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Segretario
Dedicato ai lavoratori della FIAT di Pomigliano.
venerdì 18 giugno 2010
Uomini in carne ed ossa.
di Antonio Gramsci
articolo da "Ordine nuovo" dell'8 maggio 1921

Gli operai della Fiat sono ritornati al lavoro. Tradimento? Rinnegamento delle idealità rivoluzionarie? Gli operai della Fiat sono uomini in carne e ossa. Hanno resistito per un mese. Sapevano di lottare e resistere non solo per sé, non solo per la restante massa operaia torinese, ma per tutta la classe operaia italiana.
Hanno resistito per un mese. Erano estenuati fisicamente perché da molte settimane e da molti mesi i loro salari erano ridotti e non erano più sufficienti al sostentamento familiare, eppure hanno resistito per un mese. Erano completamente isolati dalla nazione, immersi in un ambiente generale di stanchezza, di indifferenza, di ostilità, eppure hanno resistito per un mese.
Sapevano di non poter sperare aiuto alcuno dal di fuori: sapevano che ormai alla classe operaia italiana erano stati recisi i tendini, sapevano di essere condannati alla sconfitta, eppure hanno resistito per un mese. Non c'è vergogna nella sconfitta degli operai della Fiat. Non si può domandare a una massa di uomini che è aggredita dalle più dure necessità dell'esistenza, che ha la responsabilità dell'esistenza di una popolazione di 40.000 persone, non si può domandare più di quanto hanno dato questi compagni che sono ritornati al lavoro, tristemente, accoratamente, consapevoli della immediata impossibilità di resistere più oltre o di reagire.
Specialmente noi comunisti, che viviamo gomito a gomito con gli operai, che ne conosciamo i bisogni, che della situazione abbiamo una concezione realistica, dobbiamo comprendere il perché di questa conclusione della lotta torinese.
Da troppi anni le masse lottano, da troppi anni esse si esauriscono in azioni di dettaglio, sperperando i loro mezzi e le loro energie. E' stato questo il rimprovero che fin dal maggio 1919 noi dell' "Ordine Nuovo" abbiamo incessantemente mosso alle centrali del movimento operaio e socialista: non abusate troppo della resistenza e della virtù di sacrificio del proletariato; si tratta di uomini comuni, uomini reali, sottoposti alle stesse debolezze di tutti gli uomini comuni che si vedono passare nelle strade, bere nelle taverne, discorrere a crocchi sulle piazze, che hanno frame e freddo, che si commuovono a sentir piangere i loro bambini e lamentarsi acremente le loro donne.
Il nostro ottimismo rivoluzionario è stato sempre sostanziato da questa visione crudamente pessimistica della realtà umana, con cui inesorabilmente bisogna fare i conti. Già un anno fa noi avevamo previsto quale sbocco fatalmente avrebbe avuto la situazione italiana, se i dirigenti responsabili avessero continuato nella loro tattica di schiamazzo rivoluzionario e di pratica opportunistica. E abbiamo lottato disperatamente per richiamare questi responsabili a una visione più reale, a una pratica più congrua e più adeguata allo svolgersi degli avvenimenti.
Oggi scontiamo il fio, anche noi, dell'inettitudine e della cecità altrui; oggi anche il proletariato torinese deve sostenere l'urto dell'avversario, rafforzato dalla non resistenza degli altri. Non c'è nessuna vergogna nella resa degli operai della Fiat. Ciò che doveva avvenire è avvenuto implacabilmente. La classe operaia italiana è livellata sotto il rullo compressore della reazione capitalistica. Per quanto tempo? Nulla è perduto se rimane intatta la coscienza e la fede, se i corpi si arrendono ma non gli animi.
Gli operai della Fiat per anni e anni hanno lottato strenuamente, hanno bagnato del loro sangue le strade, hanno sofferto la fame e il freddo; essi rimangono, per questo loro passato glorioso, all'avanguardia del proletariato italiano, essi rimangono militi fedeli e devoti della rivoluzione. Hanno fatto quanto è dato fare a uomini di carne ed ossa; togliamoci il cappello dinanzi alla loro umiliazione, perché anche in essa è qualcosa di grande che si impone ai sinceri e agli onesti.

 

 

Dalla Fiat un ricatto mafioso
martedì 15 giugno 2010
La vicenda di Pomigliano non è questione sindacale ma politica. Rappresenta la principale battaglia oggi in corso nel paese. Il dictat della Fiat di derogare dal contratto nazionale e dalle leggi della Repubblica rappresenta è il principale attacco politico alla Costituzione repubblicana. Berlusconi propone la manomissione dell’articolo 41 e Marchionne la pratica.  Di fronte a questo scontro tutta la destra appoggia ovviamente la Fiat in nome della fine del conflitto di classe. Vergognosamente il PD dice che la Fiat esagera ma che il ricatto va accettato.

In questo breve riassunto è contenuta la fotografia sullo scontro politico nel paese. Dov’è quel centro sinistra che giustamente si indigna per le nefandezze di Berlusconi? Dove sono i direttori dei quotidiani che giustamente protestano contro le leggi bavaglio? Dove sono i liberali che gridano al golpe quotidianamente: in silenzio. Perché noi oggi in Italia abbiamo una opposizione liberale che difende la Costituzione formale senza difendere la Costituzione reale, senza difendere le basi materiali su cui si regge il compromesso costituzionale. Abbiamo una opposizione liberale per cui la democrazia si ferma davanti ai cancelli delle fabbriche,  degli uffici, dei supermercati. E’ una opposizione liberale contrapposta a Berlusconi ma subalterna ai poteri forti del paese: a Confindustria come alle banche.

 
 

Introduzione di Paolo Ferrero alla Direzione Nazionale del 3 giugno 2010
lunedì 07 giugno 2010


Vi propongo di cominciare questa Direzione Nazionale con un minuto di silenzio in memoria dei pacifisti trucidati dall’esercito israeliano qualche giorno fa. Un minuto di silenzio perché credo che dobbiamo mantenere il senso delle cose che accadono di fronte alla barbarie di giornali di destra che hanno rivendicato l'assassinio. Si tratta di un cambio di paradigma in cui ogni senso comune umanitario viene abbandonato in nome della logica “amico – nemico”. E’ segno della barbarie di cui sono portatrici le nostre destra e di cui la Lega si era già fatta portatrice sul terreno del razzismo.

In questo contesto occorre rilanciare con forza la campagna di boicottaggio dei prodotti israeliani. Noi difendiamo l'esistenza dello Stato d'Israele e ci battiamo fermamente contro ogni forma di antisemitismo - non ci deve essere nessuna sbavatura su questo piano - ma altrettanto chiaramente diciamo che i palestinesi hanno diritto ad essere trattati come esseri umani e a vivere civilmente in un loro stato. Le caratteristiche attuali dello Stato di Israele sono di uno Stato formalmente democratico che pratica l’apartheid nei confronti dei palestinesi. Si tratta di una situazione molto simile a quelle che esisteva in Sud Africa. Dobbiamo quindi rafforzare la campagna di boicottaggio dei prodotti israeliani, rompere il muro di indifferenza costruito attorno al dramma del popolo palestinese e ricostruire una forte solidarietà internazionalista, che è parte costitutiva del nostro essere e della nostra azione politica.

 
 

Dieci tesi contro Il revisionismo storico e il novello Maccartismo italico
domenica 30 maggio 2010
L’inizio dei festeggiamenti sui 150 anni dell’unità d’Italia, sono stati caratterizzati da una polemica politica innescata dalla Lega Nord. Il dibattito verteva sulla positività o meno dell’unificazione dell’Italia e sull’opportunità dei festeggiamenti medesimi. Questo episodio si presta ad una riflessione più ampia sul rapporto tra storia e politica nella formazione dell’immaginario collettivo; rapporto a mio parere strettissimo, denso di significati che vanno al di la della contingenza. Per certi versi si potrebbe dire che il rapporto con la storia del paese parla delle prospettive strategiche delle diverse forze politiche e culturali molto più di quanto non avvenga attraverso le proposte politiche avanzate quotidianamente. Non a caso la storia d’Italia è teatro di scorribande revisioniste che riscrivono e stravolgono la storia del paese. E’ come se nelle posizioni politiche presenti in Italia da parte della destra, vi fosse una “eccedenza”, un “non detto”, che non viene direttamente esplicitato, ma che viene espresso in modo allusivo attraverso la riscrittura della storia del paese. Riscrittura della storia che ovviamente serve a modificare il paese o meglio, a costruire le giustificazioni storiche di una sua modifica.
 
 
 
 
 

Imparare dalla Linke
venerdì 28 maggio 2010
da Liberazione di venerdì 28 maggio 2010
 
L'intervista ad Hans Bierbaum pubblicata qui di fianco (e disponibile sul sito di Liberazione) è una concreta testimonianza della lucidità e della coerenza politica con cui la Linke ha costruito i suoi successi elettorali. Bierbaum ci spiega nell'intervista - e Lafontaine lo ha fatto nella sua vigorosa relazione al congresso di Rostock – che la Linke non ha una astratta pregiudiziale antigovernativa ma che si può e si deve andare a governare se si è in grado di imporre politiche di pace e antiliberiste. Altrimenti è meglio stare all'opposizione. L'aver tenuto fede in questi anni a questo elementare principio politico è alla base del successo della Linke e della sua credibilità. Come mi ha detto più di una volta Lafontaine: “la gente si fida di noi, non dobbiamo deluderla, perché non hanno nessun bisogno di una nuova SPD spostata un po' a sinistra”. Su questa base la Linke è raccoglie il 25% dei voti dei disoccupati e il 17% dei voti operai. Un voto di classe che è un valore che va al di là degli stessi successi elettorali stessi.
Tanto più importante che la Linke abbia ribadito questo indirizzo oggi, in un contesto in cui i suoi successi elettorali le permettono di entrare nel “gioco della politica”, in cui le spinte a “moderare” le richieste si fanno più forti. I compagni e le compagne tedesche ci dicono una cosa semplicissima e cioè che l'unità della sinistra la si può costruire solo a partire dall'autonomia politica della sinistra. Senza autonomia politica c'è solo lo spazio per il ripetersi incessante degli errori che hanno travolto le socialdemocrazie.
 
Io penso che dall'autonomia - culturale prima ancora che politica - del gruppo dirigente della Linke  abbiamo molto da imparare. La capacità di agire una offensiva unitaria nei confronti della SPD e dei Verdi e nello stesso tempo di tenere ben ferma l'analisi dei rapporti di forza reali e i propri principi mi pare la cifra vera di un gruppo dirigente serio. Noi oggi abbiamo una linea politica molto simile a quella della Linke: costruzione dell'opposizione nel paese sulla proposta di uscita dal neoliberismo, rafforzamento di rifondazione e aggregazione della sinistra di alternativa a partire dalla Federazione, offensiva unitaria a sinistra e proposta di una coalizione per battere Berlusconi e cambiare la legge elettorale senza fare accordi di governo. Sarebbe opportuno imparare dalla Linke anche a gestirla. Gregor Gysi, ha detto a chiare lettere nel Congresso di Rostock che era ora di finirla di interpretare la linea e si trattava di applicarla, nella sua interezza. Mi pare sia una buona indicazione anche per noi.
 
 

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