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agosto 2007
Di Francesco Martone L’adozione, da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 31 luglio scorso della risoluzione 1769 sull’invio di una forza multinazionale "ibrida" composta da 26mila soldati dell’Unione Africana e Caschi blu dell’ONU, sembra segnare un importante passo in avanti verso la soluzione della crisi che da anni insanguina il Darfur, con un altissimo numero di vittime civili, cadute sotto i colpi delle milizie paramilitari "Janjaweed", o uccise dalla carestia e dalla siccità. A maggior ragione dopo la pronta accettazione della risoluzione da parte del governo del Sudan. ; La risoluzione prevede la costituzione della più grande forza di peacekeeping della storia delle Nazioni Unite con un costo di 2 miliardi di dollari l’anno. Tra i compiti della forza ibrida quelli di proteggere i civili ed i cooperanti, e sostenere l’attuazione degli accordi di pace. Questo importante evento fornisce l’occasione per svolgere alcune considerazioni sulla crisi in Sudan ed in particolare quella umanitaria e politica in Darfur, ed una discussione critica sulle modalità di gestione e prevenzione dei conflitti, nonché sulla complessità dei fattori che li scatenano ed alimentano. Una tale riflessione deve necessariamente riguardare sia l'azione dei governi e delle istituzioni multilaterali che quella delle Organizzazioni non-governative o della società civile. Anzitutto giova ricordare che tale crisi si è sviluppata in un contesto regionale, oggi in continua evoluzione. Tale dinamismo è indubbiamente stato impresso da una serie di fattori convergenti ed a volte contrastanti, il principale dei quali è il confronto a distanza tra Cina e Stati Uniti. Washington ha sviluppato in quella regione direttrici strategiche a volte contraddittorie. Da una parte la priorità sembra essere quella di competere nella conquista di spazi economici e commerciali contrastando l'avanzata del gigante cinese, ormai presente in Sudan, ed in continua espansione alla ricerca di forniture di materie prime strategiche per alimentare il suo processo di crescita industriale , petrolio in primis. A questo grande disegno di confronto a distanza, Washington aggiunge la priorità della lotta al terrorismo islamico fondamentalista. Emerge così una forte contraddizione. Da una parte il governo USA sostiene il governo del Sudan in chiave antiterrorismo, mentre dall'altra mostra i denti e minaccia sanzioni (se non un intervento militare) per interrompere quello che si ritiene sia un genocidio compiuto da Khartoum attraverso le milizie janjaweed. A ciò va aggiunto che il Corno d'Africa, e la crisi in Sudan lo dimostra, è caratterizzato dalla grande interdipendenza dei conflitti, che rischiano di scatenare un effetto domino dagli esiti devastanti. Il conflitto in Darfur tocca anche il Ciad e la Repubblica Centrafricana, quello ora apparentemente sedato sul confine Est coinvolgeva la Lord’s Resistance Army e l'Uganda. L'Eritrea che sostiene molti dei gruppi di guerriglia darfurina a sua volta continua una aspra controversia con l'Etiopia sulla demarcazione del confine. L'Etiopia combatte in Somalia contro le Corti Islamiche, con effetti che arrivano fino al Kenya. E su tutto il rischio che lo sconvolgimento dei cicli idrogeologici dovuti a mutamenti climatici accenda forti conflittualità sull'accesso alle acque del Nilo. Ciò dimostra la necessità di un approccio organico e macroregionale relativo a tutta l'area. La crisi in Darfur ed in Sudan in generale sottende poi a nuovi approcci da sviluppare e sostenere nelle strategie di costruzione della pace e di promozione dei diritti umani fondamentali. Un tema non del tutto risolto o scontato vista la recente e dura controversia tra alcune ong umanitarie e la Save Darfur Coalition (coalizione internazionale per la salvezza del Darfur) che grazie a forti disponibilità finanziarie ed il supporto politico di settori conservatori e della destra cristiana USA ha lanciato una campagna contro il "genocidio" in Darfur. Ciò deriva da una lettura distorta della realtà, per adattarla alla costruzione di un conflitto di civiltà e di persecuzione dei cristiani che sta facendosi largo anche nel nostro paese. Il termine genocidio non viene usato a caso, giacché qualora venisse definito che in effetti in Darfur si sta compiendo un genocidio, ciò giustificherebbe un intervento militare unilaterale, secondo il principio dell'ingerenza umanitaria o "responsibility to protect". Ebbene, proprio in virtù di questa giustificazione "etica" Save Darfur Coalition chiede a gran voce l'imposizione di una "no-fly zone" per prevenire possibili bombardamenti da parte del governo di Khartoum. Dall'altra però altre ONG quali Medici senza Frontiere contestano - sulla base di una motivazione altrettanto "etica" - il fatto che ciò potrebbe contribuire ad esacerbare ulteriormente la situazione sul campo ed impedire alle popolazioni di accedere agli aiuti umanitari e di emergenza, che possono essere distribuiti solo via aerea. Alex de Waal autore di vari saggi sul Darfur, ritiene la "No-fly zone" costosa, inefficace, e complicata suggerendo altre modalità per fermare i voli militari del governo sudanese. Ad esempio il Darfur Peace Agreement (DPA) prevede che sia la forza multinazionale AMIS a monitorare l'attuazione dell'intenzione annunciata del governo sudanese di interrompere i voli militari offensivi. Inoltre una "no fly zone" imposta con la forza militare (e solo la NATO potrebbe essere in grado di farlo), dice de Waal, implicherebbe l'abbattimento di aerei militari, e comporterebbe quasi certamente il blocco di tutti i voli, militari, civili ed umanitari con un disastro umanitario di grandi proporzioni. (Alex de Waal :"Making sense in Darfur, is it worth trying a no-fly zone?" 2007) Insomma il punto del contendere riguarda proprio l'applicazione pratica della "responsibility to protect" e le implicazioni della priorità della sicurezza umana. Proteggere le popolazioni da cosa? Dalla possibile morte per bombardamento aereo o per fame? In ultima analisi l'eccessiva elasticità del concetto di sicurezza umana crea grandi paradossi, qualora si continui ad intendere l'intervento umanitario solo in termini di uso della forza, o solo verso popolazioni intese come oggetto del proprio intervento di protezione, e non come soggetti di strategie di "empowerment". Come spesso accade, quando si tenta di ammantare di valenze etiche questioni che sottendono anche ad interessi strategici o geopolitici, (il caso dell'Afghanistan insegna), chi scompare dal discorso è proprio il popolo in nome del quale si vorrebbe intervenire. Le popolazioni civili vengono usate come pretesto per la validità delle proprie argomentazioni etiche, trasformate in icone della persecuzione, in corpi rinsecchiti da assistere e curare. Attraverso la pornografia del dolore e della disperazione si nega l'esistenza di quelle persone, uomini, donne bambini, se non in quanto vittime bisognose di aiuto. In ultima analisi il Darfur, del quale troppo spesso di parla in termini di genocidio, o crisi umanitaria da gestire con gli strumenti della sicurezza "dura" dimostra che esiste una intrinseca relazione tra i tre pilastri del peacemaking, tutti e tre inscindibili pena il fallimento o la delegittimazione dell'iniziativa politica. Il primo è indubbiamente quello della protezione e della sicurezza, che sarà garantita dalla presenza della forza "ibrida" autorizzata dalla recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Precedente unico nel suo genere, la forza ibrida sarebbe composta da truppe dell'Unione Africana (AU) ed un migliaio di caschi blu ONU, addetti al supporto logistico del contingente di circa 20mila soldati. L'attenzione dell'opinione pubblica e di molti policymakers è però rimasta fin troppo concentrata sullo strumento militare e molto meno sulle altre due componenti, quella politica e quella di cooperazione. Per quanto riguarda la prima, sarà necessario stabilire quale sarà la base di discussione negoziale sulla quale chiamare i gruppi della guerriglia che non hanno firmato il Darfur Peace Agreement (DPA). Orbene, i gruppi della guerriglia, ed anche le organizzazioni della società civile sudanese, per motivazioni e su basi diverse, ritengono che quell'accordo non sia una valida base di negoziato. Poiché, si dice da una parte, il sistema del decentramento decisionale ed amministrativo e di concessioni sulle royalties del petrolio, non sembra essere sufficientemente equo. Dall'altra, invece, si lamenta il fatto che tali negoziati siano stati definiti solo tra le parti in conflitto tagliando fuori la società civile sudanese. Problema che potrebbe essere risolto riattivando come cornice generale per la pace nel paese il Comprehensive Peace Agreement (CPA) ed includendo nella trattativa i gruppi di etnia araba, la società civile, gli sfollati interni e le donne. Nell’ultimo briefing pubblicato nel luglio 2007 dall’International Crisis Group, ("A strategy for a comprehensive peace in Sudan", International Crisis Group, 26 luglio 2007) viene riaffermata l’importanza del ruolo del CPA, e nel contempo viene proposta di una Conferenza internazionale per produrre un percorso di pace comprensivo e che possa porre i termini per un rilancio del processo di pace in Darfur. Come si svilupperà la trattativa sarà tutto da vedere. Tuttavia va rilevato che la Cina sembra aver cambiato la sua posizione ed ora invita il governo sudanese a maggior disponibilità, preoccupata di rifarsi l’immagine prima dei prossimi giochi olimpici ospitati da Pechino e che saranno la vetrina globale del nuovo corso cinese. Il Segretario ONU Ban Ki Mun – che certo fino ad ora non ha brillato per determinazione o alto profilo politico - ha inoltre deciso di investire personalmente sul Darfur trasformandolo in banco di prova delle sue capacità e potenzialità politico-diplomatiche. Dall'altra parte, anche i gruppi della guerriglia stanno cercando di trovare una certa unità, come dimostrano le decisioni prese in occasione di un incontro tenutosi di recente a Asmara, quasi in contemporanea con quello convocato dalla Libia per provare a rilanciare un tavolo di negoziato internazionale sul conflitto. L’inviato speciale per l’ONU Eliasson sta lavorando per giungere ad una unificazione dei gruppi ribelli al fine di agevolare la riapertura del dialogo di pace. Nel contempo va sottolineato come il CPA che ha posto fine al conflitto in Sud Sudan prevede una serie di passaggi "politici" di gran rilevanza. Il primo è quello delle elezioni politiche del 2009 in tutto il Sudan, ed il secondo il referendum per la autodeterminazione del Sud Sudan nel 2011, che in quella data deciderà se diventare indipendente o restare sotto l'autorità di Khartoum. La questione non è di poco conto giacché riguarderebbe principalmente la destinazione e la redistribuzione delle royalties derivanti dall'estrazione del petrolio, di cui il Sud Sudan è ricco. E’ evidente che questo processo di democratizzazione formale va accompagnato da quello sostanziale, dal basso, che fornisca elementi e strumenti alle comunità ed ai comuni cittadini e cittadine sudanesi per poter essere artefici primi del loro destino. Il terzo perno intorno al quale ruota una strategia efficace di prevenzione del conflitto e di gestione post-conflitto riguarda la cooperazione, e la ricostruzione, tema troppo spesso trattato con un approccio umanitario e di emergenza, trascurando invece la necessità di assicurare capacità locali per la produzione di modelli di autosviluppo e produzione di cibo. Non ci può essere pace senza equo accesso agli strumenti basici per la sopravvivenza, a quelle "livelihoods" che sono il centro di un approccio allo sviluppo basato sui diritti umani fondamentali. Ciò vale per il Darfur tanto quanto per il Sud Sudan, regione passata in secondo piano nell'attenzione dell'opinione pubblica, centrata, almeno nei paesi anglosassoni, sul preteso "genocidio" in Darfur. In Sud Sudan, regione pacificata anche grazie al forte impegno dell'Italia, si sta sviluppando un processo estremamente delicato, di ritorno dei profughi, che vanno ad accrescere i nuclei urbani già in condizioni precarie. Si calcola in almeno 500mila il numero degli sfollati che rientrano in un contesto difficile ed instabile anche dal punto di vista della sicurezza. ONG che lavorano sul campo denunciano i ritardi nell'attuazione dei programmi di disarmo smobilitazione e riabilitazione delle milizie paramilitari, e della definizione dello status delle regioni ricche di petrolio. La sfida politica per il Sud Sudan è anch'essa centrata sulla necessità di costruire un'approccio di sviluppo che sia sostenibile, equo e partecipato. Per far ciò sarà fondamentale segnare un cambio di passo, dalla fase dell'aiuto alimentare e di emergenza a quella della costruzione di strategie di sviluppo autonomo. In realtà l'aumento di afflusso di aiuti alimentari non ha prodotto un miglioramento delle condizioni di vita e delle "livelihood" delle comunità locali. Pertanto le priorità della cooperazione internazionale andranno indirizzate verso la salute, l’accesso all'acqua, il sostegno ai bambini, al rafforzamento del ruolo delle donne e l'accesso all'educazione. In particolare andrà sostenuto un piano di decongestionamento delle aree urbane attraverso modelli di autosviluppo "decentrato", di autoproduzione di cibo, in particolare sorgo, agevolando l’accesso ai mercati locali. Più in generale ed a livello teorico, prendere a fondamento della analisi dei bisogni delle popolazioni locali dal punto di vista dei diritti fondamentali e dell'equità permette di metter a nudo l'incidenza del fattore ambientale (o meglio del degrado ambientale) nella radicalizzazione del conflitto. Come ha di recente riconosciuto l'UNEP (Programma ONU sull'Ambiente), quello del Darfur va considerato come il primo conflitto generato - o per lo meno acutizzato - dai mutamenti climatici. Non a caso sono in molti gli osservatori che definiscono il conflitto in Darfur un conflitto scatenato dalla competizione su risorse scarse, (terra ed acqua) tra popolazioni nomadi e stanziali, messe a dura prova dalla desertificazione causata dai mutamenti climatici. Il paradosso è che quelle popolazioni soffrono doppiamente della dipendenza del modello di sviluppo dominate dai combustibili fossili. Da una parte soffrono una guerra causata anche dalle rivendicazioni su un equo accesso alle royalties, derivanti dal petrolio, poi gli effetti socio-ambientali dell'estrazione del petrolio, e infine degli effetti della sua combustione. A questo circolo vizioso non sono estranee le imprese transnazionali operanti nel paese, dapprima la Chevron, presente per 20 anni in Sudan prima di ritirarsi in seguito al deterioramento delle relazioni tra Washington e Khartoum, poi la canadese Talisman, le europee Lundin ed OMV sostenute dalla politica europea di "coinvolgimento costruttivo" con il governo sudanese. Ed ora spiccano le imprese asiatiche, cinesi in primis, quali la CNPC o la Petronas malese. Esiste quindi un grande paradosso, che si ripete altrove in Africa Le mire di controllo strategico di imprese transnazionali si intrecciano con quelle delle élite di governo, con l’iniquità nella redistribuzione dei profitti derivanti dall’estrazione del petrolio, e con l’impatto socio-ambientale della stessa. A ciò si aggiunga che pur essendo grande produttore ed esportatore di petrolio, il Sudan vive una grave penuria energetica che verrebbe in parte soddisfatta dal rilancio dell’energia idroelettrica. Ed ecco un nuovo elemento di criticità che potrebbe riattizzare il conflitto armato in tutto il paese. Secondo l'International Crisis Group, esisterebbe il rischio di una saldatura delle forze ribelli in Darfur, con quelle in Kordofan e con i movimenti di resistenza causati dallo scontento causato dalla costruzione di due dighe a Nord, percepite dalle popolazioni locali come una minaccia alle loro culture tradizionali. La prima è la diga di Merowe la seconda in Africa, costruita sulla quarta cataratta del Nilo, e che ha provocato forti tensioni e scontri, ai quali sono seguiti arresti e vittime. L'altro progetto è a Kajbar e sommergerebbe parti della regione nubiana già provata dall'apertura della diga di Aswan nel 1964. Secondo l'UNEP la diga di Merowe sarebbe stata sottoposta a Valutazione di Impatto Ambientale parziale autorizzata solo due anni dopo l'inizio dei lavori. La diga, una volta completata, causerebbe erosione delle rive del fiume, una riduzione nei flussi d’acqua a valle, il blocco delle migrazioni di pesci e danni all'agricoltura, e 7500 famiglie verrebbero espulse dalle loro terre. Merowe è costruita dai cinesi, con la partecipazione dell'impresa tedesca Lahmeyer International, con capitali per un totale di 2 miliardi di dollari, da fondi cinesi, governativi, arabi. Nell'aprile 2007 la repressione delle proteste da parte delle forze di polizia ha provocato tre vittime . Sempre secondo l'International Crisis Group, , membri della comunità sarebbero entrati nel SPLA, altri sono andati in Eritrea per ricevere addestramento militare, altri si sono arruolati nel Fronte del Nord. Per quanto riguarda la diga di Kajbar, il governo di Khartoum non ha svolto alcuna trattativa con le popolazioni coinvolte nonostante la forte opposizione locale. Anzi, ha usato il pugno di ferro anche di recente quando il 13 giugno le forze di polizia hanno aperto il fuoco contro i manifestanti uccidendone 4. Il 20 luglio scorso Osman Ibrahim, portavoce del comitato di mobilitazione contro la diga, è stato arrestato e tuttora in incommunicado. Acqua, petrolio, mutamenti climatici, competizione su risorse scarse sono gli elementi chiave che permettono di costruire sul caso del Darfur un approccio che metta al centro di ogni soluzione i diritti ambientali e la giustizia ecologica accanto a quella della diplomazia popolare e dal basso, al fine di trasformare anche la cooperazione internazionale in strumento di costruzione attiva della pace. Questo approccio darà priorità alla capacità di accedere e fruire equamente dei diritti fondamentali di cittadinanza, dall’accesso all'acqua, alla salute all'educazione, attraverso la rielaborazione in chiave "ecologica" e dei bisogni/diritti umani primari il criterio di "sicurezza umana", al di là di ogni suggestione di ingerenza umanitaria o uso "etico" della forza. Questa discussione è ancora agli albori nel dibattito politico nel nostro paese, ma va aperta ed affrontata con chiarezza e onestà intellettuale, con l’obiettivo di costruire modalità innovative di prevenzione diplomatica e nonviolenta dei conflitti o di una loro gestione che valorizzi il ruolo ed i diritti delle popolazioni e della società civile. Così facendo si potranno rifuggere le facili suggestioni di una "Politica estera etica" e delle sue categorie, quali il "genocidio", per legittimare scelte che rispondono più ad interessi strategici che ai bisogni effettivi dei supposti beneficiari. Agosto 2007 |