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Welfare. Accordo sulla previdenza
lunedì 10 dicembre 2007
Discussione ancora aperta su precarietà e lavoro


Accordo raggiunto a fine mattinata per la parte che riguarda le norme previdenziali del protocollo welfare in discussione a Palazzo Chigi. La trattativa prosegue invece per la parte che riguarda le norme per il mercato del lavoro. All’incontro sono presenti oltre che le rappresentanze sindacali di Cgil Cisl Uil, anche il direttore generale di Confindustria Maurizio Beretta nonché tecnici della stessa organizzazione. I lavori della mattinata sono stati seguiti anche dal vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei.

"I pochi punti di scostamento dal testo del protocollo (l’accordo del 23 luglio, ndr) - ha detto il ministro del lavoro Damiano - sono stati affrontati. Penso – ha concluso -  che la giornata di oggi possa essere la giornata in cui si arriva praticamente alla conclusione".

L’accordo sulla parte previdenziale riguarda la reintroduzione delle quattro finestre di uscita per le pensioni di anzianità, per chi ha maturato i 40 anni di contribuzione, e di vecchiaia. Per entrambe le categorie le uscite sono assicurate almeno fino al 2011, anno in cui la questione sarà ridiscussa.
Quanto all'obiettivo di mantenere almeno il 60% della retribuzione per le future pensioni dei giovani, le parti hanno deciso di trascrivere anche nel ddl legislativo quanto previsto dall'accordo di luglio. Sulle altre due questioni, relative ai lavori usuranti e all'aumento dei contributi dello 0,9%, l'accordo era già stato raggiunto ieri sera con l'eliminazione del tetto di 5mila uscite e, per quanto riguarda i contributi, con l'indicazione che l'eventuale aumento sarà deciso solo se non si otterranno risparmi dal riordino degli enti previdenziali.

"Quando c'è un accordo fra le parti sociali e il governo, verificato da un referendum dei lavoratori, il Consiglio dei ministri è ragionevole che si attenga all'accordo pattuito. Diverso è il caso del Parlamento che ha per definizione la sovranità di decidere”. E’ quanto ha dichiarato il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, nel merito dell’intesa. Il Parlamento, ha aggiunto "è in grado di fare una valutazione che insieme all'apprezzamento favorevole o contrario sull'accordo tenga conto di diversi orientamenti che sono emersi dalla consultazione dei lavoratori, seppure con una posizione minoritaria ma significativa". E' quindi "ragionevole" – ha poi concluso - che "se delle modifiche devono intervenire, sia il Parlamento a farlo perché è indiscutibile la sua sovranità". (amb)




17 ottobre 2007



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PD. Bisogni primari
lunedì 10 dicembre 2007

di Danilo Giorgi

3 milioni e 300 mila persone sono andati a votare alle primarie. Con il 75% all’incirca di preferenze Weltroni risulta essere, ed era scontato, di essere il leader del Pd.
Rosy Bindi attestata intorno al 14%, ed Enrico Letta verso l’11. Il dato premia chi aveva un apparato politico. Questo non è una constatazione innocua visto la crisi, che qualcuno vorrebbe mortale, dei partiti. Anche nelle primarie di due anni fa l’uso cosciente e congiunto della comunicazione e delle organizzazioni anche tradizionali, portò ad una possibilità di partecipazione popolare massiccia. Gazebo, palestre, librerie, associazioni culturali hanno ospitato i seggi dando la sensazione dell’investitura popolare non solo a Veltroni, ma anche all’assemblea costituente del Pd composta da 2.400 membri e che il 27/10 approverà il manifesto e lo Statuto nazionale del Partito.
Si può dire ciò che si vuole, ma quando a muoversi sono oltre tre milioni di persone bisogna comprendere le motivazione che determinano questo fenomeno.
Perché, credo, che domenica è stata offerta una possibilità fittizia di una nuova dialettica tra politica e società, scevra da ogni visione di classe, giocata da un pezzo importante dello stesso personale politico che ha creato l’allontanamento delle persone dalla politica intesa come partecipazione al cambiamento. Veltroni ha compreso queste dinamiche nel profondo e propone un’operazione culturale chiara. Il tentativo di disgiungere il femminismo e il socialismo e arruolare il primo nella cultura del nuovo soggetto politico fa parte di questa operazione. La decisione di parcheggiarsi nel Comune di Roma utilizzandolo come palcoscenico internazionale per costruire un’immagine di se stesso come estraneo al declino della classe politica attuale è un'altra lucida intuizione veltroniana.
Il cavalcare temi cari alla destra come la sicurezza coniugandola mai socialmente, ma sempre come problema d’ordine pubblico asseconda gli impulsi viscerali di una società. Società che piuttosto che individuare nella precarizzazione generalizzata delle relazioni sociali il motivo dell’insicurezza, percepisce sempre più gli stessi effetti della precarizzazione come le cause del disordine sociale ed invoca repressione che puntualmente esponenti importanti dell’Unione – tra cui Veltroni – assecondano, “rubando” terreno alla destra e facendo aderire il proprio elettorato alla norma emergenziale che tutto giustifica.
Gramsci avrebbe parlato di rivoluzione passiva, cioè di quella mutazione di paradigma politico operata dai gruppi dirigenti, magari sulla spinta d’aspirazioni profonde della società, che realizzano, esautorando il protagonismo dei soggetti sociali, determinandone la passivizzazione e insieme sviluppando un’eterogenesi dei fini.
Siamo ad elementi preoccupanti di plebiscitarismo e personalizzazione della politica. Vince la semplificazione e la sua riduzione al governismo.
Per quanto terrà questa situazione? Intanto i pignoramenti delle case per morosità verso le banche con cui si è contratto il mutuo aumentano del 19% - tanto per dirne una. Veltroni sarà chiamato ad affrontare queste contraddizioni e il buonismo non basterà. A quel punto il pericolo di venir raggiunti dalla destra su terreni politici “molto viscidi” è reale.
La sinistra (radicale, unita, alternativa, plurale federata e non) dovrebbe dedicarsi al recupero della politica nella vita quotidiana, della risposta radicale ai bisogni sociali come base costitutiva della propria ragion d’essere, come antidoto all’antipolica e al traghettamento di un importante pezzo della società italiana verso il moderatismo e il nuovismo senza innovazione.
Il 20 ottobre ci sarà una mobilitazione nazionale in cui tanti (speriamo tantissimi) manifesteranno proprio per sollecitare questo Governo sui punti del programma ancora disattesi rispetto ai problemi irrisolti che non ha ancora affrontato. Il fatto che un Governo, a cui tanti e tante hanno dato fiducia con il proprio voto, rispetti il programma elettorale è per esempio, un’importante innovazione.

Roma, 15 ottobre 2007


 
 

Welfare, via libera dal consiglio dei ministri. Sarà collegato alla finanziaria
lunedì 10 dicembre 2007
Approvato il Ddl. Si astengono Ferrero e Bianchi

Come già anticipato da Prodi nei giorni scorsi, il protocollo welfare è stato approvato oggi in Consiglio dei ministri senza unanimità. Il ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero e quello dei Trasporti Alessandro Bianchi (Pdci) si sono astenuti. Mentre quello dell'Università Fabio Mussi e quello dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio hanno espresso un sì con riserva.

“Le modifiche proposte - ha detto il ministro Ferrero - non sono sufficienti, anche se il voto dell'astensione tiene conto dell'impegno assunto dal governo per modificare il pacchetto in Parlamento”.

Tre le modifiche che il ministro del lavoro Damiano ha proposto: i contratti a termine, per i quali sarebbe previsto un solo rinnovo dopo i primi 36 mesi, da stipulare davanti ad un esponente sindacale delle sigle più rappresentative; il tetto ai lavori usuranti (in origine 5.000 l'anno), ma non ci sono variazioni al fondo stanziato, e l’introduzione della «cassa integrazione ambientale» ovvero l’estensione dell'utilizzo degli ammortizzatori sociali anche ai lavoratori delle aziende in difficoltà per crisi ambientali.

“Le congetture di questi giorni sulla divisione del governo sono fuori posto”, ha dichiarato il premier Prodi in conferenza stampa. Il via libera del Consiglio dei ministri al provvedimento sul welfare è stato “favorito anche dal risultato del referendum, al di là delle aspettative” ha aggiunto Prodi. Il disegno di legge - ha poi concluso - può mettere il Paese in linea con la legislazione di altri Paesi europei, più agile e adeguata ai tempi e attenta ai giovani. Insomma, si tratta di un provvedimento che mette allo stesso tempo “ordine e imprime dinamismo al mondo del lavoro”. Il ministro dell'Economia Padoa-Schioppa ha intanto confermato che  “il protocollo sul welfare sarà presentato in forma di disegno di legge alla Camera”, e sarà collegato alla Finanziaria. Ci aspettiamo che rientri nei tempi della sessione di bilancio”. (amb)


Roma, 12 ottobre 2007

Di fianco il testo dell’accordo del 23 luglio, e il testo modificato in data 11 ottobre

 
 

Sicurezza. La sinistra lascia Cofferati.
lunedì 10 dicembre 2007
Rifondazione abbandona la maggioranza. Le sinistre firmano un documento comune per svincolarsi


di Checchino Antonini
Bologna nostro inviato

E il Prc esce anche dalla maggioranza di Palazzo D’Accursio. D’ora in poi si darà fiducia solo alle proposte in linea col programma del 2004. Il lancio d’agenzia, dopo le 2 del mattino, la dice tutta sulla discussione lunga e vera che ha portato il comitato politico federale ad approvare, pressoché all’unanimità, la relazione del segretario Tiziano Loreti con un ordine del giorno che ripete il «giudizio negativo sulle modalità con cui il sindaco Cofferati ha caratterizzato il suo mandato, venendo meno alle promesse di partecipazione» formulate per battere Guazzaloca.

La scelta di Rifondazione (unici no quelli di “Falce e martello” ma ancora più drastici sul giudizio) giunge al termine di un percorso iniziato due anni e mezzo fa, quando l’ex leader Cgil cominciò a porre l’accento sulla legalità con sgomberi di migranti poverissimi, di case occupate e centri sociali, con i divieti alla movida cittadina, le accuse (infondate) di racket ai lavavetri e il rifiuto di pagare il premio di produzione ai dipendenti comunali nonostante ci fosse un accordo siglato dal suo predecessore. Fino alle più recenti scelte politiche di finanziare gli asili privati, senza che ce ne fosse la necessità, cancellando proposte della sinistra – come l’ostello popolare per lavoratori fuorisede – e la prefigurazione di un decennio di grandi opere a base di lavoro precario per una città sempre meno accogliente. Un dato tra tutti, 10mila le matricole in meno all’Università.

E l’ossessione sicuritaria ha fruttato un accordo con An mai discusso con gli alleati e rivelato ieri dai post-fascisti: vigili con lo spray al peperoncino, zona rossa dalle 21 a piazza Verdi, più vigili nel nucleo speciale e più telecamere, fino alla rottura con prefetto e questore che non hanno voluto disperdere nel sangue i cortei non autorizzati dei centri sociali e al pressing sul Viminale per maggiori poteri di polizia ai sindaci-sceriffo (il pacchetto è in votazione domani a Palazzo Chigi, assieme al protocollo sul welfare). «Quando l’unica possibilità è la riduzione del danno le motivazioni della nostra presenza in maggioranza si esauriscono», ha spiegato Loreti forte anche di un documento comune con altri cinque partiti della sinistra (Verdi, occhettiani del Cantiere, Sd, Pdci e perfino lo Sdi) siglato poche ore prima del Cpf per annunciare un patto di consultazione permanente (garante del quale sarà l’ex sindaco Pci della fine degli anni ’60, Guido Fanti) tra forze che ormai non sentono più alcun «vincolo di maggioranza».

«Uscire, di per sé
, non è una soluzione automatica ai problemi ma un atto politico che dice a tutti che il Prc vuole costruire qualcosa di diverso col resto della sinistra», ha spiegato il capogruppo Roberto Sconciaforni dopo aver analizzato il doppio ruolo di Cofferati: capofila dei sindaci-sceriffo e del partito delle maggioranze variabili. Uno dopo l’altro, i consiglieri dell’Altra Sinistra (Sole che ride, Cantiere, Prc, Sd) stanno consegnando le dimissioni dagli incarichi in commissione. Dalla giunta erano fuori già da tempo. Resta il dilemma dell’assessora all’Ambiente del Pdci, Anna Patullo, che ha dichiarato dall’India, dov’è in missione, che resterebbe, «pur senza vincoli» ma Cofferati gli ha fatto sapere che deve scegliere: o lui o il Partito.

Da parte sua ritiene che il problema sia di chi ha sbattuto la porta, minaccia conseguenze nei consigli di quartiere. Intanto la presidente della Provincia lo avverte: lì nessuna crisi. Ma poi ammette, Cofferati, di non avere più la maggioranza - sebbene per un solo voto – e di dover fronteggiare due opposizioni, una di destra, l’altra di sinistra. «Situazione di grande interesse, senza precedenti», dice quasi a parafrasare il Mao del disordine sotto il cielo. Più avanti insisterà: «E’ una fase nuova, potrebbero esserci sviluppi. E tanti. A Bologna, certe volte, le cose capitano prima e con più intensità». Tornare alle urne? «Non ci penso proprio! Continuiamo a lavorare, il resto verrà».

Motore del documento comune delle sinistre sarebbe la parte più radicale, secondo il sindaco, quella che proprio non digerirebbe la legalità. A dettare la linea -«autodistruttiva» - a tutti sarebbe Valerio Monteventi, esponente storico dei movimenti, eletto col Prc a cui non è iscritto. Un vero ingrato perché avrebbe rifiutato un posto di assessore pretendendo di incontrare Cofferati assieme a una delegazione del Prc anziché a quattr’occhi come pretendeva il sindaco. Un messaggio ai settori politici e dell’elettorato che lui ritiene più sensibili all’accusa di estremismo che conclude scommettendo su Monteventi come suo antagonista alla corsa per il posto da sindaco. Tirato in ballo, l’ex operaio della Ducati ammette di essere ingombrante e ostinato ma, dice, «non credo alla logica dell’uomo solo al comando».

Cofferati suppone anche che «a Roma ne avrebbero fatto volentieri a meno della rottura» ma lo smentiscono Michele De Palma, della segreteria nazionale, e il segretario regionale Nando Mainardi del Prc: «Col documento di ieri, le forze della sinistra rafforzano il percorso unitario. Di fronte a un sindaco indisponibile all’ascolto, le sinistre scelgono di ritrovare un rapporto con la città».


(Liberazione, 12 Ottobre 2007)
 
 

Welfare. Prime bocciature dalle grandi fabbriche
lunedì 10 dicembre 2007
Fiat, Iveco e Zanussi portabandiera del ‘No’. Prosegue la denuncia di irregolarità nelle votazioni esterne ai posti di lavoro


di Anna Maria Bruni

Oggi alle 14 si è chiusa la votazione sul protocollo welfare, ma già dalla mattinata il segnale da molte grandi fabbriche era chiaro. Maurizio Zapponi, membro del Prc alla Camera e responsabile dell’area Lavoro economia di Rifondazione, in una nota stampa ha dichiarato: “Nelle grandi fabbriche il No si sta affermando tra il 60 e il 75 % dei voti”, concludendo poi “possiamo dire che si tratta di fabbriche, sia nel nord che nel sud e non solo nel settore metalmeccanico”. I dati definitivi saranno resi noti nei prossimi giorni dalle tre Confederazioni sindacali, ma già oggi alcuni numeri significativi possono dare un quadro della situazione. Gli operai della Fiat Mirafiori, già dallo spoglio dei primi voti si sono espressi in maggioranza per il No all’accordo. Secondo fonti sindacali negli stabilimenti delle ex meccaniche i voti contrari sarebbero 821, i ‘Sì’ 162 e solo 9 tra schede bianche e nulle. Sempre a Mirafiori, nel settore costruzioni sperimentali, su 622 aventi diritto i votanti sarebbero 363 e di questi i No sarebbero 260 e i Sì 103. Alla Iveco, su 2.790 aventi diritto i votanti sono stati 2.164, e di questi i No sarebbero 1.427 , i Sì 708 e 29 le schede bianche e nulle.

Stesso risultato a favore del No fra i 2000 dipendenti della Zanussi di Pordenone, mentre sempre secondo i dati al momento disponibili il Petrolchimico di Gela avrebbe visto una predominanza di Sì: su 1700 aventi diritto, secondo il segretario regionale della Cgil Italo Tripi, hanno votato in 1300, e di questi 1000 sarebbero i voti a favore.  Sempre per quel che riguarda la Sicilia invece non si hanno ancora dati disponibili dallo stabilimento Fiat di Termini Imerese. Fiat, Iveco e Zanussi sono al momento i portabandiera del No. Ed è già una risposta forte al disagio espresso nei giorni precedenti nel corso delle assemblee che hanno preceduto la consultazione, di fronte al quale la politica deve saper dare risposte. Subito dopo quelle assemblee infatti, Franco Giordano, segretario del Prc, aveva espresso la necessità che la politica fosse in grado di raccogliere questo disagio, dichiarando, dopo la consultazione al governo, che “ci sono le condizioni per modificare l’accordo”. A queste dichiarazioni ha poi fatto seguito l’annuncio da parte del ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero di una indisponibilità al voto in Consiglio dei ministri, qualora il protocollo fosse rimasto tale, senza modificare i punti che riguardano in particolar modo lavoro e precarietà. Oggi, subito dopo i primi dati contrari, il Senatore del Prc Russo Spena ha fatto sapere che “solo se  i consensi dei lavoratori al pacchetto welfare supereranno il 70%, Rifondazione Comunista darà il suo assenso”, viceversa, ha proseguito in un’intervista a Nessuno Tv “ci riterremo impossibilitati a votare con la maggioranza e dovremo rivedere tutto l’accordo.

Ma risulta già chiaro da questi primi segnali che una ridiscussione dei punti più controversi risponde a ciò che a gran voce i lavoratori e i pensionati chiedono da tempo, e che sarebbe anche un segnale di coerenza con quanto stabilito nel programma elettorale e con gli elettori.

Il punto che rimane ancora controverso riguarda però tutta quella parte di votazioni che si è tenuta fuori dei posti di lavoro. Già qualche sera fa, durante la trasmissione ‘Porta a Porta’, Marco Rizzo, dei Comunisti Italiani, aveva denunciato, carte alla mano, irregolarità e brogli nelle votazioni. Molte denunce sono inoltre pervenute in questi giorni soprattutto attraverso gli indirizzi mail dei siti sindacali della Fiom, della Rete28aprile ed anche a questo stesso di Rifondazione. In particolar modo le irregolarità sono consistite nel non rispetto del voto segreto, senza registrazione del necessario documento di identità o di qualifica, senza controllo che impedisse la possibilità di votare più volte, o in voti raccolti prima dell’8, giorno di apertura della consultazione. 42 sono le denunce finora raccolte e di cui Giorgio Cremaschi, come Rete28 aprile, in una conferenza stampa tenuta oggi nella sede nazionale della Fiom a Roma, ha dato testimonianza. Denunce di irregolarità, alle quali vanno aggiunge quelle che indicano i casi di forzature e di condizionamento del voto, a cominciare dalle assemblee dove i contenuti del Protocollo non sono stati resi noti, e al loro posto sono stati distribuiti unicamente fogli, in molti casi incollati poi alle urne, che spiegavano ‘perché bisogna votare Sì’. Esemplare al riguardo è una mail spedita da Parma, che Cremaschi ha voluto citare tra le altre, che racconta come una pensionata fosse stata indotta a votare Sì come risposta alla domanda che le veniva posta a voce, se volesse l’aumento della pensione.

Queste denunce saranno regolarmente inviate alla Cgil insieme alla richiesta formale, ufficializzata oggi alla stampa, che il conteggio dei voti sia dapprima scorporato e diviso per categorie, considerando le votazioni tenutesi dentro i posti di lavoro e quelle tenutesi all’esterno, esattamente come avvenne nel ’95 per la consultazione sulla riforma Dini. E per quel che riguarda i voti esterni, la richiesta è che vi sia una verifica dei voti stessi attraverso l’incrocio dei dati voto/identità/qualifica del votante, e solo dopo questa verifica riunificare i dati e avere un risultato finale trasparente al quale poter conformarsi qualunque sia l’esito.  Cremaschi ha poi voluto sottolineare l’importanza di queste denunce, che non c’erano state nel ’95, come un segno di maggiore consapevolezza e di capacità di difesa di un diritto, che è un segnale di vitalità della democrazia come lo sono i fischi e le proteste in assemblea, tanto quanto lo è lo strumento del Referendum, apprezzatissimo dai lavoratori. Le denunce vanno quindi considerate non come un attacco al sindacato, ma al contrario come una forte richiesta di democrazia e partecipazione al suo interno, e come tale devono essere prese in considerazione.

E riguardo allo strumento del Referendum ha poi sottolineato come sia giunto il momento di regolarlo formalmente secondo regole certe, trasparenti e valide per tutti, che evitino il ripetersi di irregolarità e abusi.  In conclusione, il segnale che arriva da questa parte del sindacato è che la misura di una democrazia solida è direttamente proporzionale alla capacità di non abbassare mai la guardia nel conflitto sociale. Un testimone che almeno Rifondazione e i Comunisti italiani hanno raccolto e hanno intenzione di portare venerdì prossimo nella seduta di discussione del Protocollo welfare, in Consiglio dei Ministri.


Roma, 10 Ottobre 2007

 
 

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