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Politica estera. Amato: La discontinuitā dell'Unione
martedė 11 dicembre 2007

Roma, 27 febbraio 2007

Prendo spunto dall’articolo di Danilo Zolo, apparso ieri su Liberazione, per ragionare sulla difficile situazione internazionale e sulla politica estera italiana. Noi crediamo che la politica internazionale, la questione della pace, sia uno dei grandi temi del nostro tempo. Abbiamo definito il rifiuto della guerra come una discriminante, insieme all’opposizione al neoliberismo, della costruzione della sinistra di alternativa e di quella europea. Lo è soprattutto oggi, di fronte alla nuova fase segnata dalla guerra preventiva e dal ciarpame ideologico che ne fa da corollario, quale quello dello scontro di civiltà. Credo che in politica, soprattutto in quella internazionale, vadano valutate, oltre alle dichiarazioni, i gesti politici concreti che si producono, ed i processi politici che si attivano. Ed in questo dissento da Zolo e dalla sua univoca lettura in senso continuista della politica estera italiana. Il nostro paese è stato in questi anni di governo Berlusconi uno dei baluardi che in Europa hanno sostenuto , senza batter ciglio ed organicamente, la politica della guerra preventiva di Bush. Sul piano politico e simbolico questo sostegno si era tradotto nell’invio del terzo contingente militare , per quantità di soldati, in Iraq. D’altro canto, sul versante del conflitto medio orientale, l’Italia di Berlusconi e Fini aveva completamente abbandonato la tradizionale politica filo araba e mediterranea dell’Italia per schierarsi, senza se e senza ma, a fianco di Sharon e del governo Israeliano, in nome della comune e santa guerra al “terrorismo”.
Questa premessa è d’obbligo perché troppo in fretta si dimentica il passato recente, sottovalutando così il riposizionamento dell’Italia e del suo governo, che certo non risponde a tutto quanto sarebbe nelle nostre aspirazioni, ma che sicuramente si muove in una linea di sottrazione del nostro paese dal partito della guerra preventiva, una sottrazione che non va sicuramente esaltata acriticamente ma neanche ignorata o liquidata come irrilevante sul piano internazionale, perché così non è. Dire che tutto è come prima, o evocare la Jugoslavia per ricordarci quanto sia cattivo D’Alema , non ci aiuta a capire. Io credo che non sia indifferente, al fine dell’efficacia dei movimenti pacifisti, il rafforzamento di posizioni critiche in Occidente nei confronti di Bush e dei neo conservatori, soprattutto quando questa amministrazione è impegnata nel ribadire la sua opzione bellicista, e non esclude di attaccare anche l’Iran. Non penso sia stato scontato il ritiro di tutte le nostre truppe dall’Iraq, proprio quando Bush invia altri 22000 uomini nel disperato tentativo di rimediare al disastro da lui stesso provocato. Non credo sia in continuità affermare, come sostenuto al Senato, che si riconosce il valore all’accordo de La Mecca fra Fatah e Hamas, quando Tel Aviv e Washington si affrettano a voler archiviare come insignificante quest’evoluzione del quadro politico palestinese.
Dei vari paesi che nel 2003 furono protagonisti e alleati di Bush e Blair, che avvallarono la strategia della guerra preventiva, oltre all’impressionante montatura di falsità che fu costruita ad hoc per giustificare l’attacco all’Iraq, solamente due hanno visto un cambio di governo, la Spagna e L’Italia. Al contrario in Europa, la Germania, che si schierò apertamente contro, da una coalizione rosso verde è passata ad una grande coalizione a guida Merkel, con una più spiccata e dichiarata sensibilità atlantista, tesa a ricucire gli strappi recenti.
Gli unici due governi di paesi NATO, che hanno scelto, anche sulla spinta dei movimenti pacifisti, un ritiro unilaterale dall’Iraq e una posizione critica dell’unilateralismo statunitense, sono la Spagna e l’Italia.
Negli States, come in Gran Bretagna, come in Australia, seppur indeboliti da successivi passaggi elettorali, sono rimasti al governo i protagonisti di questa sciagurata politica. Non a caso sono stati proprio gli ambasciatori di questi paesi nelle scorse settimane a produrre un atto di ingerenza sulla politica italiana senza precedenti, con la lettera pubblicata su Repubblica.
Il quadro internazionale rimane segnato dall’azione imperiale. L’unilateralismo segna battute di arresto, ma non una sconfitta, poiché il vero problema che abbiamo è che non matura un’alternativa politica capace di isolarlo e di aprire allo stesso tempo processi di pace che ribaltino la situazione attuale. Lontana dall’ottenere gli obiettivi dichiarati nella sua versione ideologica, ovvero quella della guerra al terrorismo, che anzi, trae da essa nuova linfa, la strategia della guerra preventiva è in realtà lo strumento per imporre il dominio nordamericano a livello planetario. Ciò viene apertamente rivendicato nel progetto del nuovo secolo americano e nello specifico regionale del nuovo o grande medio oriente, con l’obiettivo del controllo di un’area chiave per risorse strategiche. I neo conservatori aspirano a creare un nuovo ordine mondiale che cancella il diritto internazionale e che fonda il primato statunitense sulla bruta forza militare, alimentando così una corsa al riarmo globale sotto gli occhi di tutti. Tale strategia si trova oggi di fronte ad un evidente fallimento politico e di consenso, anche interno, come dimostrato dal recente voto di medio termine nel congresso americano.
Ma, torno a ripetere, a questo evidente stato di crisi della politica imperiale, non corrisponde un’alternativa politica e diplomatica. Per la costruzione di quest’alternativa, un ruolo centrale potrebbe essere giocato dall’Europa che, infatti, viene invocata da tutte le parti, anche da Zolo in un suo recente scritto, ma che, va riconosciuto, non è all’altezza della partita che si sta giocando. Come costruire quest’ipotesi, lavorare per un diverso ruolo dell’Europa, qui ed ora, se cade anche uno dei pochi governi che, anche grazie alla presenza della sinistra pacifista, tentava di costruire una posizione europea autonoma? Come e quando se non ora tentare di fermare l’escalation possibile, dato che allo stato di difficoltà attuale, la risposta che viene dai settori più reazionari della Casa Bianca è di inasprire ancor più il conflitto, lanciare una nuova stagione interventista su scala globale, con il possibile attacco all’Iran, quale via per risolvere sia le difficoltà nel tentativo di normalizzazione dell’Iraq, che di favorire un cambio di regime a Teheran, o quanto meno un rallentamento del suo programma nucleare. Il rischio di un’evoluzione di questo tipo non è da sottovalutare, nè può bastare ad esorcizzarlo la maggioranza democratica del congresso. Il fondamentalismo che guida Bush e i neo cons, come già accaduto nel recente passato, può portare all’opzione di uscire dal pantano con più guerra, riportando gli Stati Uniti e i suoi alleati ad un allineamento forzato da un seguirsi degli eventi che rialzi il livello dello scontro. L’articolo del New Yorker di ieri purtroppo ci dà conto di ciò. I piani sono già pronti. Lo scenario che si aprirebbe, se dovesse prevalere l’ipotesi di un attacco all’Iran, sarebbe disastroso e potenzialmente catastrofico. Tutta l’area, a partire dal Libano e dalla Palestina, verrebbe precipitata verso una ripresa della guerra, con conseguenze che potrebbero coinvolgere non solo l’intera regione. L’unica possibilità di scongiurare questo scenario non verrà da un’attesa di cambi sperati e previsti di inquilino alla Casa Bianca. Fra l’altro, cambi che tutti auspichiamo ma troppo presto dati già per scontati. Aspettare questo momento, concordo con Zolo, sarebbe sbagliato e anche troppo distante nel tempo. La messa in campo di una differente e alternativa proposta politica, che si fondi sulla ricerca di stabilità nel quadro del rifiuto della guerra, del pieno rispetto e ritorno al diritto internazionale, alla legalità violata dal tentativo di imporre un nuovo equilibrio mondiale manu militari portato avanti dagli Stati Uniti, serve ora.
Per parlare chiaramente, occorre un rilancio dell’ONU basato sui principi sanciti dalla sua carta fondamentale. Credo che non venga pienamente colta la drammaticità del momento e la conseguente necessità di tentare tutte le strade, anche con compromessi, per evitare questa tragedia annunciata di una guerra all’Iran. I segnali di controtendenza dell’Europa si sono avuti, come nella vicenda libanese, con un ruolo positivo proprio dell’Italia, che ha contribuito a fermare l’aggressione militare israeliana ed imposto il primato delle Nazioni Unite, con una missione di interposizione sotto la sua egida ed accettata da tutte le parti. Un fatto inedito e di discontinuità, dopo che per oltre vent’anni alle Nazioni Unite era stato lasciato il ruolo di comparsa o di semplice passacarte di ciò che Washington decideva. Un fatto inedito ed isolato, che rischia di rimanere tale ed anzi, persino fallire, se, come sempre abbiamo sostenuto, non viene rilanciato da un’iniziativa politica e diplomatica su tutta l’area, in primis per la nascita di uno stato palestinese. Per fermare e battere l’inutilità della guerra dobbiamo denunciare i pericoli e i fallimenti in Afghanistan, ribadire le nostre posizioni, ma anche contribuire a far sì che si delinii e si metta in campo una chiara strategia alternativa da parte dell’Italia e dell’Europa. Naturalmente si tratta di una possibilità, non di una certezza, ma che va tentata.
E’ in questo quadro, che nella valutazione della politica estera fin qui applicata dal governo dell’Unione, seppur con forme contraddittorie e a tratti ambigue, dovute sia alla collocazione nella Nato, che alla varietà di posizioni presenti nella coalizione, sia innegabile che si stia procedendo verso una sottrazione del nostro paese dalla sfera dei paesi sostenitori della politica bellicista di Bush, attraverso anche la ricerca di un quadro di alleanze in grado di dare forza ad un’ipotesi politico negoziale, quale quella espressa nella necessità di conferenze di pace e internazionali per il medio oriente e per l’Afghanistan. Non sono molti i paesi che parlano di soluzioni politiche per le aree di crisi che coinvolgano Iran e Siria, e fra questi chi lo ha fatto apertamente è stata l’Italia. Questo indirizzo andava rafforzato e sostenuto, non bocciato. L’eventualità di un ritorno delle destre, o quello di maggioranze variabili nel parlamento sulla politica estera, ha come sicuro effetto quello di rendere inefficace questo sforzo, di riportare l’Italia nella normalità, abdicando all’impegno di una ricerca di soluzioni politiche che sottraggano forza e spazio a quelle della guerra preventiva e permanente. Oltre a quello, inevitabile, di emarginare ancor più le posizioni del movimento pacifista, la sua capacità non solo di denuncia, ma di efficacia. Noi non stavamo votando la guerra, ma una relazione che richiamava l’Italia ad un impegno in un senso contrario ed opposto. Proprio pochi giorni prima del voto al senato, ero al telefono con un compagno della sinistra palestinese, membro dell’Esecutivo dell’OLP. Insieme commentavamo gli sviluppi seguiti all’incontro de La Mecca, la difficile situazione interna e gli spiragli che sembravano aprirsi, nonostante da Washington non arrivassero segnali incoraggianti. Uno di quegli spiragli si chiamava Europa, e nello specifico Italia, che, infatti, insieme alla Spagna aveva apertamente riconosciuto il valore e l’importanza di questo accordo trovato faticosamente, dopo mesi di annunci e di tentativi falliti, una guerra civile latente che già infiammava Gaza fra le due più importanti fazioni palestinesi.
Questo compagno, a cui accenno i problemi che affrontavamo nel nostro paese, mi saluta raccomandandomi di sostenere il governo, di evitare una sua caduta. Lo rassicuro, affermandogli che il Partito è consapevole del fatto che con questo governo, il nostro paese non è più schierato unilateralmente con Bush e Israele, e che può svolgere un importante ruolo di dialogo e mediazione. E’ vero, l’Europa e la comunità internazionale hanno più volte tradito le attese, più volte giocato un ruolo di semplice comparsa nella tragedia mediorientale ma questa volta anche noi avevamo una parte, seppur piccola, di responsabilità. Sarà difficile richiamarlo, e spiegargli com’è potuto accadere ciò che è successo in questi giorni in Italia. Spiegare perché la politica estera di questo governo, che pur fra tante contraddizioni, liberava il nostro paese da un atlantismo ottuso e acritico, recuperando almeno una tradizionale collocazione dell’Italia capace di parlare al mondo arabo, sia stata compromessa dal pasticcio avvenuto mercoledì scorso al senato. Una collocazione preziosa in questo tempo, in cui i forsennati falchi della guerra alimentano l’odio e la teoria dello scontro di civiltà. Questa un’altra delle ragioni, e non l’ultima, per cui credo vada la pena continuare a provarci.

Roma, 27 febbraio 2007



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