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lunedì 10 dicembre 2007 |
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di Francesco Martone La riunione dei D10 (i dieci ministri della Difesa dei dieci paesi rivieraschi del Mediterraneo uniti nella cosiddetta iniziativa 5+5 , che si sviluppa anche nei livelli sociale e politico e non solo militare) che si terrà a Cagliari il 9 e 10 dicembre 2007 offre lo spunto per una riflessione sui rapporti euromediterranei e su quali possano essere le proposte della sinistra per fare del Mediterraneo un mare di pace e giustizia sociale. E più in particolare sul contributo che possono dare la Sardegna, i movimenti e gli attori sociali sardi nella costruzione di un nuovo rapporto con il Mediterraneo. Come scrivere un progetto di pace e dialogo tra i popoli, di accoglienza e costruzione di una mesoregione multietnica e plurinazionale?
Con il processo di Barcellona, volto alla creazione di un’area di stabilità e pace nel Mediterraneo, l’Europa ha cercato di edulcorare il paradigma neoliberista della costruzione di un'area di libero scambio mediterraneo entro il 2010 con il supporto a processi di democratizzazione, la promozione dei diritti umani e politiche mirate allo sviluppo sostenibile. L’agenda dominante resta comunque quella neoliberista. Se questa è la filosofia di fondo delle politiche europee per il Mediterraneo, come possono essere queste compatibili con il nostro progetto, quello per un'altra Sardegna, imperniata sull’elaborazione e l’applicazione di un modello economico-produttivo alternativo a quello sviluppista? Se si parla della necessità di una politica di coesione sociale, di un nuovo intervento pubblico, di una forma di programmazione economica, per la Sardegna, si dovrà riconoscere l’urgenza di una profonda trasformazione delle priorità programmatiche che l'Unione Europea ha nei confronti del Mediterraneo. Andrà quindi contrastata l’intenzione della UE di costruire un'area di libero scambio entro il 2010, un progetto politico che ricalca negli approcci e nelle conseguenze quelli dell’agenda dell’Organizzazione Mondiale del Commercio o della direttiva Bolkestein.
Un caso su tutti è rappresentato dalla spinta alla liberalizzazione dei mercati agricoli ed dei prodotti ittici. Per un rilancio produttivo ed economico dell’isola si dovrà invece dare centralità alla sovranità alimentare, e non al libero mercato dei prodotti agricoli, che comporterebbe un dumping e l’esternalizzazione di costi sociali ed ambientali. Non solo le politiche europee non hanno portato prosperità, ma hanno anche contribuito a costruire una barriera impenetrabile alla libera circolazione delle persone con il programma Frontex e la militarizzazione delle frontiere, di cui si discuterà anche nel D10.
Le merci sono libere di muoversi da una sponda all’altra le persone invece sono illegali. Secondo Fortress Europe dal 1988 ben 11.245 persone sono morte nel tentative di attraversare la frontiera invisibile del Mediterraneo, di cui 3.964 dispersi. Tutto ciò è incompatibile con una prospettiva di giustizia e pace. Insomma, a dieci anni dall’inizio del processo di Barcellona l'approccio dell'Unione Europea ha dimostrato di essere, se non fallimentare, estremamente inadeguato rispetto alle sfide attuali. Il Mediterraneo è un'area di conflitto, un'area di tempesta, non un'area di benessere collettivo e di pace. Alcuni conflitti regionali rimangono irrisolti, da quello di Cipro a quello Israelo-Palestinese, a quello del Sahara occidentale.
E’ attraverso il Mediterraneo che passano i voli segreti della CIA quelli delle “rendition” è anche nel Mediterraneo che opera la missione Enduring Freedom. E’ nel Mediterraneo che la NATO vuole assumere un ruolo chiave, e Washington vuole costruire il suo Grande Medio Oriente. La nostra sfida dovrà allora essere quella di capovolgere le compatibilità, per costruire un Mediterraneo che sia laboratorio di un nuovo modello di sviluppo più equo, giusto, paritario, ecologicamente sano. Questioni talmente rilevanti da non poter essere lasciate nelle mani di una decina di ministri della difesa rinchiusi in una zona rossa. Francesco Martone - Senatore, PRC-Sinistra Europea
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lunedì 10 dicembre 2007 |
 di Davide Varì E’ scontro al Senato della Repubblica. Al centro di tutto, l’ormai famigerato decreto espulsioni, quello votato poco meno di 48 ore dopo la morte della signora Giovanna Reggiani, aggredita e uccisa a Roma poco più di un mese fa. E’ scontro tra maggioranza e opposizione - uno scontro preliminare visto che i provvedimenti più importanti saranno votati solo oggi - ma, soprattutto, è scontro all’interno della maggioranza stessa, messa sotto scacco dall’ormai famigerata politica delle “mani libere” dei senatori diniani. Una formuletta utilizzata in più occasioni per forzare da destra - e spesso con successo - le posizioni del Governo. Un “vizietto” che, ieri, Rifondazione, ha deciso di stroncare; o quantomeno arginare: «Non è pensabile che questi decidano per una maggioranza intera», è stato lo sfogo del senatore del Prc Fosco Giannini. «Non voteremo un decreto sfregiato in termini di costituzionalità» ha fatto eco il capogruppo Giovanni Russo Spena. Ma prima la cronaca della giornata. Due le defaiance della maggioranza al Senato: la prima sui Centri di permanenza temporanea, - un’impuntatura più politica che pratica visto che i Cpt saranno regolati dalla prossima legge sull’immigrazione Amato-Ferrero -, l’altra su una banale questione procedurale. E’ invece passata, quasi all’unanimità, la norma che prevede il soggiorno di un cittadino comunitario che abbia disponibilità di «fonti di reddito lecite»: in pratica, un cittadino dell’Ue, per evitare l’allontanamento nel territorio nazionale deve indicare di possedere risorse economiche che non siano frutto di attività criminali. Così come è stato approvato lo sconto fiscale dell’80% per l’installazione di telecamere in tabaccai, bar e ristoranti. Il tutto per arginare l’innato senso criminale di rom, romeni e lavavetri. Ma i malumori e le preoccupazioni sono arrivati dalla possibilità che i diniani stoppassero emendamenti ben più sostanziali: quello sul giudice monocratico – non può essere un giudice di pace a decidere le espulsioni era la critica del Prc a quel decreto –, quello relativo alla specificità dei comportamenti ritenuti pericolosi nelle motivazioni dei provvedimenti, e la cancellazione dei riferimenti ai familiari. Impensabile, sempre per rifondazione, l’ipotesi che il reato di un cittadino straniero comportasse l’espulsione dell’interno nucleo familiare. E in questo senso il ministro dell’Interno Giuliano Amato si era impegnato in modo solenne: «Riporteremo il decreto espulsioni entro i vincoli della Costituzione e della direttiva europea». Una dichiarazione pronunciata appena ieri l’altro di fronte ad un Senato al gran completo. Un impegno che aveva «soddisfatto» rifondazione comunista che quel decreto ha sempre considerato un affronto alla civiltà del Diritto. Di lì in poi sono nati una decina di emendamenti della maggioranza destinati a rendere quantomeno accettabile il decreto. Insomma, tutto sembrava procedere per il meglio fino a che i diniani, sempre loro, hanno tirato fuori la già citata formuletta magica: «terremo le mani libere»; il tormentone di questa legislatura, la legislatura dei «poeti morenti». A quel punto rifondazione comunista ha deciso di reagire. Di fronte a quello che viene considerato come l’ennesimo ricatto, hanno fatto sapere che «qualsiasi incidente – intendendo per incidente proprio il possibile ”tradimento” dei diniani – sarebbe stato valutato politicamente». Come dire, se non venissero accolte le modifiche necessarie per riportare il decreto entro l’alveo della costituzione, noi ne trarremo le debite conseguenze politiche. Una dichiarazione che è stata accolta come un vero e proprio ultimatum dagli altri alleati di governo. Soprattutto dopo l’intervista a Repubblica del presidente della Camera Bertinotti in cui si parlava di vero e proprio «fallimento del governo». Un’uscita che in molti, almeno qui in Senato, hanno accolto in modo molto serio. Diniani inclusi. A fine giornata sono stati presentati gli emendamenti richiesti dalla destra. Tutti bocciati. Oggi sarà la giornata decisiva, il banco di prova per il Governo. Sul tavolo la possibilità di estendere la legge Mancino, come da richiesta di rifondazione, e l’impegno di ridisegnare i passaggi più delicati di un decreto a forte rischio costituzionalità. Del resto, l’impressione è che man mano che si va avanti con le votazioni, il decreto legge perda sempre più supporters. Da segnalare soprattutto la presa di posizione del senatore del Pd Gerardo D’Ambrosio, ex pm milanese. Uno vero e proprio sfogo contro un decreto che «andrebbe lasciato cadere» per il suo «carattere razziale». Roma, 6 dicembre 2007 |
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lunedì 10 dicembre 2007 |
 Con la dichiarazione del Ministro per i rapporti con il parlamento Chiti "Abbiamo il dovere di far approvare il pacchetto" il governo si prepara a chiedere la fiducia sul famigerato pacchetto sicurezza. Dopo una difficile due giorni di discussioni e scontri in cui dal Prc era stato messo uno stop alla possibilità di peggiorare il decreto sulla sicurezza, è in elaborazione il testo più fedele a quelle che erano state le mediazione all'interno della maggioranza. Forse alle 21 si voterà quindi la fiducia. Ieri - apertasi la possibilità di una dialettica più fluida grazie alla non richiesta di fiducia, il centrodestra ha presentato numerosi emendamenti. Così, se lo stesso Ministro Chiti aveva misurato nella giornata di ieri la convergenza di tutte le forze politiche sulle norme contenute nel "pacchetto sicurezza", oggi è lo stesso Ministro che si vede costretto a chiudere il percorso di discussione al Senato visto l'ostruzionismo dell'opposizione e a mettere in votazione il testo con le correzione approvate dalle forze di maggioranza. (d.g.) Roma, 6 dicembre 2007 |
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lunedì 10 dicembre 2007 |
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Vogliamo creare alleanze, non ci interessa frammentare e dividere
Domenica scorsa 2 dicembre c’è stata in Fiera a Vicenza una grande giornata di mobilitazione contro la nuova base al Dal Molin. Una serena giornata fortemente voluta da larga parte del movimento, ed in primis dal Coordinamento dei Comitati, alla quale hanno partecipato migliaia di donne e uomini, ragazze e ragazzi, famiglie con i loro bambini. Nel corso della Festa abbiamo presentato a tutti l’iniziativa della Moratoria e lanciato, sotto forma di petizione, una raccolta di firme di carattere nazionale, per allargare il consenso intorno alla nostra lotta. Va detto che la “Moratoria” ha già un qualificato sostegno di associazioni, forze sociali, gruppi di varia provenienza. Vogliamo davvero parlare ed usare un altro linguaggio. Una lingua che richiami parole chiave come: inclusione, libertà, diritti, uguaglianza, non violenza. Per questo chiediamo alle le forze politiche ed istituzionali che in tale linea si riconoscono, di sostenerci facendosi a loro volta promotori della raccolta firme attraverso le loro strutture organizzative. Con la firma chiediamo al Governo italiano che: - convochi entro i primi mesi del 2008 la seconda conferenza Nazionale delle Servitù militari; - decida subito una MORATORIA(sospensione) in merito ad ogni attività volta nel nostro paese a costruire servitù militari, a cominciare dalla nuova base militare Dal Molin di Vicenza; - attivi gli strumenti necessari per ascoltare la voce della popolazione locale: Nel giro di poco più di un’ora, in tarda serata, sono state raccolte centinaia di firme ed altre stanno già pervenendo al nostro sito ed ai siti amici. Il nostro obiettivo è raccogliere centinaia di migliaia di firme sia a livello locale che nazionale; utilizzare quindi la petizione per riportare al centro dell’attenzione la vicenda Dal Molin e la volontà di tanti vicentini e non, appartenenti al variegato movimento per la pace in tutte le sue componenti, dell’associazionismo e tanti comuni cittadini, di continuare a battersi contro la nuova base militare. Sapendo che più si allarga il consenso, maggiori sono le possibilità di successo della mobilitazione stessa. Centinaia di migliaia di firme raccolte in tutto il Paese non potranno che rafforzare il lavoro e l’impegno dei parlamentari che insieme a noi si battono da oltre un anno e mezzo per il comune obiettivo. Per questo domenica non saremo a Roma a contestare: vogliamo creare alleanze, aggregare nuove forze, in parole semplici allargare il consenso, non ci interessa frammentare e dividere. Proprio per questo da qualche tempo non aderiamo più, senza verifiche preventive, ad iniziative promosse da altre anime del composito, articolato e pluralistico movimento No Dal Molin. Vi sono infatti forzature e fughe in avanti, proposte proprio in questi giorni, che rischiano di dividere anziché unire, separare forze ed energie vitali col rischio di indebolire il movimento, e questo, non possiamo permettercelo. Noi continueremo comunque a batterci, a Vicenza e a livello nazionale, affinché il movimento si mantenga largo e plurale. Coordinamento dei Comitati cittadini
6 Dicembre 2007 |
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lunedì 10 dicembre 2007 |
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Certo l'uscita è forte, ma come non si può dare ragione al consigliere comunale, appartenente al partito-stato di Treviso - la Lega - quando auspica l'uso dei metodi nazisti contro gli immigrati. La famosa decimazione (uno di noi, dieci di loro) è poi una semplice equazione che finalmente ristabilisce le proporzioni tra il valore di un italiano puro e questi subumani che si ostinano ad esistere oltre il contratto di lavoro. Bettio, questo il nome dell'accorto politico, non è scevro di conoscenze storiche. Difatti è insegnante in un liceo. Quindi sa anche sicuramente di diritto. Bettio ha un anima ecologista. Si è sempre interessato ai problemi legati allo smog. Forse proprio come i nazisti, comincia a vedere la possibilità di smaltimento dei mefitici gas di scarico. Ecco il vero obiettivo di Bettio, eliminare i gas di scarico e gli immigrati molesti. Un cuore d'oro sotto la camicia verde. (d.g.)
Roma, 5 dicembre 2007
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