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Bertinotti: «Il 20 ottobre per l'unità della sinistra. Riconciliamoci col popolo»


Intervento alla festa dell'Humanitè a Parigi

Ivan Bonfanti
Parigi nostro inviato

Al parco della Cournevue la festa de l'Humanitè fa impressione. Uno si aspetta un raduno in sordina, il popolo del Pcf col muso lungo e in giro tanta depressione per la batosta alle presidenziali, e invece a Saint Denis è un fiume in piena. Nei pratoni della tradizionale Féte, dedicata quest'anno a la France qui resiste! , in tre giorni sono arrivate 600mila persone. Soprattutto giovani, appollaiati su una distesa di tende e camper o già intenti a fumare qualche aperitivo psichedelico. Intorno è uno sciamare di famiglie e ragazzini, drappelli di anziani dalle campagne uniti alle ragazzine alternative e ai punk nell'assalto allo stand dell'Alta Savoia che alla mezza serve una coppia per fegati navigati: Bordeaux e Raclette. Altro che tristezza, la Féte de l'Huma è un calderone festoso, un appuntamento tradizionale dove il popolo della sinistra si ritrova unito.

Se ne accorge subito il presidente della Camera, che trova la sponda ideale per iniziare la riflessione sulle Sinistre in Europa, cioè il titolo del convegno per cui è venuto alla periferia di Parigi, invitato dai comunisti francesi che si preparano al congresso straordinario che dovrebbe aver luogo a dicembre. Fausto Bertinotti arriva alla Fète de l'Huma e in parecchi lo riconoscono, qualcuno lo ferma e scatta la foto ricordo, altri chiedono una battuta o spiegano agli ignari: regarde, il-y-a Bertinottì . «A giudicare da un ritrovo del genere si direbbe che il Pcf è un partito dal 20 per cento, con una presenza e un radicamento sociale di massa», commenta il presidente della Camera. «Invece se è vero che questa gente continua a costituirsi come popolo della sinistra, è altrettanto innegabile che al momento delle elezioni, quando si vota, la sinistra fa una grande fatica. E' certo un effetto del voto utile, ma è un simbolo evidente del diaframma che c'è oggi tra l'insediamento sociale del tuo popolo e il voto, un segno della generale e profonda crisi della politica». Una crisi che chiama direttamente in causa la sinistra, secondo le riflessioni che corrono nell'Agorà de l'Humanitè, l'affollata pazza che ospita il dibattito tra Bertinotti, Lothar Bisky, segretario della nuova formazione unita della sinistra tedesca Die Linke, e il presidente del Gue-Ngl al Parlamento europeo, il francese Francis Wurtz. «La sinistra in Europa - spiega Bertinotti - si trova oggi di fronte a una sfida che è forse la più difficile della sua storia, se non sapremo dare delle risposte a rischio c'è la nostra stessa esistenza politica e un pericolo più generale per la democrazia».

Tuttavia non è lo spettro di una risposta autoritaria nella forma classica che inquieta il presidente della Camera. «Più che altro c'è un rischio tecnocratico, l'eventualità che la protesta conduca al populismo, la perdita di identità, la percezione che i partiti siano tutti uguali e quel fenomeno, che non è difficile riscontrare nel Nord Italia, di una stessa persona che magari può criticare da sinistra l'accordo sul welfare, applaudire Grillo e poi votare Lega». Incalzato dai cronisti sull'exploit del comico Beppe Grillo applaudito anche al festival dell'Unità, Bertinotti rilancia: «I vuoti della politica si colmano, poi però i materiali con cui li si colma possono essere buoni o cattivi. In ogni caso è la politica, che attraverso la sua autoriforma, deve trovare il modo di riconciliarsi con il popolo».

Cercare le risposte, non nascondersi nella battaglia «per dare al mondo la prospettiva di un socialismo del XX secolo», ricostruire l'unità delle sinistre anti-liberali partendo «dalla critica sul lavoro, che anche quando non c'è rimane comunque un fattore identitario per il nuovo capitalismo, che tramite il concetto di lavoro valorizza se stesso ma colonizza anche il corpo e la mente delle persone». Bertinotti cita anche Marx e strappa applausi: «La spoliazione del lavoro attuale è senza precedenti; il lavoro non è mai stato così socializzato e i lavoratori non sono mai stati così soli».

La parola unità richiama anche il percorso in atto nel nostro Paese, evoca il corteo del 20 ottobre. Ci andranno divise, le sinistre? Fausto Bertinotti ci crede poco, anzi: «Staremo a vedere, sarà la piazza a fare la prova del budino e confido che Sinistra democratica sarà largamente presente». In ogni modo «la sinistra andrà d'accordo prima, durante e dopo. Anche perchè l'idea dell'armata macedone che è stata tanta parte dell'idea organizzata della sinistra, ha fatto il suo tempo». Dunque, «anche una stessa formazione politica ora bisogna pensarla più come ad un arcipelago piuttosto che come ad un monolite».

Bertinotti di fronte alla platea francese rivendica con orgoglio il percorso di Rifondazione. «Abbiamo fatto delle grandi innovazioni culturali anche realizzando delle rotture difficili con parti della nostra storia. Abbiamo incontrato altre culture da cui abbiamo imparato tanto: il femminismo, l'ecologismo, il pacifismo. Fino ad approdare con un lungo e difficile dibattito alla cultura della non violenza come logica di partecipazione per il cambiamento del mondo, e io penso che la Sinistra Europea debba proseguire su questo cammino, senza dimenticare il tema centrale del lavoro senza la quale la sinistra non esiste».

Proprio la Sinistra Europea, che si appresta al Congresso di novembre dove Bertinotti lascerà l'incarico alla presidenza (probabilmente a favore di Bisky), è un esempio di «un nuovo modello di arcipelago». Ma guai a dimenticare che la sfida è complessa e vitale. Ricorda Bertinotti, interrogato da una signora sulla partecipazione di Rifondazione al governo. «Io credo che se la sinistra scegliesse in modo aprioristico di non andare al governo, si condannerebbe ad essere sempre minoritaria». Anzi: «In Italia la sinistra alternativa sarebbe stata cancellata se non avesse contribuito a sconfiggere Berlusconi». Al tempo stesso però, se volesse stare al governo a tutti i costi, smetterebbe di essere sinistra». Insomma la partecipazione non deve essere la questione più importante, deve esserlo il« come». Come «vincere la guerra contro il precariato, i bassi salari, il degrado dello stato sociale e contro un'economia di rapina verso le persone e l'ambiente. Non perdiamo, la sinistra non esiste più».


(Liberazione, 18 settembre 2007)



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