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Risarcimento sociale. Si inizia dalla casa


1,5 miliardi all’anno in edilizia pubblica, affitto detraibile, fondo sociale raddoppiato e 25mila alloggi pubblici

di Roberta Fantozzi (Segreteria nazionale Prc-Se e Responsabile area Diritti sociali e Immigrazione)


E' successa una buona, anzi un’ottima cosa. Una di quelle che potrebbero cambiare significativamente la nostra società a cominciare dai suoi luoghi più esposti e fragili: quelle realtà metropolitane attraversate dalle contraddizioni più acute, concentrazioni di ricchezze e deprivazioni, desideri di mobilità e rischi di nuovi ghetti, potenzialità di convivenze meticce e di nuova cittadinanza o laboratori regressivi di nuovo razzismo e “guerre fra poveri”. Povertà, solitudini, precarietà sono del resto l’occasione su cui si costruiscono campagne mediatiche velenose che alimentano l’insicurezza, costruendo il capro espiatorio su cui scaricare la fatica e l’insopportabilità del vivere quotidiano.

E’ per questi motivi che le conclusioni a cui è giunto ieri il tavolo di concertazione sulle politiche abitative non hanno un’importanza settoriale ma sono invece un risultato di prima grandezza, in cui il tema del risarcimento sociale è immediatamente connesso all’idea generale di futuro, al tipo di modello sociale che vogliamo perseguire. Le politiche neoliberiste hanno significato scelte molto precise e prodotto regressioni altrettanto nette. Veniamo da anni in cui si è teorizzata e praticata la supremazia del mercato, in cui si è deregolamentato il mercato delle locazioni e si sono messi in atto giganteschi processi di privatizzazione e dismissione del patrimonio immobiliare pubblico.

Il risultato è che 10 milioni di persone, il 75% delle quali ha un reddito inferiore ai 20mila euro annui, composte in larga parte dai segmenti più fragili della società, anziani, lavoratori precari, migranti, hanno dovuto arrangiarsi. Sopportare affitti che si mangiano la metà di redditi già bassi, sommare al ricatto del lavoro precario, quello dell’abitazione. La drammaticità della questione abitativa è stata spesso derubricata dalle priorità della politica, con la motivazione che nel nostro paese l’80% delle persone è proprietaria di casa e “solo” la restante parte sta in affitto, rimuovendo persino il dato elementare che i numeri nelle realtà metropolitane si alterano significativamente e la percentuale di chi non ha la casa raddoppia. Rimuovendo il dato terribile che ha visto passare negli ultimi venticinque anni gli sfratti per morosità, cioè di chi non ce la fa a pagare il costo dell’affitto, dal 13% al 70% del
totale degli sfratti.

Grazie al percorso avviato da subito dal ministro Ferrero con l’approvazione della legge 9 si sono date prime risposte all’emergenza e si sono poste le basi del lavoro conclusosi ieri. Un amplissimo schieramento di forze, di soggetti sociali e istituzionali, l’Anci, le Regioni, i sindacati e le organizzazioni di settore, insieme a 4 ministeri - infrastrutture, solidarietà sociale, famiglia, politiche giovanili - pongono al Governo nella sua interezza e al Parlamento le priorità dell’azione politica futura. Con un inversione di tendenza nettissima rispetto agli ultimi venti anni, si afferma che all’edilizia residenziale pubblica e sociale dovranno essere destinati annulmente 1,5 miliardi, e che il diritto alla casa deve essere una prestazione essenziale del Welfare, che il costo
dell’affitto deve essere detraibile dalla dichiarazione dei redditi, mettendo in campo un meccanismo di conflitto di interessi tale da poter efficacemente contrastre il mercato nero degli affitti, che il canale concordato deve essere rafforzato e il fondo sociale raddoppiato da subito mentre entro 6 mesi vanno recuperati i 25.000 alloggi pubblici non utilizzabili perché degradati. Le conclusioni del tavolo devono diventare immeditamente operative reperendo le risorse necessarie agli interventi più urgenti già nella manovra di assestamento di bilancio di giugno, e entrano con la forza nella definizione del Dpef.
Perché è così che va scritta la prossima finanziaria. Censendo i bisogni reali delle persone, rimettendo la politica in connessione con la società, ponendo le basi di un cambiamento necessario ed urgente.

Dipende da questo non solo che il governo ritrovi una sintonia con chi lo ha eletto, ma soprattutto la possibilità di cominciare a costruire davvero diritti
per tutti e nuova cittadinanza.

 

Liberazione 18 maggio 2007




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