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La manifestazione contro Bush e l'autonomia del movimento dal quadro politico
venerd́ 07 dicembre 2007
di Alfio Nicotra, responsabile nazionale Dipartimento Pace e Movimenti Altermondialisti Prc

 

George Bush sarà accolto dal popolo della pace come è, ormai da tempo, accolto nel suo Paese: con proteste e manifestazioni di massa. Lo facciamo per farlo sentire a casa, per fargli capire - con tutte le guerre e le distruzioni che ha seminato in questi anni nel mondo - che non esiste nessuna isola felice, nessun strapuntino del pianeta in cui possa passeggiare senza che gli siano ricordate le sue tragiche responsabilità.

Gli opinionisti dei grandi quotidiani italiani già stanno affilando le armi per gridare contro la sinistra irresponsabile che antepone la piazza alle esigenze del governo, oltre che riavviare il disco rotto dell'antiamericanismo. Con una variante su cui si soffermano in questi giorni per creare intorno all'appuntamento pacifista la solita dose di paura e di "al lupo al lupo" : la spaccatura del movimento in due.

E' una "variante" destinata a durare poco e funzionale solo ad enfatizzare supposte "zone rosse" e la blindatura di Roma. In verità ciò che li irrita  non sono tanto  i nostri compagni Casarini e Bernocchi- che legittimamente espongono in modo hard la loro piattaforma- ma il fatto che a riempirsi sarà una piazza di tanta gente che ha votato per l'Unione e con essa forze politiche che chiedono finalmente una vera svolta di pace. Insomma si teme, dal loro punto di vista con perfetta ragione, il formarsi di una "massa critica" nella pubblica opinione, nella società e in una parte della sfera politica, indisponibile ad arruolarsi alla strategia di guerra permanente anche se mascherata dietro gli appellativi di umanitaria e di pace.

Dopo la grande e partecipata manifestazione di Vicenza, in molti hanno lavorato per minare la capacità del movimento della pace di essere maggioritario nella società italiana e di depotenziarne la sua influenza anche nella sfera, ancora purtroppo in larga parte separata, dell'olimpo della politica. La forza del movimento sta nella sua autonomia dal quadro politico. Così è stato fin dal '98 quando contestammo la guerra del Kosovo anche con il sostegno di forze sociali che, allora molto più di oggi, erano legate a precise forze politiche del centrosinistra che era, lo ricordiamo, al governo con Massimo D'Alema. Così è stato per il grande movimento mondiale contro la guerra all'Iraq che ha costretto anche esponenti politici come Piero Fassino - che nella manifestazioni pacifiste per sua stessa ammissione "si sente a disagio"- a scendere in piazza. Per non parlare del grande movimento inglese contro la guerra e alla sua capacità di portare sul palco decine di deputati del partito di Blair  e non vivere questo affatto come una propria contraddizione ma al contrario una contraddizione del campo avverso.

Una parte del movimento ha deciso che il 9 giugno bisogna scendere in piazza non solo contro Bush ma anche contro il governo Prodi. E’ una decisione legittima, che non va criminalizzata e il diritto di manifestare deve essere garantito senza “zone rosse” o divieti pregiudiziali. Il problema è semmai il profilo di autonomia del movimento dal quadro politico, la capacità di non essere solo testimoniale e di  costruire alleanze per spostare i rapporti di forza . L’autonomia un movimento la esercita in due direzioni : contro le derive filogovernative ma anche  contro il suo opposto. Il “governo” non può essere il cuore del ragionamento, il centro intorno al quale ruota tutto. Chi scende in piazza il 9 giugno a Roma si pone “oggettivamente” contro la scelta dell’Italia di accettare una nuova base Usa a Vicenza, di rimanere nel pantano afghano, di non tagliare le spese militari, di accettare lo scudo stellare statunitense, di scegliere un riarmo dissanguante per le casse dello Stato come l’acquisto dei nuovi caccia F35. Un movimento autonomo dal quadro politico vivrebbe questo dato “oggettivo” come uno straordinario elemento di forza perché destinato a sparigliare le carte e a spostare anche la politica. Purtroppo dietro la logica che spinge alle due piazze si ragiona più da partito che da movimento. Non è solo, è c’è in molti proclami e interviste di questi giorni, la vecchia malattia settaria della sinistra che il compagno che mi è più vicino è il nemico peggiore oltre che un “traditore”. C’è un calcolo tutto partitico dietro l’idea di “approfittare” della venuta di Bush per palesare un punto di non ritorno rispetto alle pratiche e al modo di concepire il movimento per la pace. Con tutta sincerità mi pare un progetto di corto respiro che rischia di condannarsi alla marginalità. Se da un lato il movimento non deve fare sconti a nessuno - e la piattaforma per L'Altra America e contro le guerre di Bush non lo fa in alcun modo – penso che ci sia un “bene comune”, lo spazio pubblico del movimento,  che dovrebbe essere alimentato e curato da tutti i soggetti che ne sono parte. Meglio sarebbe una piazza sola anche con voci diverse. Ma se saranno due piazze si provi a non giocarle contro e a tenere la barra dritta sui contenuti. Perché i governi sono transitori mentre il movimento dei movimenti è destinato ad attraversare per decenni tutta la nostra epoca. Il “camminare domandando” non è solo una efficace frase del subcomandante Marcos, ma un attitudine mentale che non va dismessa al sorgere delle prime difficoltà e contraddizioni.

 

Roma, 24 maggio 2007
 

 

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