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Tutti i tagli di Giulio il "creativo" Ministeri e sanità i più colpiti
martedì 22 luglio 2008



E' in un'Aula calda, anzi caldissima, per le polemiche sul gestaccio di Umberto Bossi che il governo ottiene la fiducia (la terza in 74 giorni) al decreto legge sulla manovra economica: 323 i favorevoli e 253 i contrari. Quando il Senatùr viene chiamato a votare nell'emiciclo di Montecitorio i deputati della Lega applaudono, mentre dal centrosinistra si alzano fischi, urla e «buuuh». Ma il clima è incandescente anche fuori dal Palazzo, con i sindacati sul piede di guerra e pronti allo sciopero per il temuto taglio delle risorse da destinare ai contratti del pubblico impiego e i sindaci di mezza Italia anche loro pronti alle barricate. E nemmeno basta: l'opposizione, ancorché rassegnata alla fiducia, si prepara ad un fuoco di fila perché almeno ci siano tempi decenti per esaminare il provvedimento quando arriverà al Senato. Tanto più che si tratta di una manovra che vale tre anni.

E sì, perché se governo e maggioranza insistono nel voler chiudere la partita entro luglio, i tempi per il passaggio nella Commissione bilancio di Palazzo Madama diventerebbero incerti, visto che il maxiemendamento sulla manovra non arriverà in Senato prima di venerdì. «Sarebbe la prima volta nella storia delle manovre finanziarie» critica Enrico Morando (Pd). Condannate inesorabilmente dai numeri, le opposizioni chiedono che, se proprio fiducia ha da essere, almeno sia dato un tempo congruo alla commissione per esaminare ed eventualmente modificare il testo del provvedimento. In questo caso, però, i tempi slitterebbero di una settimana, sforando così il limite di agosto per una necessaria terza lettura alla Camera. Si vedrà. Intanto è stato deciso che il voto finale sulla manovra si svolgerà giovedì nella tarda mattinata, con dichiarazioni di voto in diretta televisiva.

Pd, Italia dei valori e Udc non risparmiano critiche ad una manovra che Pierluigi Bersani definisce «bomba a frammentazione». «Quando se ne vedranno gli effetti anche quelli che oggi danno la fiducia se ne pentiranno - attacca il ministro ombra dell'economia - In questa manovra che ha umiliato il Parlamento e le opposizioni, in questa manovra notturna, fatta a ondate successive, piena di mille cose non c'è la cosa davvero urgente: un pacchetto di misure che rafforzino nell'immediato il potere d'acquisto di retribuzioni e pensioni». Le destre, insomma, fanno finta di litigare sull'inno nazionale, ma intanto trovano «il modo migliore per fregare gli italiani - commenta Paolo Ferrero (Prc) - approvando una manovra economica lacrime e sangue di cui pagheranno le principali conseguenze i cittadini».
E' lo stesso Veltroni che, nell'incontro con i sindaci del Pd pronti a lanciare l'«allarme rosso» per le ricadute negative della manovra sui comuni, attacca frontalmente la politica economica di Tremonti. «La situazione del paese è assolutamente drammatica», ma il governo «sottovaluta» l'entità del problema, tanto che il ministro dell'economia prima «fa riferimento al tracollo del '29, ma poi nella manvora non tiene conto di questa affermazione», anzi si mettono a punto misure che «non servono ad invertire il ciclo». Intanto, il «paese sta precipitando: basta guardare i dati della crescita, dei consumi, della produzione industriale e ci predisponiamo ad un autunno molto difficile». Per di più, «il governo, nonostante le promesse, mantiene alta la pressione fiscale e la politica di Robin Hood in realtà produrrà l'effetto inverso». E tutto ciò «nella totale disattenzione del mondo politico, impegnato a discutere di tutt'altro», cioè «di lodo Alfano e di problemi giudiziari del premier».

E mentre i sindaci del Pd accusano l'esecutivo di avere la «tendenza a scaricare sui livelli locali i problemi e le difficoltà che sono suoi», parlano di «finanziaria inguardabile» e avvertono che «se si bloccano i comuni si blocca l'intero paese», Legautonomie e Uncem (comunità montane) mettono il dito nella piaga: «Questa manovra nega il federalismo fiscale. Mentre recita la sua attuazione, pratica di fatto il suo contrario. Il governo ha un andamento schizofrenico, umilia il parlamento, si sottrae al confronto con le autonomie, cambia i numeri dalla sera alla mattina». Ne consegue che «il passaggio al Senato del decreto non deve essere una formalità burocratica. Quel testo va cambiato».
Più o meno sulla stessa lunghezza d'onda l'Udc di Casini che ha votato contro la fiducia perché, spiega il segretario Lorenzo Cesa, «ci sono troppe promesse fatte in campagna elettorale che non sono state mantenute» e perché non sono arrivate risposte «su quoziente familiare, liberalizzazioni, fondi alle forze dell'ordine e diminuzione delle tasse».
Infine, voto favorevole "con riserva" dell'Mpa di Lombardo: «Confermiamo che la nostra fiducia al governo non è in bianco - spiega il deputato Roberto Commercio - ma è sottoposta ad una verifica costante sugli impegni assunti a favore del Mezzogiorno».


Liberazione 22/07/2008
 



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