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Pakistan. Un altro Bhutto alla guida del Partito del Popolo


Il figlio di Benazir si candida ufficialmente. Il Paese nel caos       
       
       
Il centro del Pakistan è Garhi Khuda Baksh, un villaggio nel distretto di Lariana, provincia meridionale del Sindh. Qui, nel grande mausoleo di famiglia dei Bhutto – un’imponente costruzione bianca che ricorda il Taj Mahal – si sono svolti i blindatissimi e affollatissimi funerali di Benazir, arrivata chiusa in una semplice bara di legno chiaro.

Nel Paese la tensione è altissima. Da ieri sera i sostenitori del Partito del popolo pachistano (Ppp), di cui la Bhutto era a capo, stanno mettendo a ferro e fuoco tutto il Sindh, da Karachi a Hyderabad: auto bruciate, uffici pubblici dati alle fiamme, treni assaltati e incendiati e soprattutto violenti scontri con la polizia, che ha ricevuto l’ordine di sparare a vista. Il bilancio delle violenze è per ora di almeno 32 morti.
 
Il figlio diciottenne della Bhutto ha nel frattempo reso ufficiale il suo ingresso in politica alla guida del partito del popolo. Il governo provvisorio pakistano, guidato dal primo ministro Mohammadian Soomro, ha confermato in un primo momento le elezioni parlamentari previste per l’8 gennaio, per poi procrastinarle fino a marzo.

In via di definizione anche la posizione degli Stati Uniti: benedire la mera prosecuzione del regime di Musharraf – che però ora ha tutto il Paese contro e quindi potrebbe rivelarsi altamente instabile – oppure scaricarlo e puntare sul meno compromesso generale Ashfaq Pervez Kiyani, recentemente nominato capo dell’esercito pakistano su indicazione del vicesegretario di Stato Usa, John Negroponte. Nelle ultime settimane, Kiyani ha diligentemente eseguito gli ordini di Washington scatenando una massiccia offensiva militare contro i talebani delle aree tribali, dimostrando così la propria affidabilità come alleato dell’Occidente. Ma, proprio per questo, Kiyani è malvisto dalla potente ala integralista dell’esercito e dei servizi segreti pakistani, quella legata ad Al Qaeda e coinvolta nell’assassinio della Bhutto.

La messa fuori gioco di Musharraf,  legato a questa fazione, provocherebbe una pericolosa spaccatura nell’esercito e un concreto rischio di guerra civile.

Il figlio di Benazir si presenta dunque come una possibilità di tentare quell’equilibrio che gli Usa avevano definito con  la rimessa in gioco della Bhutto. (amb)


31 Dicembre 2007




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