Gruppo di studio e ricerca sul patriarcato
Presentazione di Linda Santilli
Questo gruppo di lavoro fa riferimento all’area Nuovi diritti e poteri costituzionali di cui è responsabile Imma Barbarossa come componente della segreteria nazionale del PRC.
Esso coinvolge uomini e donne iscritte/i e non iscritte/i, interessate/i ad approfondire i temi della politica declinandoli a partire da una lettura di genere della realtà.
Ci siamo soffermate a lungo sulla scelta del nome da dare a questo gruppo, valutando anche altre ipotesi: ad esempio gruppo maschile/femminile/plurale, gruppo di lavoro di genere, ed altri simili che facevano direttamente riferimento al posizionamento che desideriamo assumere in questo percorso. In fine la scelta è andata su una dicitura che esprime in modo ancora più chiaro e limpido quello che ci preme mettere a fuoco: il patriarcato, il patriarcato contemporaneo postmoderno globalizzato neoliberista. Il posizionamento che assumeremo sarà quello della differenza sessuale, per una ragione lampante nella sua ovvietà, cioè per il nesso stesso esistente tra patriarcato e differenza sessuale.
Alcune premesse
La differenza sessuale viene considerata comunemente un attributo solo delle donne. Tutto ciò che attiene alla riflessione filosofica storica politica antropologica in merito al genere è cosa di donne.
Invece le differenze sessuali sono (almeno) due: la differenza sessuale maschile e la differenza sessuale femminile, due differenze biologiche originarie su cui è stata eretta una gigantesca costruzione storica culturale sociale simbolica a cui diamo il nome di patriarcato.
Questa costruzione presiede alla storia pubblica e privata dell’intera umanità e continua ad essere l’aspetto fondativo del mondo in cui viviamo, con una propria caratteristica: la straordinaria capacità di riattualizzarsi irrobustirsi reinventarsi continuamente nel corso dei secoli, in tempi di pace e di guerra, di prosperità economica e di crisi, di conservazione e di rivoluzione, di dittatura e di democrazia.
Una capacità che non ha eguali neppure con il capitalismo.
Su questo terreno complesso di ricerca e analisi si sono misurate le femministe, per cercare di sbrogliare la matassa ingarbugliata della storia, alla ricerca di una qualche traccia di presenza femminile, scoprendo in fine che il soggetto che ha interpretato, agito, dato nomi e significati al mondo riconosciuti pubblicamente è stato solo uno. E scoprendo da qui, a cascata, altre cose, ad esempio che la propensione propria della politica a rivolgere lo sguardo “fuori di sé” seguendo il movimento unidirezionale del dentro-fuori, non prevedendo che possa accadere, come invece nella vita accade, anche il movimento contrario in un circolo continuo e infinito, ebbene che questa propensione tanto consolidata da apparirci naturale non nasce dal nulla, come sappiamo. Essa ha radici lontane, che le donne rintracciano nelle fondamenta stesse del pensiero occidentale, quando il logos viene separato per sempre dal corpo, assumendo il primo tutti i significati più positivi possibili e immaginabili, incarnati nel maschile, e il secondo tutti i significati più negativi possibili e immaginabili, incarnati nel femminile.
Questa scissione della vita dalle sue forme, che è diventata il pilastro su cui è stata eretta la storia di tutta l’umanità, ha avuto e continua ad avere una sua ragion d’essere che ci riguarda e che è intrinsecamente connessa al patriarcato e all’ossessione maschile del controllo del corpo riproduttivo femminile. Ossessione che è andata assumendo nel corso dello svolgimento della storia vari volti, riadattandosi e modellandosi straordinariamente fino ai giorni nostri, contando sulla forza della sua pervasività in tutte le sfere della vita. È dunque la frattura dei corpi dai loro pensieri, della natura dalla cultura, dei sentimenti dalla ragione, del personale dal politico (dove il primo termine, inessenziale, è relegato alla sfera privata del biologico, il secondo, essenziale, a quella pubblica), su cui ha potuto solidificarsi il patriarcato, il substrato resistente che giustifica il fatto che le donne vengono storicamente private della possibilità di autodeterminarsi e di essere artefici del proprio destino e della storia come cittadine. Donna=natura=corpo riproduttivo=differenza; uomo=cultura=logos=uguaglianza: come sappiamo l’identificazione/assimilazione di questi termini tra loro, suggellata dalla modernità, dà significato negativo alla differenza opponendolo a quello positivo di uguaglianza, poiché differente è SOLO il corpo riproduttivo femminile. Il maschile, identificandosi con il logos, nega il proprio corpo sessuato, dunque la propria differenza (la propria differenza sessuale), e assurge a Logos-Cogito-Uno-Assoluto-Universale, tutti principi che nella tradizione filosofica occidentale sono assimilabili tra loro.
Questo impianto (di valori, di significati, di categorie, di modi di procedere del pensiero) consegnato dalla modernità all’epoca contemporanea, persiste nonostante e dentro la società “liquida” postmoderna, come se nel profondo ci fosse una crosta dura, su cui evidentemente continua a trovare radicamento una nozione di differenza ridotta a sinonimo di inferiorità, così come l’idea di differenza sessuale come attributo esclusivamente femminile.
Il partire da sé multiplo
Vi fu in passato una iniziativa all’interno del PRC promossa dal Forum delle donne che coinvolse donne e uomini iscritte/i e non, interessate/i a ragionare sui temi della politica mettendo a valore la parzialità dei punti di vista maschile e femminile, criticando il falso universalismo astratto neutro maschile, con la convinzione che tale lavoro di decostruzione fosse una delle leve potenti per comprendere/cambiare il mondo: politica, economia, relazioni sociali, sessualità, lavoro, intimità, noi stesse/i.
Accingendoci a costituire un nuovo gruppo di lavoro ho voluto ricordare questa esperienza poiché in fondo noi oggi muoviamo dalle stesse premesse di fondo di allora, e forse anche da qualche consapevolezza in più.
La premessa fondamentale resta il bisogno che avvertiamo di portare fin dentro il cuore del partito, e in tutti i luoghi della politica che frequentiamo comunemente, elementi di contraddizione, rivelatori dei limiti della sinistra (assumendone ovviamente tutto il peso) per tentare di stimolare un percorso di analisi e riflessione che sia realmente innovativo, e che per essere tale deve fare i conti col il nesso che esiste tra sinistra, cultura/e della sinistra, forme della politica di sinistra e patriarcato. Questo è un aspetto che ci sta a cuore particolarmente.
Dire che vogliamo tentare di affrontare aspetti tralasciati dalla politica, quindi anche da quella della sinistra più critica e innovativa, sarebbe in un certo senso fuorviante se per “aspetti della politica” intendessimo questioni, temi, specificità, problematiche magari femminili da mettere in agenda su cui intervenire (la casa, la scuola, il welfare, il lavoro, eccetera), ma la scelta del nome che abbiamo dato al gruppo sgombra il campo da qualsiasi equivoco.
L’aspetto della politica a cui facciamo invece riferimento dovrebbe riguardare più propriamente la riflessione sul rapporto tra forma e contenuto, tra sguardo e oggetto dello sguardo, tra soggetto e oggetto della trasformazione, qualcosa che dunque sta a monte e precede qualsiasi ragionamento, piattaforma, programma politico, chiarendo in che rapporto noi che vogliamo cambiare il mondo stiamo dentro il mondo e ne siamo attraversate/i, noi che vogliamo cambiare la politica stiamo dentro la politica e ne siamo attraversate/i. Chiarendo che le forme di potere patriarcali, così come qualsiasi forma di potere, non solo agisce contro di noi, ma attraverso di noi. Quando parliamo di patriarcato dunque, di critica al patriarcato, di decostruzione del patriarcato, di necessità di disarticolare un impianto culturale e di valori organico ben preciso, sappiamo che non si tratta di opporsi e contrastare un potere esterno e sovrastante, ma ciò che è dentro di noi e che noi stesse/i agiamo, alimentiamo, produciamo.
In questo senso ci serve una analisi “a partire da noi”: uomini, donne, di sinistra, eccetera.
Parafrasando Maria Luisa Boccia si tratterebbe non di pensare la differenza, ma di pensare differente, cioè pensare attraverso la differenza, riconoscendola, assumendola, dando ad essa voce. Fare insomma lo sforzo di posizionarci consapevolmente nei luoghi che ci appartengono e che sono irriducibilmente nostri (un corpo sessuato maschile o femminile o in transito…, che è bianco o nero o giallo, eccetera) iniziando di lì un lavoro di decostruzione. Essere donne o uomini, donne o uomini bianche/i piuttosto che nere/i, europee/i piuttosto che asiatiche/i, con un corpo che ha subito mutilazioni genitali, o un aborto, o porta una protesi, o che non può deambulare, che è giovane o vecchio: da questi luoghi dobbiamo parlare, perché da questi luoghi effettivamente parliamo.
Assumere questo posizionamento delle differenze multiple che ci attraversano-che noi siamo, dice il mondo, e lo dice in un modo scardinante rispetto all’impianto patriarcale che vogliamo riconoscere/decostruire, sapendo oramai che non si può smantellare la casa del padrone con gli strumenti del padrone. Il gruppo di lavoro sul patriarcato nasce da questa consapevolezza, che è insieme punto di partenza ed orizzonte.
Queste ed altre domande
Ci sfuggono oggi gran parte dei processi di cambiamento in atto: ciò che permane del passato e ciò che è morto per sempre. Viviamo in bilico tra due epoche con immaginari contraddittori e ambivalenti. Il rischio è di non trovare le parole per rappresentarci la realtà in divenire in cui uno dei dati più evidenti è l’erosione proprio di quei margini rigidissimi che separavano nettamente sentimento e ragione, privato e pubblico, riproduzione e produzione, dentro una dinamica perversa di assimilazione e neutralizzazione del primo termine nel secondo, del femminile nel maschile.
Quale lettura profonda fare allora del patriarcato contemporaneo?
Dire che esso continua ad essere l’ossatura del mondo non basta.
Ci sono punti di domanda che restano aperti, che forse vanno riformulati, ampliati, e che hanno a che vedere con la potenza pervasiva di questa costruzione storica sociale e culturale, che si rigenera sia sui miti inquietanti dell’appartenenza, dell’etnia, dell’identità totalizzante, della forza, sia sul mito postmoderno dell’azienda globale intesa come comunità.
Quale nesso c’è tra patriarcato e guerra? Tra patriarcato e nuovi fondamentalismi, nazionalismi, eurocentrismo, etnocentrismo? Sono domande di fondo importanti, su cui però manca completamente una elaborazione da parte del PRC, come della sinistra in generale, compreso il movimento dei movimenti, e su cui si sono invece interrogate le femministe pacifiste in questi anni.
Con quali volti ambivalenti il patriarcato si manifesta oggi al tempo stesso in chiave arcaica e postmoderna, fino a convivere, anzi a trovare linfa vitale dentro quello stesso processo di acquisizione di forza delle donne, dentro e dal cuore stesso dell’emancipazione femminile, al punto da inglobarne e metabolizzarne tutta la portata dirompente, spiazzante e potenzialmente “rivoluzionaria” ?
Quali nuovi meccanismi di potere nasconde la femminilizzazione della società, la femminilizzazione del maschile?
Quale è la costruzione dei generi che si va determinando e come da qui si ridisegnano i rapporti sociali tra uomini e donne e questi a loro volta ridisegnano il mondo?
Sono queste le domande con cui intendiamo misurarci nel nostro percorso, posizionandoci in un contesto dato e autosignificato (differenza sessuale, collocazione sociale, provenienza geografica, culturale, eccetera) per riconoscere la parzialità del nostro sguardo, ma anche per considerare quel contesto dato un campo privilegiato di azione/osservazione, il solo di cui disponiamo per altro. Significa ad esempio “partire” da un paese come l’Italia dove l’ingerenza del Vaticano sembra irrefrenabile, per problematizzare ulteriormente piuttosto che semplificare, per indagare sul gap esistente tra il bisogno indotto di “sacro” emerso negli ultimi tempi, di cui i pellegrinaggi al cospetto della salma di Paolo Giovanni lo scorso anno sono stata la prova più evidente, sulle politiche di attacco all’autodeterminazione femminile e al corpo delle donne, sulle campagne di propaganda subdola per convincere le donne a fare i figli, dunque sulla rimonta della mistica del materno, e su come tutto ciò convive con la sottrazione femminile concretissima ad essere madri, visto che le donne italiane sono le ultime al mondo in quanto a mettere al mondo figli.
In fine
Il nostro percorso dovrebbe articolarsi attraverso incontri, riunioni allargate, momenti di confronto, approfondimenti seminariali, cercando il più possibile di coinvolgere quante e quanti, anche dentro il PRC, avvertono l’urgenza di confrontarsi, prendere parola, approfondire, insomma uscire dal silenzio, a partire da qui.