Liberazione, 03 luglio 2007
Roberto Musacchio
Ma allora dove starà il Pd in Europa? Nel suo discorso Veltroni non lo ha detto con chiarezza. Anzi, non ha dedicato particolare attenzione al futuro del continente. Eppure la collocazione del nuovo partito è stato un tema caldo dei congressi dei Ds e Margherita. Nei socialisti europei o promotori di un nuovo raggruppamento? Eppure veniamo dalla drammatica trattativa al Consiglio d'Europa che ha prodotto il mini-trattato. Perché dunque questa sottovalutazione? Essa, insieme al quasi contemporaneo viaggio di Rutelli da Hilary Clinton, propone una lettura evidente: il nuovo partito guarda all'America più che all'Europa. Questa chiave di lettura della collocazione del Pd è importante per comprenderne la natura profonda e prevederne le azioni. Ed è fondamentale per riflettere sulla fase che stanno vivendo tre soggetti "novecenteschi" che fanno parte della nostra storia e, per quanto ci riguarda, del nostro futuro. Parlo dell'Europa, della sinistra e della democrazia. L'Europa è in crisi, ci si può sforzare quanto si vuole, come fa la signora Merkel, a considerare un successo l'accordo per il mini-trattato, ma è evidente l'affanno, la perdita di slancio. Ora sono possibili due strade. O il rilancio o la messa tra parentesi. Se si vuole veramente il rilancio occorrerà finalmente andare a fondo dei perché della crisi. I "continuisti", anche più sinceramente europeisti, insistono a prendersela con i "cattivi" di turno: i no al referendum o i gemellini polacchi. Ma in realtà la crisi dell'Europa ha ben altre ragioni che chiamano in causa tanta parte di quel pensiero unico che ha omologato in questo ventennio anche amplissimi settori del mondo progressista. L'Europa ha affidato la propria realizzazione a pratiche e idee che sono l'esatto contrario delle sue radici fondative. La spinta alla realizzazione dell'Europa nasce nelle grandi correnti culturali di questo secolo intorno ai valori della pace, dell'autonomia e di una democrazia socialmente connotata. A questo pensavano i padri fondatori. A ciò si è sovrapposta, nella fase della globalizzazione liberista, una torsione monetaristico tecnocratica che si è trasformata in una sorta di teologia affidata a una casta sacerdotale. Moneta e banchieri. La politica viene ridotta a mero governativismo. La stessa democrazia oscurata dalle esigenze funzionalistiche. Un intero secolo, il Novecento, invece che riscattare le proprie tragedie inverando le proprie ansie di liberazione, viene quasi rimosso. L'eclissi del lavoro e della democrazia procedono di pari passo. Può apparire forte parlare di eclissi della democrazia ma basta pensare a come funzionano le istituzioni governative e al loro peso preponderante rispetto a quelle rappresentative per rendersene conto. Ma, qui sta il punto, questo percorso è arrivato ormai ad un punto di crisi sociale e politica. Basta pensare alla precarietà che attraversa il continente che asupica la coesione sociale e al traballare di tutti i governi. Ma nella sua crisi emergono nuove antitesi come quella del neonazionalismo del governo polacco o del populismo di Sarkozy. In realtà sono l'altra faccia della medaglia della teocrazia liberista, lungamente incubati nelle acque stagnanti del pensiero unico monetaristico. La crisi c'è. Al punto che le forze della sinistra che hanno subito la fascinazione della teologia monetaristico tecnocratica arrivano addirittura, come nel caso italiano, a negarsi e a scegliere la strada dell'americanizzazione. Dalla terza alla quarta via. Ma quale spazio pensa di occupare in Europa un partito americano? E quale Europa pensa che ci voglia, un partito americano? C'è il rischio di un ulteriore scarto che diluisca ancor di più l'idea d'Europa, come portatrice di un modello proprio, in un, al contrario, tassello subalterno della globalizzazione con al centro l'American way off life? Domande che dovremmo porre anche per rilanciare il nostro ruolo. Il ruolo di chi non si rassegna alla messa fuori dalla storia della sinistra perché convinto che ciò rappresenterebbe un colpo terribile alla possibilità di un futurto e alla realizzazione dell'Europa come parte di questo futuro. Per questo abbiamo bisogno di rilanciare il nesso indissolubile tra Europa e sinistra, di dire che l'una ha bisogno dell'altra. E di lottare, senza alcuna remora, per la ripresa di un vero processo costituente di un'Europa che si liberi dalla teologia, non ripiombi nei neo nazionalismi o populismi, né nell'americanizzazione ma si realizzi come l'avventura di una cittadinanza aperta.
03/07/2007
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