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20 ottobre. Rinaldini: «Sinistra rinnovati, unisciti e scendi in piazza»
Parla il segretario della Fiom: «Quella del 20 ottobre è una mobilitazione promossa dal basso. E se così sarà, è indubbio che apre un processo, spinge nella direzione di aggregare la sinistra. Altrimenti le scelte le imporrà Montezemolo»
di Stefano Bocconetti
Forse perché abituato ad essere nell'occhio del ciclone, la domanda lo disturba un po'. «Mi chiedi se ci ho ripensato? Se mi è venuto qualche dubbio leggendo le polemiche sui giornali? E perché mai dovrei ripensarci? Per qualche battuta strumentale, fatta solo in funzione di manovre politiche? Ma smettiamola... Io sono convintissimo che la manifestazione del 20 ottobre sia un fatto importante, positivo». Gianni Rinaldini è il segretario della Fiom. Cioè la Cgil dei metalmeccanici. Cioè la più grande organizzazione fra i lavoratori produttivi. E lui ha subito aderito all'appello di Liberazione , de il Manifesto e di quindici intellettuali per un corteo il sabato successivo alle primarie del piddì. «Ti ripeto: lo trovo un passaggio importante».
Perché? Con uno slogan: è importante perché mi sembra che così si dia un senso all'iniziativa della sinistra. Sì, insomma: penso che la manifestazione sia un modo per provare a definire un'agenda, per provare a scrivere gli impegni di lavoro della sinistra.
Veramente per scrivere un'agenda non ci sarebbe bisogno di organizzare un corteo. Fammi finire. Stavo parlando proprio di quest'argomento. Io penso che sia importante anche il "come" si scrive un'agenda. Insomma: il 20 ottobre è un modo per evitare che la sinistra fissi la sua scaletta di priorità nel chiuso di una stanza. Invece, così, lo potrà fare misurandosi col suo popolo, coi suoi elettori. Lo farà aprendosi ad una vera partecipazione.
Sembra esserci un problema, però. La sinistra democratica ha espresso diversi dubbi sul corteo. Che dici? Posso solo fare un auspicio. Che tutti si ritrovino in piazza quel giorno.
E a chi ha paura che diventi un corteo anti-Prodi cosa ribatti? Che questa non sarà una manifestazione per la crisi di governo. Quella la farà Alleanza Nazionale il 13 ottobre. Il 20, invece, la sinistra sarà in piazza a sostegno di una svolta nelle politiche sociali di questo governo. E a chi dice che così si può prestare il fianco ai nemici della coalizione, rispondo che questa è semplicemente ipocrisia. Nient'altro che ipocrisia. Perché è evidente anche ai sassi che l'instabilità di questo governo viene dall'altra parte. Arriva da Rutelli e dai tanti che da tempo stanno pensando ad una crisi che si risolva con un esecutivo più spostato a destra.
Ma insomma la sinistra può stare al governo e in piazza? Io davvero non riesco a capire come questa domanda possa diventare un problema. Di più: questo quesito non fa bene alla sinistra. Come se le scelte che si appresta a fare il governo potessero essere separate dall'opinione, dalle attese della gente di sinistra. La verità è che chi sostiene oggi che "o si sta al governo o si fanno i cortei" vuole semplicemente che la nostra gente non pesi. Non conti. In modo che le scelte, quelle vere, sul mercato del lavoro, sulla precarietà, sull'ambiente siano ispirate dalla Confindustria.
A questo punto la domanda più delicata. Un pezzo della Cgil, anche quella vicina alla Sinistra democratica, sostiene che la manifestazione potrebbe apparire come condanna dell'accordo sul welfare, che pure è stato firmato da tutte e tre le confederazioni. Che ne dici? Vorrei evitare polemiche e se possibile avvalermi della facoltà di non rispondere...
E se il cronista insistesse? Allora direi che nella piattaforma della manifestazione uno dei temi maggiormente in rilievo è quello della precarietà. Che credo sia la vera, grande questione sociale del nostro paese. Certo, lo so anch'io che quando si svolgerà la manifestazione la consultazione fra i lavoratori sull'accordo sarà già conclusa, come dicono alcuni critici del corteo. Però sfido chiunque a sostenere che entro il 20 ottobre sarà risolto il problema della precarietà. Ed un tema così deve per forza stare "dentro" una mobilitazione della sinistra. Altrimenti, che sinistra sarebbe?
Visto che ci siamo, parliamo del referendum nelle fabbriche. Beh, la mia posizione sull'accordo per il welfare è arcinota. A giorni ne discuterà l'organismo dirigente della Fiom. Ma francamente non credo che oggi sia questa la questione più importante.
Qual'è allora? Il problema serio non riguarda i sì o i no all'intesa. Riguarda quanta e quale partecipazione saremo in grado di garantire. Sapendo che per i metalmeccanici sarà durissima.
Che significa? Voglio dire che fra due settimane scade la moratoria sul contratto - quella pausa negli scioperi durante i primi tre mesi di trattative - e quindi dovremo tornare a discutere nelle aziende delle mobilitazioni, delle iniziative per il contratto. Dovremo tornare a discutere su come sostenere la piattaforma. Chiederemo, insomma, ai lavoratori di prendere impegni a battersi su un pacchetto di proposte che hanno al centro la lotta alla precarietà. Nello stesso tempo, esattamente nelle stesse giornate, quei lavoratori dovranno discutere di un'intesa che su questo tema non soddisfa neanche la Cgil. Come ha scritto Epifani a Prodi in una lettera. Sì, sarà davvero complicatissimo.
Torniamo alla giornata del 20 ottobre. Con una domanda che si fanno in molti: ma questa manifestazione ha a che fare con la "cosa rossa"? Riguarda anche il progetto di unire la sinistra politica? Io non ridurrei l'operazione che si è messa in moto col 20 ottobre solo alla cosiddetta cosa rossa. C'è un comitato promotore molto autorevole, con dentro posizioni politiche e storie personali assai diverse. E sicuramente non l'hanno pensata per mettere insieme varie forze politiche. Però certo, quel corteo e la vicenda della "cosa rossa" si intrecciano.
In che modo? Soprattutto se l'iniziativa sarà quella che hanno in mente gli organizzatori: una mobilitazione promossa dal basso, l'incontro di tante realtà di movimento. E se così sarà, è indubbio che questo apre un processo, spinge nella direzione di aggregare la sinistra. Ma lo fa indicando anche un metodo nuovo: spiegando che la nuova sinistra non potrà mai nascere come semplice somma di quel che c'è. Mettendo insieme solo i gruppi dirigenti.
Parlando della formula organizzativa del nuovo soggetto della sinistra tanti dicono che dovrà essere "come la Flm", la federazione unitaria dei metalmeccanici. Tu, che sei segretario dei metalmeccanici, che ne pensi? Una cosa mi piacerebbe dirla. Vorrei solo ricordare che la Flm era un'organizzazione che doveva essere di passaggio...
Che vuoi dire, che quella formula non va bene? Io ricordo solo che la Flm, nelle intenzioni dei promotori doveva favorire la nascita del sindacato unitario. Di un solo sindacato confederale. La confederazione unitaria non s'è più fatta, però, e così anche l'esperienza della Flm alla fine si è conclusa.
Tradotto dalla metafora? La storia ci insegna sempre qualcosa. Voglio dire che l'idea della Flm può anche andar bene in una fase di passaggio. A patto che sia delineato con chiarezza che l'obiettivo è più ambizioso, più ampio. E sapendo che se fallisci quello, anche il livello di unità organizzativa che avrai raggiunto rischia di essere travolto.
Per capire meglio: stai dicendo che non ti convince la soluzione "federativa" che sembra la più gettonata oggi fra le forze della sinistra? Preferiresti magari che si parlasse già di partito unico? Non entro dentro queste cose, non è il mio mestiere. Insisto però nel sostenere che nell'immediato si può fare qualsiasi cosa. L'importante è che si avvii davvero quello che chiamo "un laboratorio". Una riflessione vera, seria su come ricostruire l'identità della sinistra. Di una nuova sinistra che abbia una sua base popolare.
Una sinistra, quella che immagini, come dovrebbe comportarsi col partito democratico? Competere, allearsi? O che? Anche qui vorrei avvalermi della facoltà di non rispondere...
E pure qui basta insistere? Davvero in questo caso, occorre aspettare per vedere cosa accadrà. Certo, leggo che il candidato più accreditato a fare il leader della nuova formazione, nel suo progetto di riforma fiscale, inserisce un punto che riguarda da vicino chi fa sindacato. Laddove dice che le contrattazione di secondo livello...
Quelle di fabbrica, giusto? Sì, quelle aziendali. Veltroni dice che dovranno essere detassate. Mi preoccupa. Perché è evidente che se si andasse avanti su questa strada il risultato sarebbe un diverso modello di sindacato. Che non fa più i contratti nazionali, che non ha più la sua ragione d'essere nella solidarietà sociale ma si occupa solo della produttività aziendale. L'unica variabile da cui dovrebbe dipendere il salario. Sarebbe la fine del sindacato come l'abbiamo conosciuto. Sarebbe l'inizio del "sindacato di mercato". Quello che vuole Montezemolo.
Solo lui? No, anche Ichino. E molti altri.
(Liberazione, 8 settembre 2007)
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