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lunedì 10 dicembre 2007 |
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Maggioranza sotto in 7 votazioni, nella notte sì al decreto fiscale. Di Pietro: "Se cade il governo, soluzione tecnica"
Una giornata nera per il governo ieri al Senato, andato in minoranza su ben sette emendamenti. Solo nella tarda nottata è stato poi approvato il decreto fiscale. La proposta del senatore ex Pdci Fernando Rossi (sostenuta dal senatore del Prc Turigliatto) che raddoppia il bonus previsto per gli incapienti (da 150 a 300 euro a beneficiario) è passata con i voti del centro destra e con l’astensione dell’ulivista Amati. Le stime per il provvedimento arrivano a cinque miliardi, perciò farebbero saltare tutti i conti del decreto, che adesso dovrà essere modificato alla Camera e tornare al Senato per essere approvato entro il primo dicembre, pena la decadenza.
Nonostante i voti drammatici, il governo ha comunque deciso di non ricorrere alla fiducia ma di affidarsi alla sua maggioranza. "La fiducia non la metto al Senato – ha detto Prodi - ma la chiedo ai leader della maggioranza mettendoli di fronte alle loro responsabilità". Che evidentemente non sono così sentite, poiché alcune sue componenti hanno votato con l’opposizione in più circostanze. In mattinata è arrivata infatti la prima bocciatura, grave, su un emendamento che prevedeva lo scioglimento della Società per il Ponte sullo Stretto di Messina: i dipietristi hanno votato contro e con loro si è schierata l'intera l'opposizione alla quale si sono aggiunti due esponenti della costituente socialista, e si sono astenuti Emilio Colombo, i diniani e la Svp. Dalla maggioranza si sono levate accuse durissime nei confronti di Di Pietro, anche perché quello è stato il segno più concreto di uno sfarinamento.
Dopo un'ora la maggioranza è andata di nuovo sotto sulla scuola per la Pubblica amministrazione, con i voti decisivi dei diniani, e subito dopo su altri due emendamenti minori. Una situazione drammatica con una mole enorme di emendamenti ancora da votare e con una maggioranza appesa a due voti dei senatori a vita Colombo e Montalcini (Andreotti si è in genere astenuto). Ma la fiducia, appunto, non è stata posta, secondo il ministro Chiti per ragioni di correttezza, secondo il collega Mastella per non incappare in una bocciatura che sarebbe stata fatale. Ma la determinazione di Prodi a richiedere compattezza ha continuato ad essere presa sotto gamba. In tarda serata il governo è andato ancora sotto per tre volte, per un voto. La votazione finale ha visto 158 sì contro 155 no. (amb)
26 ottobre 2007
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lunedì 10 dicembre 2007 |
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Asianews pubblica le foto di un monaco ucciso. “E intanto la comunità internazionale non trova strumenti efficaci”
di Anna Maria Bruni
Le notizie, frammentarie che arrivano dalla Birmania, raccontano solo torture e massacri. La polizia birmana ha circondato i monasteri buddisti del Paese per impedire manifestazioni nell'ultimo giorno della quaresima buddista.
L'agenzia del Pontificio Istituto Missioni Estere ha deciso di diffondere sul web le immagini di un monaco assassinato prese in segreto in un obitorio e fatte pervenire a Roma. «Sono le foto della vergogna. Vergogna per la Giunta, che proprio oggi diffonde alle telecamere di tutto il mondo il suo goffo tentativo di riconciliarsi con i monaci buddisti, costringendoli ad accettare doni. Vergogna per l'Onu e la Comunità Internazionale, che non trova strumenti efficaci per garantire la democrazia a un popolo che l'ha scelta da tempo. E vergogna per noi, che al di là di qualche sussulto, abbiamo pensato che in fondo si tratta solo della soppressione di alcune manifestazioni, quando invece si tratta di un sistema che uccide, ammazza, schiavizza».
La fonte anonima che ha recapitato le immagini lancia un appello: “Il mondo sappia che c'è bisogno di molto più che una semplice condanna di questi bastardi della giunta”.
Ieri la leader dissidente birmana, Aung San Suu Kyi, ha potuto incontrare per la prima volta un membro della giunta militare al potere da 45 anni. Ma subito dopo le forze di sicurezza hanno moltiplicato la loro presenza in particolare attorno alle pagode di Shwedagon e di Sule a Rangoon, i due riferimenti più importanti per l’avvio delle manifestazioni di protesta dei monaci.
26 ottobre 2007
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lunedì 10 dicembre 2007 |
 Lo slogan della piazza: “Contratti subito e meno precarietà”
Centomila statali sono scesi in corteo a Roma questa mattina per protestare contro il mancato inserimento nella legge Finanziaria delle risorse per la copertura dei contratti 2008-2009 e contro l'aumento della precarietà nella pubblica amministrazione. Per le organizzazioni sindacali, allo sciopero generale di otto ore hanno aderito circa l'80% dei lavoratori.
"Lottiamo contro la Finanziaria che colpisce il lavoro pubblico", è l’esplicita denuncia dello striscione d’apertura. Il corteo si è diretto a Piazza San Giovanni dove i tre leader di Cgil Cisl e Uil, Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti hanno tenuto un comizio.
Il leader della Fp-Cgil Carlo Podda ha dichiarato: "Un milione e mezzo di dipendenti di Enti locali e Sanità attendono ancora la chiusura del biennio 2006-2007", perciò lo slogan "meno precarietà più contratto" è stato il più esemplificativo della protesta .
Il segretario confederale della Cisl Gianni Baratta ribatte sul tema della carenza di risorse per i contratti degli statali: "Vogliamo che il governo si assuma la responsabilità di rispettare il contratto perché non è possibile che il più grande datore di lavoro non dia il buon esempio".
E il rispetto degli accordi è sollecitato anche dalla Uil. "Il governo cambi rotta. Vogliamo il rispetto degli impegni presi, la salvaguardia dei diritti contrattuali, una pubblica amministrazione di qualità che contrasti la precarietà e offra veri servizi ai cittadini" dice il segretario confederale Paolo Pirani.
I dipendenti pubblici dovranno votare il rinnovo delle Rsu tra il 19 e il 22 novembre.
Domani sarà la scuola a scioperare e scendere in piazza: "Non c'è alcun intervento per la pubblica istruzione", dicono i sindacati. "Continua invece la politica delle riduzioni degli organici". (amb)
Roma, 26 ottobre 2007
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lunedì 10 dicembre 2007 |
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Lunedì pomeriggio, a Roma, un'assemblea aperta
di Piero Sansonetti
Ma non eravamo noi del "20 ottobre" quelli che dovevano fare cadere il governo? Furio Colombo, su l'Unità , ha scritto un articolo nel quale, addirittura, accusava Giorgio Cremaschi e me di essere diventati marionette al comando di Berlusconi. "Passati al nemico", come dicevano una volta gli occhiuti tribunali del popolo. Scriveva che abbiamo fatto tutte le mosse giuste per far cadere Prodi e ridare il potere a Berlusconi. Vedi che fessi (o peggio...). E invece ieri abbiamo passato il pomeriggio per capire se il governo lo avrebbe fatto cadere il centrista Dini, coi suoi tre seguaci, oppure se sarebbe saltato per la rissa tra il centrista Mastella e il centrista Di Pietro, che hanno posizioni politiche molto simili - e lontanissime da quelle che abbiamo espresso nella manifestazione del 20 ottobre - ma ritengono uno che l'altro sia un delinquente e l'altro che l'uno sia un analfabeta. Da ieri non si parlano più. Al consiglio dei ministri il povero Enrico Letta deve fare la spola e l'interprete.
C'è poco da scherzare. La distanza tra la politica del Palazzo (i ragionamenti di Colombo, Mastella, Di Pietro, Dini e altri) e la forza di quella manifestazione - scusate se lo facciamo notare - davvero è abissale. Su un lato della scena c'è il punto più alto della politica di massa, costruito sulla partecipazione, sull'impegno, sulla passione politica di centinaia di migliaia di cittadini, e su una piattaforma che mette sotto accusa il precariato - il precariato economico, sociale, umano, personale - scelto dalle classi dirigenti come modello per la società dei prossimi anni; e sull'altro lato della scena c'è questo spettacolo che esalta la politichetta, i personalismi, il "poterismo" senza contenuti. Cosa vuol dire "poterismo"? E' quella idea, diffusissima, secondo la quale la politica è un affare per gruppi dirigenti che - seguendo certe regole, o infrangendole - si dividono tra loro i posti di potere e le burocrazie. Il centrosinistra, negli ultimi tempi, è stato invaso dal poterismo, ne è condizionato e conquistato. E rischia anche di venirne travolto. Per questo molti leader del centrosinistra - non tutti per la verità - non sono riusciti, fino all'ultimo minuto, a capire cosa fosse il 20 ottobre. Continuavano a chiederci: ma questo corteo dà forza a Giordano o a Diliberto? E' voluto da Bertinotti o da Vendola? E' temuto da Mussi o da Pecoraro? Non c'era modo di spiegargli che la politica talvolta è un po' più complicata.
E infatti il 20 ottobre è stata una gigantesca operazione di politica - di politica grande - perché ha ridato anima e riconoscibilità al popolo della sinistra e ha proposto una idea forte di unificazione tra le sue anime, tra la sua gente e i suoi punti vista. O forse non esattamente di unificazione, ma di alleanza. E state attenti, le sue anime non sono i suoi partiti o i suoi gruppi, ma sono il movimento operaio, il femminismo, l'ambientalismo, il movimento dei gay, il pacifismo, le comunità resistenti. Cioè correnti ideali e politiche che rappresentano principi e interessi e contraddizioni assai diversi tra loro, e spesso confliggenti tra loro, ma che hanno trovato una ipotesi di unità nella comune battaglia contro il potere, e contro le gerarchie, e contro le tante e spietate forme di moderno dominio.
Ieri, un gruppo di noi promotori del 20 ottobre, si è incontrato per vedere come dare un seguito a quella manifestazione e all'opera unitaria che ha messo in moto. Abbiamo deciso di convocare una assemblea che si terrà lunedì prossimo alle 17,30 nella sede di "Carta", a Roma, alla quale invitiamo le varie realtà che hanno partecipato, o che hanno apprezzato la manifestazione, o che comunque vogliono discutere e "fare" insieme a noi. Ci siamo detti che l'obiettivo che ci poniamo è quello di rimettere in movimento meccanismi di democrazia dal basso - cioè di democrazia - che vadano oltre i confini della sinistra, con la convinzione che il problema è quello di restituire a tanta gente lo spazio e il diritto di fare politica.
Noi siamo sicuri che questo nostro lavoro e questa nostra discussione possono affiancare l'impegno dei partiti e delle associazioni che stanno lavorando per gli stati generali della sinistra unita (proprio oggi è previsto un incontro dei segretari dei quattro partiti della sinistra). Senza sovrapposizioni, né tantomeno contrapposizioni. E crediamo che non ci sarà più una sinistra né una società dove le persone e i loro diritti, individuali e collettivi, vengono prima delle merci e delle oligarchie, se ciascuno non farà adesso la sua parte.
(Liberazione, 24 Ottobre 2007)
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lunedì 10 dicembre 2007 |
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E’ il risultato di ‘Sos impresa’, decimo rapporto della Confesercenti
90 miliardi di euro di fatturato. Questo è il risultato del giro d’affari della mafia, con il quale raggiunge il primato d’impresa in Italia. E’ quanto afferma il rapporto della Confesercenti “Sos impresa” presentato ieri a Roma alla presenza del viceministro dell’interno Marco Minniti e del vicecapo della polizia Nicola Cavaliere.
Il rapporto supporta con dati e cifre il condizionamento esercitato dalle organizzazioni criminali di stampo mafioso nel tessuto economico del Paese attraverso estorsioni, usura, furti e rapine, contraffazione e contrabbando, imposizione di merce e controllo degli appalti.
"Dalla filiera agroalimentare al turismo, dai servizi alle imprese a quelli alla persona, agli appalti, alle forniture pubbliche, al settore immobiliare e finanziario la presenza si consolida in ogni attività economica, tanto che il fatturato del ramo commerciale dell'Azienda Mafia si appresta a toccare i 90 miliardi di euro, una cifra intorno al 7% del pil nazionale, pari a 5 manovre finanziarie, 8 volte il mitico 'tesoretto'", dice il rapporto.
“Commercianti e imprenditori subiscono 1300 fatti reato al giorno”, sottolinea lo studio, "praticamente 50 all'ora", mantenendo inalterata nel tempo la propria forza e la propria strategia: scarsa esposizione, consolidamento degli insediamenti territoriali tradizionali, capacità di spingersi oltre i confini regionali e nazionali, soprattutto per quanto riguarda il riciclaggio e il reimpiego. Un modus operandi che vince ancora sul sistema legale.
Secondo il rapporto inoltre il coinvolgimento diretto delle organizzazioni criminali sta pretendendo una limitazione del pizzo per privilegiare l’imposizione di merci, servizi, manodopera ed eliminare la concorrenza.
"Nei cantieri sotto controllo mafioso si lavora e 'basta', i diritti sindacali non esistono, le norme di sicurezza sono un optional", dice il rapporto, che fa anche il nome di grandi imprese indicate dagli inquirenti per l'esser scese a patti con i criminali. Impregilo, Italcementi e Condotte spa le aziende citate, delle quali peraltro le prime due, con un comunicato stampa, hanno immediatamente dichiarato la propria estraneità.
I commercianti taglieggiati oscillano intorno ai 160.000, ben oltre il 20% dei negozi italiani, con un fortissimo radicamento al sud. In Sicilia sono colpiti l'80% dei negozi di Catania e Palermo. "E poiché ciascuno... s'indebita con più strozzini le posizioni debitorie possono essere ragionevolmente stimate in oltre 450.000, ma ciò che è più preoccupante è che almeno 50.000 sono con associazioni per delinquere di tipo mafioso finalizzate all'usura".
Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, nel corso di un’intervista a Gr Parlamento ha dichiarato che contro la mafia serve ''più coraggio''. ''L'omertà sopravvive tra i commercianti, - ha detto Grasso - lo dimostra il confronto tra i dati diffusi da Confesercenti, e il numero delle denunce che arriva alle forze dell'ordine, tra 4 mila e 5 mila all'anno”. Per questo - ha concluso - l'unica via da seguire per i commercianti è quella della denuncia, corale, di massa''.
Secondo Grasso, inoltre, il problema è che ad un'economia ''prettamente mafiosa sopravvive una rete sommersa, che sfugge a qualsiasi controllo, che evade ogni fisco e che lavora con profitti illeciti in campi legali e che alla fine crea un inquinamento dell’economia. Finché non si comprende bene questo meccanismo - ha aggiunto – sarà difficile uscire da questo sistema diffuso. Bisogna far funzionare meglio tutti quegli strumenti contro il riciclaggio che esistono, contro la circolazione del contante''.
Il procuratore ha poi aggiunto che ''chi lavora nel mondo dell'imprenditoria sa bene che è difficile competere con un imprenditore che non paga contributi previdenziali ai lavoratori, o che li paga meno del limite contrattuale, che non ha da pagare la tangente o il pizzo perché è parte di un sistema criminale. Ecco, in questo sistema l’impresa mafiosa gode di vantaggi che costringono le altre aziende del mercato a scomparire''.
Infine, riferendosi all'appello che qualche settimana fa Confindustria ha rivolto a tutti coloro che cedono al ricatto: “fuori dall’associazione chi paga il pizzo”, Grasso ha dichiarato che ''Si tratta di qualcosa di epocale e bisogna continuare su questa strada”. “Già ci sono molti esempi di commercianti che sono riuniti e combattono il pizzo, come a Palermo fanno i ragazzi di ‘Addio Pizzo’, mettendo in crisi quelle aziende che pagano il pizzo favorendo quelle che non lo pagano”, ed ha poi concluso che “Occorre unire una posizione etica a quella di convenienza e utilità per mettere in crisi questo sistema''. (amb)
23 Ottobre 2007
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