle banche, come già è successo tante volte (in Chile con Pinochet, in Messico nel 1995, in Equador nel 1999-2000, ecc.). Qualora ci sia bisogno di nazionalizzare delle banche sull’orlo della bancarotta, ciò deve essere fatto senza indennizzo ed esercitando il diritto di riparazione (ripetizione) sul patrimonio dei suoi proprietari.
Per il resto, sono sorti numerosi litigi negli ultimi anni tra gli Stati della regione e le multinazonali, tanto nel Nord come nel Sud. Invece di rimettersi al Centro Internazionale per la Risoluzione delle Controversie in materia di Investimenti, che fa parte della Banca Mondiale, dominato da un pugno di paesi industrializzati, i paesi della regione dovrebbero seguire l’esempio della Bolivia, che si è ritirata dallo stesso. Dovrebbero creare un organismo regionale per la risoluzione dei litigi su questioni che riguardano gli investimenti. In materia giuridica, gli Stati latinoamericani dovrebbero applicare la dottrina Drago ed opporsi alla rinuncia della propria giurisdizione nei casi di litigi con altri Stati o con imprese private. Come si possono continuare a firmare contratti di prestito o commerciali che prevedono che, in caso di litigio, saranno competenti solo le giurisdizioni degli Stati Uniti, del Regno Unito o di altri paesi del Nord? Si tratta di un’inammissibile rinuncia alla sovranità.
Risulta conveniente ristabilire uno stretto controllo dei movimenti di capitale e dei cambi di moneta, al fine di evitare le fughe di capitali e gli attacchi speculativi nei confronti delle monete della regione. È necessario che gli Stati che vogliano materializzare il progetto bolivariano d’integrazione latinoamericana per un maggior grado di giustizia sociale avanzino verso una moneta comune.
Naturalmente, l’integrazione deve avere una dimensione poltica: un Parlamento latinoamericano eletto attraverso il suffragio universale in ognuno dei paesi membri, dotato di un reale potere legislativo. Nel quadro della costruzione politica, bisogna evitare la ripetizione del cattivo esempio europeo, dove la Commissione Europea (ossia, il governo europeo) dispone di poteri esagerati rispetto al Parlamento. Bisogna marciare verso un processo costituente democratico, al fine di adottare una Costituzione politica comune. In questo senso, bisogna anche evitare il processo antidemocratico seguito dalla Commissione Europea nel cercare di imporre un trattato costituzionale elaborato senza la partecipazione attiva della cittadinanza e senza sottoporlo ad un referendum in ogni pease membro. Al contrario, bisogna seguire l’esempio delle assemblee costituenti del Venezuela (1999), della Bolivia (2007) e dell’Equador (2007-2008). I risultati raggiunti nel corso di questi tre processi dovranno far parte di un processo costituente bolivariano.
Allo stesso modo, è necessario rafforzare le competenze della Corte Latinoamericana di Giustizia, in particolare in materia di garanzia del rispetto dei diritti umani che sono indivisibili.
Fino a questo momento, coesistono vari processi d’integrazione: la Comunità Andina delle Nazioni, il Mercosur, la Unasur, il Caricom, l’Alba... È importante evitare la dispersione ed adottare un processo integratore con una definizione politico-sociale basata sulla giustizia sociale. Questo processo bolivariano dovrebbe riunire tutti i paesi latinoamericani (America del Sud, America Centrale e Caraibi) che aderiscono a quest’orientamento. È preferibile cominciare la costruzione comune con un nucleo ridotto e coerente, che è meglio di un congiunto eterogeneo di Stati i cui governi seguono orientamenti politici e sociali contraddittori, se non antagonici.
L’integrazione bolivariana deve essere accompagnata da uno svincolamento parziale dal mercato capitalista mondiale. Si tratta di sopprimere progressivamente le frontiere che separano gli Stati che partecipano al progetto, riducendo le asimmetrie tra i paesi membri, in particolare attraverso un meccanismo di trasferimento dagli Stati più “ricchi” a quelli più “poveri”. Questo permetterà di ampliare considerevolmente il mercato interno e favorirà lo sviluppo dei produttori locali secondo le diverse forme di proprietà. Ciò permetterà di rendere vigente il processo di sviluppo (non solo l’industrializzazione) per la sostituzione delle importazioni. Risulta scontato che ciò implichi, per esempio, lo sviluppo di una politica di sovranità alimentaria. Allo stesso tempo, il congiunto bolivariano costituito dai paesi membri si svincolerà parzialmente dal mercato capitalista mondiale. In particolare, ciò implicherà l’abrogazione di trattati bilaterali in materia di investimenti e di commercio. I paesi membri del gruppo bolivariano dovranno altresì ritirarsi da istituzioni tali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, promuovendo allo stesso tempo la creazione di nuove istanze mondiali democratiche e rispettuose dei diritti umani indivisibili.
Come già indicato prima, gli Stati membri del nuovo gruppo bolivariano si dovranno dotare di nuove istituzioni regionali, come il Banco del Sur, che svilupperanno relazioni di collaborazione con altre istituzioni simili costituite dagli Stati delle altri regioni del mondo.
Gli Stati membri del nuovo gruppo bolivariano dovranno interagire con il maggior numero possibile di terzi Stati per la riforma democratica radicale del sistema delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di far rispettare la Carta di Organizzazione delle Nazioni Unite ed i numerosi strumenti internazionali in difesa dei diritti umani, tali come: il patto internazionale dei diritti economici, sociali e culturali (1961); la carta dei diritti e dei doaveri degli Stati (1974); la dichiarazione sul diritto allo sviluppo (1986); la risoluzione sui diritti delle popolazioni indigene (2007). Allo stesso modo, i paesi membri del gruppo bolivariano dovranno dare appoggio all’attività della Corte Penale Internazionale e della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. Dovranno anche favorire la comprensione tra gli Stati ed i popoli col fine di agire affinchè si limiti al massimo il cambio climatico, giacchè questo rappresenta un terribile pericolo per l’umanità.
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