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lunedì 10 dicembre 2007 |
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Signor Presidente, voteremo a favore della fiducia solo per non far «scattare» la mannaia dello «scalone» Maroni, che impone a molte lavoratrici e a molti lavoratori un salto brusco di tre anni nell’attesa della pensione. Voteremo, dunque, per un vincolo sociale. Altri hanno giocato sulla pelle dei lavoratori con i loro intrighi di palazzo e di potere. Noi siamo anche moralmente diversi da loro. Non votiamo per un vincolo politico: quel vincolo si è dissolto da quando il Governo ha scelto di seguire poteri esterni alla sua maggioranza, fino a creare un’imbarazzante quanto inaudita messa in mora del Parlamento. Perché questa fiducia? Siamo stati e siamo critici in merito alla proposta di riforma dello «scalone», perché alla fine è stata accettata la filosofia della destra sull’aumento dell’età pensionabile. Siamo stati ancora più critici sul tema della precarietà. Eppure, signor Presidente, abbiamo rispettato il responso del referendum e, con responsabilità, abbiamo lavorato per migliorare quel testo su entrambi i fronti. Vi è stato un voto comune unitario di tutta la coalizione. Avete cambiato il testo in cui si tutti riconoscevano con un gesto autoritario, figlio di una cultura neocorporativa. Lei pensa che saranno contenti quei lavoratori che hanno votato «sì» al referendum, pensando di essere compresi, facendo tre turni, tra i lavoratori usuranti, mentre scopriranno di essere stati beffati? Chi manda a spiegarglielo in un ospedale, in una fonderia o alla Mirafiori? Ci va lei, Ministro Damiano? Ci va il senatore Dini? Pagherei il biglietto per assistere! La verità è che lì non vi sarà il pubblico di Ballarò ad applaudire. Chi manda a spiegare alle ragazze e ai ragazzi che, durante la campagna elettorale, hanno investito con tanto entusiasmo su un’alternativa al modello di precarietà di Berlusconi, che non c’è praticamente limite ai contratti a termine e che, tra un contratto a termine, un contratto interinale e altre «diavolerie», essi possono trascorrere tutta la vita senza essere mai stati stabilizzati? Glielo spiega Bombassei? Luca Cordero di Montezemolo? Signor Presidente, lei forse ha equivocato le nostre parole, quando abbiamo affermato che il presidente di Confindustria guadagna almeno quanto mille dei suoi dipendenti: non volevamo certo affermare che il suo voto vale più di quello di tutti i lavoratori italiani. La malattia di questo Governo non risiede solo nella risicatezza dei numeri al Senato, ma in una perdita di autonomia verso Confindustria: lo si è visto a proposito del cuneo fiscale, dell’IRAP, dell’IRES e, oggi, della precarietà. Non siete liberi: quando la politica non è libera, è una politica morta. Dove sono in quest’aula tutti coloro che, quando difendevamo gli interessi previdenziali dei lavoratori, ci dicevano che le priorità erano i giovani? Il Partito Democratico ha qualcosa da affermare in proposito e sul futuro dei giovani? Non vi dice nulla quanto sta succedendo in Francia? È coerenza quella delle forze sindacali che oggi chiedono l’accettazione integrale del Protocollo e domani sono pronte a negoziare proprio su quel testo? Il modello di sviluppo che propone Confindustria porta questo Paese in un vicolo cieco: bassi salari, bassi livelli formativi, precarietà generalizzata. Inseguire loro nella contrazione del costo del lavoro e nella competitività di prezzo ci consegna una marginalità e non crea un’alternativa economica di qualità e di valorizzazione ambientale, mortificando risorse intellettuali e condannando i giovani a una precarietà esistenziale. Presidente Prodi, non si occupi di Rifondazione Comunista e della sua unità: su questo tema ha già avuto modo di sbagliarsi nel passato. Si occupi del fatto che, negli ultimi cinque anni, i lavoratori dipendenti hanno perso ogni anno 1.900 euro, in media, del loro potere di acquisto. Si occupi dei sette milioni di lavoratori sotto i mille euro, la maggior parte precari. Si occupi dei centomila giovani che, ogni anno, migrano dal sud ai tanti nord del Paese, in situazioni di totale precarietà e di insicurezza nelle loro prospettive: altro che retorica sulla famiglia! Faccia rinvenire un po’ di risorse finanziarie con il recupero del fiscal drag e, a proposito di tasse, detassi gli aumenti contrattuali, così da facilitare lo sblocco dei contratti nazionali, che proprio Confindustria si ostina a non chiudere. Nel Paese vi è una crisi sociale che non vedete, per inseguire le giravolte dei voltagabbana di turno. Così non si può andare avanti. Vi chiediamo formalmente tutti quanti, tutta la sinistra, per gennaio, una verifica politico-programmatica. Il programma con cui ci siamo presentati alle elezioni non esiste più: è pura archeologia industriale. Il 20 ottobre un milione di giovani e di lavoratori vi hanno chiesto di cambiare, con uno spirito unitario e una passione straordinaria: quel popolo e quei giovani non si meritano ciò che accade. Da quella verifica impegnativa dipenderà la nostra collocazione politica: non illudetevi, al primo posto di tale verifica vi è proprio il tema della lotta alla precarietà, vi sono le questioni dirimenti della pace e della guerra, il tema del disarmo, la formazione, la ricerca, l’alternativa ambientale, i diritti civili - che, in virtù di veti di settori della coalizione, sono passati nel dimenticatoio - i diritti dei migranti, quelli della democrazia e, in particolar modo, della democrazia parlamentare, che oggi subisce uno smacco bruciante. Ella lo ha sentito: lo chiede tutta la sinistra, un terzo della sua coalizione. Si è definitivamente chiusa una fase.Bisogna cambiare, cambiare l’agenda e le priorità del lavoro e del Governo. È l’ultima, e neanche certa, possibilità per ricostruire un rapporto con quella parte del Paese che non ce la fa più. Basta uscire fuori da questo palazzo o da quello qui a fianco per capire che il problema non è la tensione tra diplomazie della politica (sarebbe ben poca e misera cosa); è un problema di rapporto con una parte significativa e dolente della società, quella che non riuscite a vedere: i precari, la condizione operaia e tanta parte del lavoro dipendente. Noi non sprecheremo più un’occasione, cercate di non sprecarla voi, perché questa è proprio l’ultima. Franco Giordano |
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lunedì 10 dicembre 2007 |
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Antonio Ferraro – responsabile sport PRC La Coni servizi Spa, società costituita nel 2002 su spinta del “creativo” Tremonti, è divenuta una vera e propria azienda privata gestita dagli stessi vertici dell’Ente Coni, dando origine ad una confusione tra controllori e controllati, come è stato rilevato anche dalla Corte dei Conti nel 2005. Una azienda che dichiara di aver appianato i debiti accumulati durante la crisi dei giochi a pronostico grazie ad una politica riorganizzativa di ottimizzazione del sistema, senza chiarire che ciò è avvenuto solo grazie ai cospicui finanziamenti statali e dopo aver dismesso patrimoni immobiliari ritenuti “non strategici” e allontanato migliaia di lavoratori attraverso prepensionamenti e mobilità, riducendo significativamente l’organico. A questo si aggiunge, poi, che la Coni Servizi Spa oramai è arrivata ad essere una “creatura autonoma” in mano a pochi privati, che non risponde più alle esigenze del mondo sportivo ma agli interessi di quelle lobby che gravitano attorno allo sport. Lo stesso piano industriale per il triennio 2007-2009 stabilisce un ordine di marcia che va verso il completamento del processo di privatizzazione della struttura, che, ricordiamolo, ha come azionista unico il Tesoro. In sintesi, si rafforzano le società satellite sulla medicina dello sport, sull’impiantistica e sulla gestione informatizzata dei vari comitati, e si prevedono passaggi di centinaia di dipendenti alle federazioni sportive, con conseguenze drammatiche in termini di tutela lavorativa. Parallelamente si procede con assunzioni di lavoratori precari, mal pagati, da parte di coni spa e federazioni. Se si prende il bilancio 2006, inoltre, leggiamo che l’associazione sportiva dilettantistica “Circolo del tennis a.r.l.”, che gestisce parte del Parco del Foro Italico e che ha come Presidente, Vicepresidente e consigliere di amministrazione, gli stessi Petrucci, Albanese e Pagnozzi (assurdo!), ha registrato una perdita di 103.000 euro, superiore al capitale iniziale di 100.000 euro concessogli dalla Coni Servizi Spa, che, non contenta, le dà altri 350.000 euro (naturalmente parliamo sempre di denaro pubblico). Un’associazione solo per personaggi d’elite, con quote improponibili e che non offre possibilità di accesso alla cittadinanza. Per tutti questi motivi il PRC si è schierato da subito al fianco dei lavoratori contro queste manovre che ne minacciano la via professionale e che, allo stesso tempo, ostacolano la promozione e la diffusione dello sport in Italia. L’ultimo atto è stata la presentazione in commissione Cultura della Camera di un emendamento alla Finanziaria, firmato dai rappresentanti di tutti i gruppi del c-sx, che prevede la liquidazione della Coni Servizi Spa e il passaggio di tutti i dipendenti e dei beni mobili e immobili all’Ente “Pubblico” Coni. Un atto che è stato immediatamente osteggiato dai vertici dell’azienda, che con pressioni squallide e ai limiti della legalità hanno cercato di affossarlo prima ancora che arrivasse nella fase di discussione; in pratica ne hanno chiesto l’inammissibilità per questioni di “economicità”, come se non fosse vero il contrario. Ma fortunatamente il tentativo non è riuscito e ieri mattina (martedì) l’emendamento è stato approvato anche in discussione. Adesso l’iter continua e lotteremo fino in fondo per ottenere la liquidazione di questa struttura inutile e dannosa per lo sport italiano. Questo per noi è un passaggio importante verso la costruzione di una riforma organica del sistema sportivo, che rafforzi un servizio sportivo pubblico rivolto a tutte e a tutti, abbandonando la consuetudine di utilizzare soldi pubblici per scopi privatistici. Ci aspettiamo anche dal Ministero delle attività sportive un sostegno nei confronti di questa operazione parlamentare, condivisa unanimamente dalla maggioranza e parte della minoranza. In particolare, la Ministra Melandri dovrebbe chiedere alla Coni Servizi Spa di sospendere, almeno fino al 31 dicembre, il passaggio di transizione dei lavoratori presso le federazioni sportive, associazioni di diritto privato, che comprometterebbe i futuri interventi a favore degli stessi. per ulteriori informazioni e approfondimenti www.unaltrosport.it/
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lunedì 10 dicembre 2007 |
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di Danilo Giorgi Esiste un problema "laicità" di questo governo. Non solo verso il Vaticano, ma anche verso Confindustria. Il testo del protocollo su welfare e lavoro, su cui è stata imposta la fiducia, ritorna alla sua forma originaria, su cui si era votato con un referendum tra lavoratori e pensionati. Anzi, peggiorata: la possibilità di trasformare i contratti a tempo determinato in tempo indeterminato dopo 36 mesi, è affidata alla contrattazione delle parti sociali. Vale a dire che non è più un diritto soggettivo. Un testo che da subito si era attirato l'ostilità di alcuni pezzi imoprtanti di questa Italia sempre più precaria e della "terza settimana". Si torna a quel testo che riduce quasi a zero le modifiche chieste da Rifondazione e da tutta la sinistra. Grazie al ricatto di Dini - che subito aveva interpretato i sentimenti del ventre molle del padronato italiano. Ma lo schiaffo non è a Rifondazione. Lo schiaffo lo prendono in faccia il milione di persone che il 20 ottobre animarono una Roma senza molti vaffanculo grilliani, ma con tanta voglia di politica, di partecipazione e di contare. Di quella politica che potrebbe incidere positivamente nelle condizioni di vita delle persone in carne ed ossa e che ci si aspetterebbe da un governo come quello dell'Unione. Ed è inutile richiamare il programma con cui questo governo si è fatto eleggere. Quel governo non esiste più. Esiste un governo sensibilissimo alla necessità del padronato italiano di mantenere sotto il tallone di ferro i lavoratori e scongiurare ogni forma di redistribuzione di reddito innanzitutto, ma anche di futuro visto che 4 milioni di precari continuano a non poter contare sulla certezza della loro condizione lavorativa. La possibilità di utilizzare il lavoro a chiamata anche solo per lo spettacolo e il turismo è un'altro schiaffo in pieno volto a chi è costretto a legare la propria possibilità di lavoro ai picchi stagionali. Si aprirà a gennaio - assicura Giordano - la verifica sul governo. Intanto rimane l'onta della fiducia per un provvedimento che poteva riaprire una discussione sulle condizione di vita di molte persone in questo paese. Con il mal di pancia evidente grazie a quei 10 deputati che avevano espresso la loro contrarietà alla richiesta di fiducia al ddl, rifondazione ancora una volta si fa carico di mantenere in piedi il governo Prodi. "Abbiamo deciso di restare legati ad un vincolo con il nostro elettorato, altrimenti a gennaio entrerà in vigore lo scalone Maroni» spiega Elettra Deiana. Boselli annuncia «da domani mani libere» ed esprime la sua insoddisfazione per quanto uscito dall'incontro con Prodi. E aggiunge: «il governo si è rimangiato l’impegno assunto al Senato sull’indennità di disoccupazione ai co.co.pro.». «Ancora un tradimento nei confronti dei lavoratori. Siamo insoddisfatti. L’accordo sul welfare è un passo indietro», dice Pino Sgobio capogruppo del Pdci a Montecitorio. Augusto Rocchi, capogruppo di PRC in Commissione Lavoro alla Camera, dice che «ora si apre un problema politico". Si apre però anche un problema sociale. 28 novemmbre 2007 |
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lunedì 10 dicembre 2007 |
 Secondo gli inquirenti le intercettazioni accusano i vertici di allora di ‘essere a conoscenza dei fatti’
di Anna Maria Bruni
Notificati gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari, il capo della polizia al tempo dei fatti del G8 Gianni De Gennaro, l’allora questore di Genova Francesco Colucci e il funzionario Spartaco Mortola hanno venti giorni di tempo per presentare memorie difensive. Trascorso questo periodo la Procura potrà chiedere il rinvio a giudizio per i tre. Gli inquirenti, messe agli atti le intercettazioni delle telefonate intercorse tra Colucci e Mortola (De Gennaro non è mai stato intercettato), ritengono che vi siano elementi sufficienti a dimostrare che i massimi vertici dell’interno erano al corrente dell’irruzione alla Diaz durante i giorni del G8. Irruzione per la quale sono tuttora sotto processo 29 tra agenti e superpoliziotti, che con ogni probabilità cadrebbero insieme ai vertici per effetto domino.
Dopo la verifica della falsa attribuzione delle bottiglie molotov ai ragazzi presenti nella scuola, la Magistratura aveva aperto una nuova inchiesta nella quale ha richiesto le nuove intercettazioni. E sono quelle che accusano l’ex questore Colucci di falsa testimonianza, quando durante la conversazione dice “Ho parlato con il capo. Devo fare marcia indietro”, affermazione che peraltro coinvolge anche De Gennaro. Il capo, appunto. La conversazione, come le precedenti dichiarazioni rese in aula sulle quali Colucci sostiene di dover modificare quanto detto in sede processuale, ruotano intorno alla presenza alla Diaz.
Esattamente il punto dirimente sul quale si chiede la commissione d’inchiesta: qual è stata la catena di comando che ha permesso l’operazione cilena alla Diaz la notte del 21 luglio 2001. Aspettiamo di capire se, trascorsi questi venti giorni, si potrà fermare questo passaggio di palla fra i responsabili dell’ordine pubblico nei giorni di Genova, che descrive paradossalmente un vuoto di responsabilità nel quale può accadere un colpo di mano fascista e sanguinario e dove, come abbiamo visto finora, nessuno ha la responsabilità dell’omicidio di un ragazzo.
Roma, 27 novembre 2007
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lunedì 10 dicembre 2007 |
 di Anna Maria Bruni
Mentre il testo del Protocollo è in discussione a Montecitorio, si riaccendono le polemiche politiche, che tutto fanno meno che chiarire il merito delle questioni in gioco. Dini con i suoi accoliti aspetta la legge al varco del Senato, l’opposizione canta il disaccordo del governo, la Confindustria, per bocca di Montezemolo, dichiara che se il testo non viene approvato così come è stato firmato è la fine della concertazione, e l’elenco potrebbe continuare.
Che il parlamento sia un organo democratico dove è possibile rimettere alla discussione punti di merito che migliorino una legge, sembra essere diventata una questione di nessun conto. Si tratta solo di tagliare corto, approvare un testo già siglato dalle parti a luglio e votato dai lavoratori con una consultazione. Insistere per tirare in ballo questioni come il “diritto di precedenza” per i contratti a termine, o il superamento del tetto per i lavori usuranti oltre che riguardare una questione sociale drammatica, riguarda la coerenza con il programma stilato dall’intera coalizione. Eppure sia il rispetto del programma, sia la discussione in parlamento, sembrano essere due cose del tutto ignorate.
Il segretario del Prc Franco Giordano, intervenendo sul 'Sole 24 ore' in risposta a Dini, lo rileva con chiarezza, contestando che possa non essere discusso a Montecitorio il testo modificato in commissione: “Come dovremmo infatti intendere il lavoro fatto unitariamente dai parlamentari? Come un vaniloquio? – si interroga Giordano, e prosegue – E quale sarebbe il ruolo del parlamento? Quello della ratifica e del passacarte? Quale cultura democratica è questa? Mi pare piuttosto una logica autoritaria e neocorporativa”. Inoltre, entrando nel merito delle modifiche, Giordano ricorda come alcune delle modifiche proposte in commissione, come i vantaggi fiscali alle imprese artigiane, siano state proposte dall’opposizione e poi dal Pd, che non sono propriamente estremisti.
Altrettanto pertinente l’affondo del Presidente della Camera Bertinotti che, nel corso dell’intervista rilasciata a Radio24 questa mattina, ha detto "Vorrei vedere in faccia uno che mi spiega che sia ragionevole che un accordo stretto a livello extraparlamentare tra governo e parti sociali debba diventare legge sostanzialmente sospendendo la possibilità di dibattito e di modifica del Parlamento. Si può fare, ma denota la crisi del sistema politico italiano". Rilevando peraltro come sia sorprendente che non si senta il dovere di discutere di fronte a salari di mille euro al mese.
Porre la fiducia quindi vuol dire scavalcare a piè pari la sostanza dei problemi, che è la sostanza della politica. E’ un’estema ratio, che non può che rimandarci alla crisi della politica. Ed è una sconfitta della politica, per quanto tutti la attribuiscano alla “sinistra radicale”. Ma anche i socialisti, che avevano chiesto l’indennità per regolarizzare 1 milione e 800mila co.co.pro, non sono soddisfatti. Boselli, che definisce “insoddisfacente” l’incontro con Prodi, annuncia che i socialisti a questo punto hanno le “mani libere”.
Bertinotti ha intanto sollevato la possibilità “di restituire il testo alla Commissione per un esame supplementare alla luce delle novità”. Un atto di rispetto verso il Parlamento che ha approvato modifiche ora respinte.
Il testo approvato finora va oltre il Protocollo del 23 luglio e oltre il testo modificato dalla Commissione lavoro della Camera, ed è in definitiva ulteriormente peggiorativo rispetto all’accordo iniziale. Sui lavori usuranti, sul precariato e sul tetto delle 80 notti per definire il lavoro ‘usurante’, bocciate le proposte migliorative della Commissione, resta la formulazione iniziale. Per quel che riguarda la trasformazione del contratto a termine in definitivo dopo 36 mesi, la decisione è rimessa alle parti sociali. Restano le eccezioni su lavoro congressuale e turistico per il job on call, mentre rimane l’abrogazione dello staff leasing.
Roma, 27 Novembre 2007
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