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lunedì 27 settembre 2010 |
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di Stefano Galieni
«Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì? Ci sono i nomi dei re, dentro i libri. Sono stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?» La metafora contenuta nella splendida poesia di Brecht è stata usata da Oskar Lafontaine come paradigma di quella che forse è la questione delle questioni, quella della proprietà sociale, del controllo dei mezzi di produzione e di cosa si produce, della gestione dei profitti che ne derivano. Il legame con i versi del grande drammaturgo tedesco è nel non essere stati capaci di valorizzare il lavoro come elemento centrale e chi lavora come il reale artefice della produzione. Un punto alto di discussione su cui hanno provato a confrontarsi le esperienze di uno dei fondatori della Linke e del segretario del Prc Paolo Ferrero durante l'incontro che si è tenuto alla festa nazionale della Fds. Di fatto, hanno convenuto i due, è inutile ragionare di come superare la crisi se non si affronta questo tema. Ferrero si è quasi schernito dicendo che moderatamente si sarebbe accontentato di veder introdotta in Italia una solida imposta patrimoniale e ripristinata la tassa di successione, Lafontaine ha replicato che, quando è stato ministro delle Finanze nel governo socialdemocratico, ci aveva creduto.
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lunedì 27 settembre 2010 |
 di Simone Oggionni*
Accade che i Giovani Democratici di Brescia, cioè i giovani del Partito democratico, pubblichino un manifesto dal titolo sontuoso: «Il simbolo di un partito in una scuola pubblica? E' ignobile». Sopra allo slogan e al loro simbolo (che presumiamo sia escluso dal novero dei simboli ignobili a cui è interdetta la frequentazione delle scuole pubbliche) tre facce e tre simboli. Mussolini e il fascio littorio, Hitler e la svastica, Stalin e la falce e il martello.
I problemi sono due, entrambi abbastanza gravi.
Il primo è che i giovani del più grande partito di centro-sinistra del nostro Paese ritengono che i simboli dei partiti, e cioè la politica, debbano rimanere fuori dalle scuole. Pubbliche, specificano, dal che si indurrebbe che invece in quelle private - che il Pd ha sempre, programmaticamente, affermato di volere finanziare - i partiti possono continuare ad entrare. E' una tesi raccapricciante, che fa il paio, senz'altro inconsapevolmente, con l'analoga campagna condotta in questi anni dal Blocco Studentesco (e cioè dagli studenti neo-fascisti) contro la diffusione delle "ideologie" nelle scuole.
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lunedì 27 settembre 2010 |
.png) di Raniero La Valle
Non sono tempi buoni per i disabili. Con una iniezione letale (tre veleni in uno) e "senza complicazioni", è stata uccisa in America Teresa Lewis, condannata alla pena capitale per omicidio. Non importa che le fosse stato accertato un deficit mentale prossimo all'irresponsabilità. L'handicap non è un'esimente, la vendetta deve fare il suo corso, anzi trattandosi di una persona disabile la perdita è minore; qui non funziona la pietosa bugia del "diversamente abile", tutti sono eguali davanti alla vendetta come, per evitare un'altra pietosa bugia, si deve chiamare una giustizia che dà morte per morte.
In Italia, dove grazie a Dio non è questione di dare la morte ma la vita, un assessore alla Cultura e alla Pubblica Istruzione ristabilisce la disuguaglianza dei disabili. Accade a Chieri, comune del torinese, amministrato dalla destra con un sindaco eletto dal Popolo della Libertà sotto il simbolo "Berlusconi per Lancione". L'assessore nominato da questo Sindaco ha dichiarato in Consiglio l'intenzione di escludere i bambini con handicap dalle scuole di tutti. Eppure le "linee programmatiche" dell'Amministrazione del Comune per il quinquennio 2009-2014 promettevano "una Chieri più bella e vivibile, più attiva e partecipe, più solidale e sicura". Ciò evidentemente doveva intendersi per i dotati: quanto agli handicappati, l'assessore dice che disturbano, che invece di studiare passano la mattina a prendere a calci e a pugni il muro, insomma sono una turbativa scolastica e bisogna metterli in ghetti specializzati "per il loro bene".
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sabato 25 settembre 2010 |
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di Paolo Ferrero
Il 29 ottobre, la Commissione Europea presenterà le sue proposte per rafforzare il Patto di stabilità e la “governance economica europea”. Contro questa proposta vi è una mobilitazione dei sindacati europei – salvo Cisl e Uil che non hanno aderito – a cui parteciperemo. Queste proposte prevedono misure draconiane verso i paesi che non rispettino i parametri di Maastricht. Nel caso di sforamenti di bilancio, si prevede di penalizzare i paesi interessati con un durissimo sistema di sanzioni automatiche. Concretamente, l’Italia, che ha un debito pubblico pari al 117% del pil - mentre gli accordi di Maastricht prevedono un massimo del 60% - sarà obbligata a ottenere avanzi primari di bilancio pari al 4% annuo per un periodo che può durare tra i quindici e i vent’anni. Tradotto in italiano significa che le leggi finanziarie fino al 2025/2030 – qualunque sarà il colore del governo - dovranno prevedere un avanzo primario di almeno 60/65 miliardi di euro all’anno. In concreto una massacrata sociale di dimensioni bibliche e lo sprofondo dell’Italia in una crisi economica destinata a generalizzare non solo la precarietà ma la povertà. Se qualcuno pensa che io esageri, in preda ai fumi dell’ideologia comunista, citerò cosa ha scritto il Sole 24 ore, giornale della Confindustria, a proposito di questo progetto: “Basta questo scarno riassunto per cogliere l’insostenibilità politico-economica di un patto draconiano che rischia di ammazzare il malato invece di guarirlo”.
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venerdì 24 settembre 2010 |
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di Dino Greco
Ieri abbiamo dato grande e giustificato rilievo all’accordo stipulato dal sindacato tedesco, l’Ig Metal, con uno dei maggiori gruppi industriali al mondo, la Siemens AG, azienda che opera principalmente nei settori dell’automazione industriale, del trasporto ferroviario, dell’illuminazione, dell’energia, dell’informatica e dell’elettronica medicale. Un gruppo che vanta stabilimenti in 190 paesi del mondo, per oltre 400mila dipendenti e con un fatturato di quasi 80 miliardi di euro. L’accordo - come abbiamo spiegato sul giornale di ieri - prevede l’impossibilità di ricorrere a licenziamenti per riduzione di personale, in presenza di situazioni di crisi, senza che il sindacato conceda il suo nulla osta. Ecco dunque il primo punto di capitale importanza: la sovranità sull’occupazione, in Siemens, diventa materia condivisa, non più soggetta ad atti unilaterali dell’azienda, come quelli che nel 2008 la portarono a licenziare di botto 17mila lavoratori, più di 5mila in Germania.
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