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Segretario
Lettera aperta ai segretari dei partiti dell’opposizione
mercoledì 11 agosto 2010
Cari amici e compagni, penso che non si possa continuare a tergiversare. A me pare del tutte evidente che la crisi interna al centro destra più che determinare la fine del berusconismo stia producendo un ulteriore imputridimento della crisi politica. Che i destini del governo e per certi versi della repubblica – visti i propositi anticostituzionali di Berlusconi – siano riassumibili nella diatriba legal giornalistica su un appartamento di Montecarlo non è null’altro che il segno di un degrado senza fine. Nessuno può pensare che il fango tocchi solo gli altri. In questa Weimar al rallentatore che stiamo vivendo da anni lo schifo tocca in egual misura chi lo provoca e chi non è in grado di arrestarlo. Questa crisi ha indebolito il Berlusconi presidente del consiglio ma certo ha rafforzato il disgusto per la politica che milioni di italiani provano verso una classe dirigente che è incapace anche solo di ragionare sui temi che riguardano la vita quotidiana dei propri concittadini. Non so se sarà ancora Berlusconi a beneficiare di questo degrado o se sarà qualcun altro ma so che la ricerca di uomini della provvidenza si è oramai drammaticamente generalizzata. La carica antidemocratica di questa domanda non sarà semplice da smaltire. Quella odierna è la crisi della seconda repubblica, se ne può uscire con un ristabilimento della democrazia o con il suo ulteriore restringimento in senso antidemocratico.
Per questo la proposta di un governo di garanzia a me pare oramai completamente inadeguata. Non l’ho mai condivisa ma ne potevo capire le ragione nelle settimane scorse. Vi pare seriamente che si possa continuare così ancora a lungo, in cui le destre ammorbano il panorama, la Lega si erge a paladina della moralità e il paese sprofonda dentro la crisi? Questo scenario potrebbe durare per mesi. Vi pare possibile che lo sbocco di questo putridume sia un governo istituzionale frutto di una manovra di palazzo, privo di mandato democratico e che avrebbe probabilmente l’unico effetto di permettere a Berlusconi di dipingersi – una volta ancora – come vittima?
Vi scrivo per proporvi di cambiare registro, di prendere atto della gravità della situazione e del fatto che si per uscire da questo pantano occorre una proposta politica forte e netta. Si chiedano le elezioni anticipate per porre fine al degrado prodotto dal fallimento delle destre e si dia vita ad uno schieramento democratico con cui presentarsi alle elezioni. In questa situazione nessuno ha la bacchetta magica ma si può costruire un CLN basato su pochi punti chiari: la difesa della costituzione e il ristabilimento pieno delle regole democratiche, la modifica della legge elettorale in senso proporzionale, una politica sociale redistributiva.
Smettiamola con questo impotente aventino che da troppo tempo caratterizza l’opposizione.

Paolo Ferrero
Segretario Rifondazione Comunista – Federazione della Sinistra. 

Pinerolo, 10/08/2010

 

 

Gentili ma non fessi
sabato 07 agosto 2010
Gentili ma non fessi di Paolo Ferrero Intendo innanzitutto esprimere al direttore, Dino Greco, la solidarietà mia personale e di tutta la segreteria del Prc per l'attacco ingiurioso portatogli da una parte dei giornalisti di Liberazione, quello di avere messo in mora le loro prerogative sindacali. Non riesco a capire dove si possa rintracciare nello scritto del direttore un qualsiasi attacco al diritto di sciopero. Lascia l’amaro in bocca che la battaglia politica debba arrivare ad infamanti accuse di questo tipo, puntando alla distruzione della persona, alla denigrazione, alla riproposizione della logica “amico-nemico” che speravamo non albergasse più nemmeno nei paraggi del nostro partito e del suo giornale. Nel suo editoriale di giovedì, Dino Greco ha invece posto un serio problema, quello della continuità delle pubblicazioni di Liberazione. Come’è noto la direzione di Sansonetti aveva portato il giornale in una situazione insostenibile, con oltre tre (3) milioni di euro di deficit in un anno. Con la direzione di Dino Greco abbiamo avviato una gigantesca opera di risparmio – per altro del tutto parallela a quanto abbiamo fatto come partito - per ridurre le perdite. Attraverso i risparmi siamo arrivati ad un passo dal pareggio di bilancio e abbiamo quindi lanciato una campagna di straordinaria di abbonamenti, diffusione e sottoscrizione per rilanciare il giornale. A tale fine è stata progettata una capillare campagna che vede impegnate come non mai tutte le strutture del partito. In poche settimane i risultati iniziano a venire e abbiamo già realizzato un quinto degli abbonamenti che ci eravamo prefissi di fare. Di fronte ad un partito che in assenza del finanziamento pubblico fa tutto il possibile per salvare e rilanciare il suo giornale sarebbe stato lecito aspettarsi il consenso convinto di tutta la redazione. Di fronte ad un editore che decide di rilanciare il giornale, di trovare tra i suoi iscritti sottoscrittori, diffusori e abbonati, ci si aspetterebbe da parte di chi lavora al giornale un plauso. Così non è. Come mai? Come mai il rilancio del giornale invece di essere apprezzato viene denigrato? Perché Dino Greco che ha accettato la sfida di rimettere in piedi e rilanciare il giornale, invece di collaborazione deve subire attacchi quotidiani e accuse infamanti? Questo è il problema. La vicenda di Liberazione non è spiegabile in termini sindacali, terreno su cui siamo disponibili a discutere e a trattare ogni giorno. Il punto, come si diceva un tempo, è politico e a questo riguardo voglio essere molto chiaro. Per lavorare a Liberazione non è necessario essere iscritti a Rifondazione Comunista. Non è necessario essere comunisti. Anzi, si può essere anticomunisti militanti e pregare ogni giorno per la scomparsa di Rifondazione Comunista. Questo non mi fa piacere, ma i dipendenti di Liberazione non sono tenuti per contratto a compiacere il loro editore. Parallelamente è chiaro che il giornale Liberazione è il giornale di Rifondazione Comunista, che ha accesso al denaro pubblico in quanto giornale di Rifondazione Comunista e che il progetto politico di Liberazione è parte integrante del progetto di Rifondazione Comunista. Noi vogliamo riconoscere, raccontare e capire le soggettività sociali perché riteniamo che li si fondi la possibilità di superare il capitalismo. A partire da questo vogliamo rifondare un pensiero, una pratica, una antropologia comunista, perché pensiamo che il capitalismo sia una vera schifezza. Parimenti vogliamo aggregare una sinistra autonoma dal PD e strategicamente alternativa alla socialdemocrazia, praticando fino in fondo la critica della politica come attività separata. Inoltre, pensiamo che la storia del movimento operaio non sia un mucchio di letame da gettare ma al contrario la parte migliore della storia del nostro paese. Piaccia o non piaccia a una parte dei giornalisti di Liberazione, questo è il nostro progetto politico, la ragione per cui il giornale viene rilanciato e per cui Dino Greco ha fatto, fa e continuerà a fare il direttore di Liberazione. Poveri, ma orgogliosamente comunisti. O come recita lo slogan delle magliette stampate dai compagni del partito sociale, “gentili ma non fessi”.
 
 

La strage e' domani
domenica 01 agosto 2010
(Editoriale da Liberazione di domenica primo agosto 2010) Cadono domani i trent'anni dalla strage di Bologna. Il 2 agosto 1980 ci furono 85 morti, 200 feriti e altre centinaia di persone, sopravvissute ed incolumi, furono segnate per sempre da quel massacro. I tribunali hanno condannato in via definitiva, come esecutori materiali della strage, i neofascisti Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini: c'è un filo nero e di morte che parte da Piazza Fontana e arriva al 2 agosto, e che ha visto i fascisti nel ruolo di manovalanza al tritolo. I colpevoli ci sono, eppure - in tutti questi anni - ogni qualvolta un uomo del governo ha preso la parola in piazza Medaglie d'oro per commemorare la strage è stato ignorato nella migliore delle ipotesi, fischiato brutalmente nella peggiore. Perché? Perché manca un "pezzo" di verità, fondamentale quanto l'aver individuato e condannato i colpevoli. Mancano i nomi e i cognomi dei mandanti della strage; manca una ricostruzione credibile ed esaustiva del ruolo e delle responsabilità della P2, dei servizi segreti, della classe dirigente di quegli anni; manca una ricostruzione dello scenario internazionale e di quanto incise sulla strage. A distanza di 30 anni non sappiamo ancora perché ci fu quel massacro e i diversi governi non hanno fatto nulla per fare chiarezza. Il fatto che dopo 30 anni non si conosca il perché della strage, impedisce di archiviare il 2 agosto come un fatto che riguarda la storia. Il 2 agosto riguarda l’oggi perché se non è chiaro chi fu il mandante e il perché, vuol dire che i mandanti operano ancora, che i fini per cui venne fatta la strage sono ancora perseguiti. Vuol dire che la strage sta davanti a noi e non dietro di noi. Fino a quando non sapremo il perché, il 2 agosto non ci sarà una commemorazione della strage ma la strage si ripeterà, anno dopo anno, con tutto il suo dolore. La cronaca politica per altro ci ricorda crudamente che non stiamo parlando di un passato consegnato agli archivi e ai libri di storia: l'attuale Presidente del Consiglio - come è noto - in quegli anni aderiva alla P2, e il suo governo sta attuando senza mezzi termini il piano di "rinascita" di Licio Gelli. Flavio Carboni, figura squallida e complice degli affari di Verdini e Dell'Utri, fu uno dei protagonisti del depistaggio successivo alla strage. In questi mesi si è tornato a parlare delle stragi del 1992 e del 1993: non fu sola Cosa Nostra nel mettere le bombe, ma  era "accompagnata" da quell'intreccio di apparati, uomini di governo, massoneria, destra neofascista, che ha continuato - impunito - a fare affari e ad uccidere. Il ricordo della strage di Bologna è una ferita che sanguina ancora perché non c'è ancora tutta la verità.  E ogni anno si cerca di confondere le acque provando a dare in pasto ai giornali piste estere che, poi alla prova dei fatti, si dimostrano inconsistenti. O di prorogare la scadenza del segreto di stato, come sta avvenendo in questi mesi, per rendere tutto più difficile e nebuloso. Come Pasolini, sappiamo ma non abbiamo le prove. Non ci basta. Noi chiediamo tutta la verità. Per rispetto di quegli 85 morti e quei 200 feriti, per difendere la Costituzione e la democrazia nel nostro Paese. Perché la strage di Bologna è domani.
 
 

Contro il golpe di Marchionne
sabato 31 luglio 2010
(da il manifesto del 31 luglio 2010)
 
Quello che Marchionne sta tentando è un colpo di stato. Nell’’80 Romiti riprese il pieno controllo dello sfruttamento della forza lavoro all’interno delle regole date. Oggi Marchionne vuole cambiare le regole, tutte le regole. Il suo è un disegno costituente a tutto tondo.
 
A livello dei rapporti sociali, dove l’impresa deve diventare una comunità combattente in cui vige il codice di guerra. Come in guerra ogni obiezione è una insubordinazione e come tale da punire con la fucilazione, cioè con il licenziamento. Non è prevista la democrazia in una pattuglia al fronte.
 
A livello statale, perché la Costituzione italiana è fondata sul bilanciamento dei poteri e sul riconoscimento del valore positivo del diritto del lavoro, tutte cose incompatibili con lo “stato di eccezione” dato dalla “guerra” in corso. Lo stato non può essere sopra le parti ma deve schierarsi con l’impresa, che incarna lo spirito del tempo e non può certo essere imbrigliata da norme di responsabilità sociale.
 
 

Il golpe del coniglio mannaro
giovedì 29 luglio 2010
(editoriale da Liberazione del 29 luglio 2010)
 
Come sempre la Fiat segna i tornanti fondamentali della storia del paese. Nel ’69 le lotte operaie aprirono la stagione dell’autunno caldo e del sindacato dei Consigli. Nel 1975 la firma tra Agnelli e Lama sul punto unico di contingenza aprì la strada del compromesso sociale e produttivo su cui si innervò il compromesso politico nell’unità nazionale. Nel 1979 prima e nel 1980 poi la Fiat decise di porre fine a quel compromesso sociale e politico con il licenziamento dei 61 prima e con la messa in cassaintegrazione dei 23.000 poi. E non si dica che questi passaggi riguardano solo il rapporto tra operai e azienda. La Fiat agisce come classe dirigente che si pone il problema di modificare il quadro complessivo del paese, agisce come un partito.  Se volete, per essere più precisi, la Fiat agisce come un comando militare, fortemente centralizzato, che si pone l’obiettivo di sbaragliare le truppe avversarie. Il linguaggio della guerra parla infatti in queste settimane Marchionne, che non a caso si pone l’obiettivo di fare , attraverso un plebiscito prima e un colpo di stato poi, la riscrittura complessiva della costituzione materiale e formale della Repubblica Italiana. A Pomigliano ha cercato il plebiscito, cioè il consenso passivo degli operai sulla distruzione del contratto nazionale di lavoro, sull’aggiramento delle leggi della repubblica e sulla violazione della Costituzione. Gli è andata male e la reazione di Marchionne è stata rabbiosa, da coniglio mannaro qual è:  taglio degli stipendi, licenziamenti politici, ulteriori ricatti sui posti di lavoro.
 
 

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